fine

Signori si chiude

friendfeedEravamo a Torino. Era la prima volta che andavo al salone del libro. Ci andavo per conoscere dal vivo gli scemi di Spinoza.it. Erano i primi anni, eravamo pochini, passavo tanto tempo a postare battute nel forum.
A cena ho conosciuto gente che poi è diventata amica. Gente che poi ho scoperto essere anche bravissima a scrivere. Molto più brava di me adesso, figurati allora che non scrivevo neanche!
Facile perlare così, vero? Facile restare nel vago! No, no, aspetta: io i nomi li faccio. Potrei dire che ho conosciuto Van e anche Mix (e se cliccate sul nome vi teletrasporto nei loro blog di parole messe assieme bene bene).

Ricordo che quella sera parlavano di friendfeed. E io (che non l’avevo mai sentito) ho chiesto cosa fosse. “Mah, un social network di fighettini”, ha sentenziato non ricordo chi.
Detta così non era molto invitante. Ma poi qualche settimana dopo mi è tornata questa curiosità e ci sono entrato.
Dentro non ci ho vissuto molto, ma ci ho trovato gente a volte interessante.
Certo: avrei dovuto partecipare agli odii e ai flame per essere un cittadino a tutti gli effetti. Ma anche così, un po’ in punta di piedi, mi sono divertito. Abbiamo scherzato su tutto, fatto battute, parlato di eutanasia, di vacanze, di cibo, di cacca (non per forza in questo ordine)
Ho conosciuto persone che poi ho visto dal vivo (nel mondo che dicono reale). Ho scambiato pensieri e sogni e anche qualche vaffa.

Adesso friendfeed chiude e c’è un’aria da fine del mondo. Che dopo un po’ siamo tutti ad aspettarla e non arriva mai.
E ci si tolgono gli abbracci e i sassolini residui.
E poi si aspetta che chiuda con un sorriso strano.  Stiamo aspettando tutti che passi il rullo compressore e che schiacci tutti questi ricordi e pensieri e immagini e parole. Hanno detto che oggi chiude. Siamo qui a salutarci e non chiude mai.
E non chiude mai…

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Denial of Service

denialofservice Il portiere con un po’ di timore e un po’ di curiosità ha accettato subito di aprire la porta dell’appartamento numero 22 del Residence Rainbow. Il nome fa un po’ ridere, visto che i colori dominanti del complesso sono il grigio e il beige. Ma l’insegna luminosa, con quell’arcobaleno sbiadito dal tempo e dal sole, sembra avere recuperato una sorta di sincerità involontaria, nell’illustrare lo stile della casa. Una telefonata anonima ha avvisato con un convincente: correte che sta male. Ma al telefono del 22 non rispondeva nessuno. Quindi ambulanza e pattuglia della polizia sono arrivate con una cacofonia delle loro sirene. A passi veloci il medico si è avvicinato e ha messo le dita sul collo e sul polso. Non ha dovuto stilare referti: è bastato un leggero movimento della testa a confermare la morte. Il corpo caduto in avanti, sul tavolo usato come scrivania. Il portatile ancora acceso davanti a lui. Un mosaico di finestre nello schermo sembrano una traccia delle sue ultime ore. Lui è un forse venticinquenne, quei pochi capelli li ha lunghi, un orecchino ingombrante e una barba che forse una settimana fa era un pizzetto. La pila di piatti da lavare nel lavandino raccontano di lui più dei documenti. Con un po’ di pazienza il vice ispettore cerca in quelle chat un appiglio per quella morte prematura. Non ci sono segni di lotta, sembra una morte naturale. Il nickname che usa Acronymous è uno di quelli famosi, uno di quelli che vanno sul giornale per le azioni dimostrative. Dai dialoghi ripercorsi all’indietro è facile capire che hanno appena scatenato un attacco congiunto a un’impresa petrolchimica. DoS, scrivono. Denial of Service. È una tecnica semplice. Si tratta di inondare un server di richieste fino a quando non ce la fa più a rispondere. Come mettersi d’accordo e andare in duecento nello stesso negozio. Il risultato è paralizzarlo e impedire a chiunque altro di entrare. Lo sanno bene, questi attivisti. Sprattutto questo attivista, questo che ha una reputazione nell’ambiente. Ed è considerato da tutti uno di quelli capaci. Ma tra le conversazioni tecniche e astiose con DartW, con Spryvy e con JackAlbert, ne spicca una. Quella con IdaBauer. Non è un nome da hacker. Anzi: all’investigatore dice qualcosa. Di lontano, di conosciuto, ma che adesso gli sfugge. Sembra la conversazione di una coppia che litiga sbagliando ogni benedetta parola. Con una precisione chirurgica. Una sequela di botta e risposta fatti di amore e rancore. Una saturazione della speranza che, a giudicare dagli orari, avveniva in contemporanea con l’attacco informatico che Acronymuous stava mettendo in atto. Il blitz ai danni dell’azienda era partito e una grossa mole di interrogazioni stava mettendo a dura prova il database dell’azienda obiettivo. Nel frattempo un imprevisto attacco subito dalla sua compagna. Che gli chiede risposte, sul suo futuro, non sul prossimo week end. Una serie di domande, di dubbi, di frasi che suonano come sentenze senza appello. E si capisce quanto lui vorrebbe fermarla, con una dito davanti alle labbra. Ma non può, manca la presenza, manca la fisicità. Allora reagisce male, si arrabbia, si scaglia contro di lei, esce dal tema, inanella errori su errori. L’attacco prosegue, il database bersaglio comincia a rallentare. La massa degli attaccanti è notevole. Imprevista e compatta. Il server comincia a cedere. Sta per crollare. Anche IdaBauer incalza. Pretende, esige, non accetta dilazioni. Prospetta solitudini, deserti, silenzi. Ma lo fa gridando, col codice della rete. Il server ormai è quasi fermo. Rallenta, blocca. Crolla. È crollato! Anche Acronymous è quasi paralizzato dall’ineluttabilità di un amore che gli si è fermato in mano, quasi nuovo, quasi grande. Gli resta questa distonia tra sentimenti e parole. Si sente male in questo ruolo. Anche il suo cuore, segue il destino del server nemico. Rallenta, si blocca. Crolla. È crollato. – Acronymous rispondi. Sei ancora lì? Hai visto che grande Denial of Service abbiamo realizzato? Ci sei? Ci seeeeei? Vai al diavolo va’…

La maledizione del saggio di fine anno

Io posso sopportare i panettoni accatastati all’entrata del supermercato già prima della fine di ottobre. E posso sopportare di vedere i sorrisi soddisfatti di chi li prende in mano come una primizia dicendo con un sorriso iperglicemico “Guarda cara, è già Natale!”. Posso anche fingere di non vedere che chi pronuncia quella frase è ancora in t-shirt e infradito.
Posso chiudere un occhio sui regalini di Natale in ufficio. Anche se il giorno che nel bar sotto l’ufficio c’era il cartello Cioccolatini in saldo (per forza: stavano scadendo!) tutti hanno fatto incetta. E su ogni scrivania trovavi un gianduiotto agonizzante sul filo dell‘entro e non oltre che in confronto McGyver era uno che faceva la partenza intelligente.
Posso persino fingere di non vedere i Babbi Natale made in China appesi fuori dalle finestre, che con la crisi che c’è sembrano sgargianti topi d’appartamento sovrappeso.
Posso farmi andare bene gli amici che mandano  spiritosossimi SMS di auguri in stile-ciclostile, la stessa frase a tutti, in blocco. Perché hanno preso incautamente la Christamas Card e non sanno bene come sfruttarla.

Ma se c’è una cosa che proprio non sopporto di questo periodo, sono i saggi di fine anno a scuola. Che una volta, almeno, erano alla fine dell’anno scolastico. I primi di giugno ti toccava sorbirti quello spettacolino pietoso. Ma ti consolava il pensiero “Se poi non ci vado, tanto l’anno è finito, la maestra a settembre si sarà dimenticata chi c’era e chi non c’era…”. E con un po’ di destrezza si riusciva a saltare.
Ma adesso, secondo una estensione crudele del concetto di anno (e fine anno), vengono organizzati anche per la fine dell’anno solare.

Maestre che fino alla settimana prima si erano comportate come persone equilibrate, si ricordano delle velleità artistiche giovanili. Di quando sognavano di suonare, cantare e ballare in costumi luccicanti e attillatissimi. Di debuttare a Broadway, forse e di avere il nome sulla locandina, sotto la scritta CATS fatta di file di lampadine intermittenti.
Poi le cose sono andate diversamente. Il concorso pubblico invece del teatro, il precariato invece dei provini, i libri invece della sbarra. E questo andrebbe anche bene. Se non fosse che la parola “saggio di fine anno” risveglia questi sogni lasciati a fermentare in una scatola di scarpe, in cima a un armadio.
La infausta moda dei leggins, scelti rigorosamente di tonalità aggressivamente feline, contribuisce a fare riemergere tutta la mancanza di Cats (in senso buono, ovviamente).

Saggio di Natale!

I nostri figli vengono istruiti per settimane a recitare in rigoroso fuori sync poesie con rima baciata male. Vengono presi per interpretare Re Magi che arrivano prima del bambinello e non si capisce bene a fare cosa, visto che non c’erano le ecografie a quel tempo.
La musica è fastidiosamente troppo alta o fastidiosamente troppo bassa. Trovate voi la parola chiave.
Appena inizia lo spettacolo vengono sguainati una serie di dispositivi progettati per fare altro. Telefoni, tablet, citofoni, portachiavi. Tutto viene usato per fare foto. La cosa più odiosa è che tutti questi genitori esaltati alzano le braccia con un iPad come se fossero tanti piccoli Mosè che scendono dal Sinai brandendo le tavole della Legge. E a nessuno sembra importare del fatto che stanno riprendendo solo le mani degli altri genitori con altri tablet e altri telefonini.
Le nonne sono state ritirare dalla casa di riposo, vestite di fretta e portate al supplizio. Tanto sono sorde e non si accorgono se i nipotini stonano. In compenso, quelle risparmiate dalla cataratta, possono godersi lo spettacolo offerto dalla selva di arti superiori di novelli genitori che impalla la scena principale.

Se non siete lesti a trovare un posto defilato, vi capiterà di dover rispondere agli altri simpatici genitori. Quelli che sono lì come voi, ma che ci tenevano tanto a essere presenti.
Quelli che dicono “Come è bravo mio figlio, è quello lì. E il tuo qual è?”
(E io conto per non rispondere “Il mio è quello un po’ dietro, gli ho insegnato il valore della vergogna”)

O ancora: “Io il mio gli ho fatto fare i provini per fare la comparsa a Don Matteo 2, si vede vero?”
(“Non guardo gli sceneggiati in TV, ma io proverei per il cast del commissario Rex”)

O i superboni pieni di soldi “Gli ho pagato uno stage di improvvisazione allo Stabile, non capisco perché adesso è lì che piange!”
(“Non si preoccupi è il metodo Stanislavskij, si sta immedesimando in Pietro Maso”)

Le maestre più subdole hanno iniziato a cambiare nome ai saggi di fine anno, per depistare quelli come me. Le chiamano “Lezioni aperte” o “Open Lesson”. Non fatevi intenerire. Non è una lezione, non è aperta, non è facoltativa. E’ tutto maledettamente obbligatorio e coercitivo.

Alla fine, con un po’ di fortuna, cala il sipario. Chiudendo il palco e le vostre residue speranze di essere genitori di un artista.
Ma proprio quando vi illudete di poter dimenticare questo trauma suonano alla porta. E’ passata solo una settimana. E’ il solerte genitore del compagnuccio di classe sfigato del vostro erede. “Ho visto che sei arrivato in ritardo e ho pensato di farti una copia del DVD con la recita di Natale!”
“Grazie, buon Natale anche a te! (stronzo)”


Non per tirarmela troppo, ma il disegno originale è di Sabrina, sì quella di BuraBacio!
www.burabacio.it