felicità

Come uscirne?

Ero appena stato nominato Brand Manager di una linea di prodotti. Un po’ a sorpresa, visto la giovane età e il mio carattere pacato. Ma il direttore aveva fiducia in me e mi diede un’occasione. Non se ne pentì e andai avanti per un bel pezzo, ma questa è un’altra storia.

Quando il mio capetto mi diede la notizia, mi fece un discorso strano. “Adesso tu non sei più tu. Tu sei il brand. Il marchio. Il prodotto. Quando la gente guarda te, vede il marchio. Se tu fai una figura da idiota, è idiota anche il prodotto.” E poi infervorandosi “Se per esempio vai in bagno e esci senza tirare l’acqua, chi viene dopo di te, penserà che sei tu ma è anche il brand, a essere un maleducato”.
A parte gli eccessi, mi ritrovavo in questa visione. Va da sé che io quando uso una toilette la lascio in uno stato migliore o uguale a quello in cui l’ho trovata. Non perché me lo imponga il brand, ma perché me lo ha insegnato mia mamma. Instillandomi un senso della vergogna che oggi apprezzo molto di più.

Con questi pensieri mi ritrovo qui. Nella toilette del nuovo ufficio. Forse ho usato troppa carta igienica. O forse c’era già qualcosa sotto il pelo dell’acqua, che intasava tutto. Solo che sono qui e non so cosa fare. Provo a dosare lo sciacquone. Aumentando la massa d’acqua, con un po’ di fortuna, andrà tutto giù.
La superficie ondeggia. Brandelli di carta igienica macera riaffiorano in superficie. Con un moto fluttuante che assomiglia al fluire dei miei ricordi. Ricordo quel capo di allora, ricordo che  ci siamo sopportati davvero poco. Vorrei cacciarli giù entrambi e tornare a quello che stavo facendo prima. Ma la vita è inopportuna e a volte ti mette in situazioni troppo poco fluide.
Forse dovrei aspettare che l’acqua filtri e usare lo spazzolino. Ma rischio di fare un casino, di sporcare tutto.
Voglio scappare, ma la mia educazione me lo impedisce.
Penso con ironia a tutto questo, al fatto che potrei farne un racconto. Sorrido tra il divertito e l’isterico. Riprovo con la tecnica della tazza-piena-fino-al-bordo.
Finalmente un fluuoooppp liberatorio e un sospiro di sollievo. La felicità si manifesta in istanti imprevedibili.

Mi rimetto la giacca, prima di uscire. E penso che ogni occasione per riflettere è la benvenuta. Mi lavo le mani. E torno alle mie occupazioni. Leggero.

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Matrimonio e fegato

matrimonio, celebarazione, nonni, separazione, sacra rota, felicità, Mi sono trovato prima di cena a discutere di matrimonio.
Il discorso prendeva le mosse dal racconto di una di noi, che raccontava del naufragio del suo.
E senza troppi falsi pudori ci siamo trovati a riflettere sulle tante unioni che saltano. E sul fatto che sia peculiare della nostra generazione.

Ai tempi dei nostri nonni non succedeva. Chi si sposava (non erano surrogati del matrimonio) restava sposato per tutta la vita. Ma la vera domanda è: era felice? Erano felici i nostri nonni? Certo: quando si capitava con un coniuge violento o cattivo, la vita diventarva una tortura lenta. Un ergastolo. Senza speranza di grazia. Ma consideriamo il caso più banale: quello di due persone che (semplicemente) non si amano più.

Quando scema questo slancio iniziale, oggi molti finiscono per lasciarsi. Non è immediato, non è mai una cosa facile, ma spesso succede. Una volta invece si restava insieme. Oggi noi possiamo scegliere: ma siamo sicuri di essere più felici?
Ogni vita è un universo che non sarebbe saggio cercare di giudicare dall’esterno. Ma cercando di allontanare un po’ il punto di vista, viene davvero il dubbio che la nostra libertà rischia di renderci meno stabili e più soggetti alla volatilità delle nostre passioni. Facendo queste riflessioni mi sento un po’ un bimbo viziato. Che ha tutto, quindi non si accontenta.

Nessuno di noi ha mai considerato che potesse essere desiderabile tornare indietro, perdere la libertà di scelta. Ma confrontando le storie dei nostri nonni, sembra che alla fine molti di loro sono sembrati più felici di noi. Restando insieme per sempre.
Ecco: è nel “per sempre” che nella nostra mente ci sono troppe riserve. Un dubbio che la nostra cultura evoluta ci ha insegnato ad usare.

Poi all’improvviso una intuizione. Bisogna cominiciare a guardare alla propria vita come a un progetto. E scegliere se vogliamo avere progetti a breve termine oppure a lungo termine.  Risento dopo tanti anni la parola “utopia”. Che impressione.

Viene in mente la figura del Capitano che guarda la bussola e punta verso Ovest. Anche se da Ovest arriva quella perturbazione che rende il cielo nero. Nero e pericoloso. Faticoso. Ma è là che deve andare.
Sembra quasi di poterlo dirimere questo dubbio. Sembra di poterla capire questa vita. Una intuizione appena accennata.

Ma poi un ottimo antipasto di fegatini è pronto e ci sediamo a tavola.

Segreteria telefonica

[lasciare un messaggio dopo il segnale acustico…]
…Hai ragione tu, vecchio amico. Hai ragione sul fatto che è stupido che io ti lasci questo messaggio. (Che poi, quando la riascolto in segreteria, la mia voce mi sembra sempre insicura e gracchiante. Ma non è di questo che volevo parlarti). E non so neanche se avrò tempo  di finire il discorso, visto che non so quanto tempo di registrazione ho davanti.
Inizio subito: ho letto nel tuo blog di quanto ci tieni alla tua vacanza negli Stati Uniti. E ho una sensazione doppia, ambivalente. Da una parte sono contento per te: è bello avere un progetto. E’ motivanti, fa sentire vivi. E un po’ ti invidio per questo. Dall’altra ho paura che tutta questa attesa sia pericolosa. Non vorrei che tu ci mettessi troppe aspettative in questa NewYork. Non vorrei che fosse la scusa per non vivere adesso. No eh! Non chiedermi cosa voglia dire “vivere adesso”. Tanto non è questa la domanda.
Una volta in un tema, ho dovuto confrontarmi con due parole “Vivere aspettando”. Era questa la traccia. Due parole soltanto. Ma due parole che mi hanno dato da pensare, se dopo tutto questo tempo le ricordo ancora. Beh, buon viaggio amico mio. Solo una cosa: non portarmi t-shirt e non mandarmi cartoline. Ricordati solo di vivere. Sia là che qua. Sia prima che dopo. E non aspettarti l’El Dorado. Soprattutto perchè…
[lo spazio per la registrazione è terminato]

Della vita e del parabrezza

Di automobili non sono mai stato appassionato. Ma visto che ci passo tante ore, cerco di starci un pochino bene. Niente di speciale: un’autoradio che legga anche mp3; un posto di fianco dove appoggiare il cellulare senza che scivoli dappertutto, ad ogni curva. E una piccola mania. Quella di avere i vetri puliti. Che magari sembra un controsenso lavare la macchina una volta l’anno e avere sempre i vetri puliti. Ma è un’altra cosa.

I vetri puliti mi danno una leggera serenità. Per un verso mi permettono di vedere meglio quello che succede fuori e di guidare più tranquillo. Per l’altro non voglio arrivare impreparato a quei momenti speciali. Sì, perché ci sono attimi imprevisti in cui la luce fuori ha qualcosa di inaspettato. Non c’è un momento preciso della giornata. A volte è di mattina. Con la strada che mette la macchina in una direzione tale da prendere la luce in modo perfetto. E visto da dentro sembra che i vetri non ci siano. E sembra di essere fuori. In mezzo a tutta quella luce, in mezzo a tutto quel colore. Oppure dopo un temporale. O d’estate all’imbrunire. O persino certe notti di inverno, che fuori tira un vento che taglia. Ma se in quei momenti i cristalli sono perfettamente puliti, allora quel momento è davvero speciale. Pieno. Completo. Vissuto gustandone interamente quella incredibile limpidità.

Per sodddisfare questa piccola mania, non è che faccia niente di speciale. Solo che quando vado a fare il pieno di metano (perché l’auto io l’ho presa a metano: per il portafogli, per il pianeta, per l’ossido di carbonio e per tutte quelle belle cose là) impiego i minuti di attesa cercando di pulire finestrini, parabrezza e lunotto.

Nella stagione fredda trovo un leggero fastidio quando poi trovo una condensa notturna. E’ venuta di nascosto e trovo che mi ha bagnato tutto il vetro, magari impastandosi la polvere. E so che tanto i tergicristalli non saranno una buona soluzione. Lasceranno le loro righine semicircolari che mi rovineranno la mia maniacale idea di limpido. E allora aspetto la stagione migliore. Quando la temperatura sale e non si forma più la condensa. Ma poi il caldo arriva e mi viene in mente che ho un altro nemico. Gli insetti che prendono di mira la trasparenza del mio parabrezza. E il tergicristalli peggiora ancora le cose. E rimpiango le goccioline autunnali che almeno lasciavano meno tracce. Ieri in macchina pensavo a queste sensazioni. Che ormai sono dentro di me, che orani non devo descrivere ascontaldo il suono delle parole. E pensavo a questo continuo rincorrere. Questa speranza di qualcosa che è sempre dietro l’angolo. E di quanto siamo condannati a una incompleta felicità. Sì: goccioline, falene, righine sul vetro della macchina. E felicità. Mi prendo il lusso di questo accostamento sapendo che tanto queste parole non le deve leggere uno psichiatra. Pensavo a questa vita fatta di rincorsa di cose inutili. Di questa torta a cui manca sempre una fetta. Di questa corsa in ruota di creceto. Ci pensavo questa mattina, intanto che aspettavo di riempire il serbatoio di metano e pulivo i vetri.

E ho sorriso decidendo che oggi mi vanno bene così, questi cristalli. Con le loro righine di acqua sporca, coi loro leggeri aloni. Con questa incompleta felicità, che se ti fermi a guardarla, scuoti la testa e vai avanti. Con un sorriso pieno di voglia di muoverti.