fede

Ma forse non era questo

Don Nanni si siede sulla branda per aprire la lettera, che una specie di postino senza casco gli ha appena consegnato senza scendere dallo scooter impolverato. Timbrata, firmata e sigillata a Roma quasi tre settimane prima.
Nel continente dove la pazienza è alle fondamenta della vita, don Nanni la scorre impazientemente. Cerca le parole chiave. Vuole capire se potrà tenere aperta la missione. Deve capirlo.

Trova quello che temeva. Aggettivi edulcoranti e frasi indirette. “Necessari rapporti di convivenza”… “Occasione per l’econonia locale”… “Ineludibili interessi nazionali”.  Nessun riferimento diretto alla trasformazione della regione in zona industriale. Da quando han trovato il petrolio, è tutto un sottinteso, qui. Qui dove non arrivavano neppure i medici.
Ma non è per le persone, che sono venuto qui diciannove anni fa?
Non è per le loro anime, un domani e oggi per i loro corpi magri senza diete a punti?

E le persone? E il motivo per cui sono qui? Puoi servire il Signore e la Chiesa se non hai più fiducia nelle gerarchie che scrivono lettere come queste? Che parlano di dollari e non di uomini. Avendo una cura eccessiva a non nominare mai né i primi né i secondi?
Abbandona la schiena all’indietro, sdraiandosi.
Pensa alla sua vita, alla sua fede arrivata tardi, dopo la morte di suo fratello. Morte assurda, in moto. Pensa all’ordinazione, a quel “don Giovanni Matalia!” che in Africa ci aveva messo così poco a diventare don Nanni.
Pensa alla missione.
“Ma forse non era questo, non era così”

 

(Dedicato a chi in Africa decide quando è il tempo di andare e capisce quando è il tempo di tornare)

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Febbre tifoide

pallone, tifo, supertele, tango, mondo, juventus, tifosoQuando ero piccolo tenevo per la Juventus. Anzi, come dicevo allora “Tenevo la Juventus”.
Perché bisognava tenere per una squadra. E la cosa più naturale era assorbire dalla (blanda) tradizione familiare la fede calcistica. Non grande tifo, al massimo la partita in televisione. Lo stadio è troppo affollato e fuori dalla routine.
“Fede calcistica”. Che espressione assurda. Ma forse non è davvero assurda. Chi ha fede non usa il metro della normale razionalità.

Poi arriva una partita di Coppa dei Campioni (o era Coppa delle Coppe?) dove la Juve esce malamente. Bastava un gol. Un gol che non arriva. Una tensione che fino in ultimo mi ha tenuto l’adrenalina alta.

Vado a letto col senso di sconfitta. E nel buio sento che sto male. Sono amareggiato fino all’osso. E mi chiedo perché. Mi dico che è assurdo che io stia male perché 11 ragazzi hanno perso una partita. Mi chiedo che cosa c’entri io con loro. Non so rispondermi. Sento solo che un evento lontano mi fa stare male. E non mi piace.

Da quel momento mi sono liberato del tutto del tifo calcistico. Adesso i tifosi li guardo da lontano. Con la superbia dell’ex intossicato. Per me adesso lo sport è sport solo quando puoi farlo. Non parlarne. Sono guarito dal tifo, dottore. Senza medicine.