fatica

Acqua da portare su

Martina secondo @ninnosa

Un po’ per risparmiare candele, un po’ per risparmiare gli occhi, la scrivania di Gregorio era vicino ai finestroni dei magazzini generali di cui era da tempo il contabile. Gli piaceva, tra un totale e l’altro, guardare fuori e perdersi nella vita della strada. Una bicicletta che passava, un conoscente che sembrava avere un aspetto stanco, un passero che si fermava sullo steccato di fronte, una vecchina che faceva sempre più soste per tornare a casa con le sporte della sua spesa. Li conosceva bene, i personaggi delle sue distrazioni visive. Li conosceva ed era affezionato a loro, all’attimo di novità che gli portavano colla loro apparizione.

Quell’anno passava spesso una ragazzina che portava sulla collina un grande secchio zincato pieno d’acqua. Martina era la terza di quattro figli. Abitava in cima alla collina che sovrastava il paese. Il posto era un incanto: una collina di faggi che regalavano un’ombra convinta e fresca d’estate e che d’inverno diventavano un quadro di città. Dalla collina si dominava con la vista la strada verso Vallontana e di notte, in uno squarcio tra le fronde, c’erano stelle tanto vicine che sembrava di poterle prendere e mettere in un paniere. Nonostante la bellezza, quella collina non era diventata un vero borgo perché aveva un grande difetto: non aveva una sorgente d’acqua. Per questo Martina e molti prima e dopo di lei, dovevano portare su l’acqua ogni giorno.

Martina aveva capelli ricci e lo sguardo acerbo e pieno di sogni indefiniti di una ragazzina della sua età. Nel teatrino del contabile Gregorio era diventata una presenza tra le più gradevoli. Faceva tenerezza il suo aspetto esile che contrastava con la pesantezza di quel carico. Tanto che un giorno il contabile si sentì tanto coinvolto da uscire dai magazzini e rivolgerle la parola.

“Deve pesare molto vero?”

Martina rispose spalancando gli occhi, con gentilezza e senza capire bene la domanda.

“Ti dico un segreto, anzi due. Se invece di un secchio da venti litri ne porti due da dieci, riesci a portarli su meglio. E soprattutto se li porti su sorridendo, vedrai diverranno leggeri!”

Dopo qualche giorno, probabilmente dopo essersi organizzata, Martina ricomparve con due secchi. E ogni volta che passava volgeva lo sguardo verso il finestrone dei magazzini. Non si vedeva bene dentro, guardando dalla strada, ma lei pensava di vederci dentro il suo strano amico.
Quando Gregorio si accorse dei due secchi, fu pervaso da una specie di sollievo. Un sentimento di vicinanza che somigliava a una incomprensibile gratitudine

Nelle settimane seguenti il loro saluto era diventato una liturgia quasi incomprensibile. Il contabile Gregorio diceva “Sorridi Martina, ricordati di sorridere!”. E lei, senza una parola sorrideva. E quando sorrideva non era la giornata di Gregorio a migliorare: era proprio la giornata di tutto il paese. Quegli occhi marroncini e spalancati su tutto, quei ricci che si ribellavano ai capelli legati dietro, quella vita tutta da vivere, regalavano a tutto il paese una speranza piena.

Solo una cosa non tornava. Anche sorridendo i secchi mica sembravano più leggeri! Lo sapeva Gregorio, che aveva voluto regalarle un po’ di ottimismo, senza crederci proprio. Lo sapeva Martina che non ci aveva mica creduto tanto all’illusione del sorriso. Ma aveva voluto provarci lo stesso. E ogni giorno rinnovava quella fiducia in un gesto semplice e che non costava fatica. Distendeva i muscoli del volto, scioglieva la fronte e si abbandonava in un sorriso convinto.

Passarono gli anni, tanti anni. Gregorio era morto da tempo, senza lasciare debiti e senza lasciare ricordi precisi di lui.
Martina era diventata mamma e si era trasferita in una bella casa vicino alla città. Aveva un lavoro che le permetteva di vedere come un ricordo formativo la vita di fatiche che aveva conosciuto nella sua infanzia di montagna.

Le restavano negli occhi le stelle del suo borgo, le foglie dei suoi faggi.
Le restava in mente la gentilezza del contabile Gregorio.
Le restava spesso sul viso quel sorriso che aveva imparato a regalare senza calcoli a chi la incontrava.

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Aspettando il campione

mortiroloEravamo partiti presto. Avevamo smontato le ruote davanti. E avevamo messo le tre biciclette monche sul portapacchi.  In piedi come se corressero in gruppo. Come fanno i ciclisti veri. Siamo arrivati presto, ai piedi di quella montagna che conoscevo di fama. Era la mattina del 5 giugno del 1999.
Non sono un ciclista, non lo sono mai stato. Ma quei pomeriggi d’estate a guardare il tour con Marino, nelle nostre estati mantovane, mi avevano fatto apprezzare quel sapore antico di sport. Povero. Faticoso. Fatto di sacrifici e di salite. Di energia da dosare e di cuore da sprecare.
Avevo comprato una bicicletta usata da Stefano, che l’aveva vinta a una lotteria. Me l’ha venduta per duecentomila lire “molto meno del suo valore”. Una bicicletta nera bianca, gialla e arancione, abbinamento così brutto che le davano di diritto il titolo di “mountain bike”.
Siamo arrivati presto ai piedi del Mortirolo. Quando la foschia della mattina risaliva, quasi a suggerirci la direzione. Abbiamo rimontato le biciclette e abbiamo cominciato a salire su quelle pendenze proibitive.

Dei tre io ero il più scarso. Paolo se la cavava e Gerardo era una via di mezzo: amava più la montagna dei pedali. Ma su quelle pendenze si fermavano anche quelli bravi. Qualche tratto con il rapporto più corto, a pedalare come bambini. Qualche tratto addirittura a piedi, con la bici di fianco. Fedele cavallo di ferro. Con i bergamaschi che salivano a piedi, gli zaini pieni di panini e birra, che gridavano “mitici lo stesso”. E prendevano in giro solo un po’.
Ma alla fine siamo arrivati in cima. E abbiamo aspettato il campione.
Quel campione che dopo tanto Indurain, finalmente ci ridava un po’ di orgoglio. Quel campione magro e scattante. Quel pelato giovane, un po’ brutto un po’ buffo. Quel campione che risultava anche più simpatico, dopo essere stato azzoppato un paio di volte da incidenti con le auto.
Ma il campione non arrivava. Noi sul prato da ore, a tirare fuori i panini portati su negli zaini invicta. Ma niente.

L’altopiano dell’arrivo si era trasformato in una fiera di paese. Le macchine degli sponsor, quelli venuti su a piedi, i ciclisti. Colori, striscioni, bandane gialle.
Ma il campione non arrivava.
Si è diffusa la notizia che il campione non era partito. Gli avevano trovato l’ematocrito sballato. La radio dice che il sangue è come marmellata.
Ma il campione non arrivava. Non sarebbe arrivato.
Siamo scesi veloci. Da quella dozzina di chilometri che per farla in salita ci abbiamo sudato per ore.
L’orgoglio di avercela fatta aveva una vena di tristezza. Il campione che ormai era a un paio di tappe dalla vittoria finale del giro, era stato squalificato.

Siamo tornati verso Milano un po’ più silenziosi. Dando la colpa al sole preso in faccia.

Marco Pantani è morto cinque anni dopo. In una camera d’albergo triste e sconfitta come quel ritiro.
E da quel 14 febbraio, proprio oggi, sono passati nove anni.
Quella giornata mi ha dato il gusto del sudore. E se adesso corro con lentezza le maratone forse è anche un po’ per quel gusto.
Non vado più in bici. Non sono stato più sul Mortirolo. Non ho più aspettato i ciclisti in una tappa del giro.
Ma in segreto io ancora lo aspetto il campione.