fango

Manar

bulbarMio zio è venuto  a prenderci alla fine del pomeriggio, con la sua Panda, la prima, quella rossa. Ci ha caricati dicendo solo “Andém a manàr”. Siamo saltati su, uno davanti e uno dietro, al posto dei sedili eliminati da tempo per farci stare i cani da caccia.
Dopo un paio di “Ma cosa vuol dire manàr?” ha persino risposto “Dopo vedi”.
Siamo arrivati sul posto, siamo scesi, lo abbiamo seguito nell’erba alta. I passi miei e quelli di mio fratello erano più fitti, per andare alla sua stessa velocità.

Quando hanno alzato l’argine del Po, dopo la piena del cinquantuno, la terra l’hanno presa lì tra l’argine e il letto del fiume. In questo tratto del Grande Fiume spesso c’è tanto spazio tra argine e fiume. A volte quasi un chilometro. A volte invece è solo qualche metro. Dipende da come si è spostato il fiume, negli anni. Dove ha deciso di mangiare e dove di appoggiare terra.
La golena è stata disseminata di buchi poco profondi, progressivamente riempiti dal limo, piena dopo piena.
E queste  pozze, chiamate generosamente “cave” erano il  luogo perfetto per le nostre avventure.

E oggi andavamo con i grandi. Per questa nuova parola. Manàr.
Entrate nell’acqua. Eh? Nell’acqua? Ma se ci hanno sempre detto di starne fuori?
Entrate nell’acqua su.
La cava stava per svuotarsi per il caldo di agosto. E si poteva entrare in quel mezzo metro scarso  di acqua per cercare di prenderli con le mani. Manàr, appunto. Pescare con le mani.
Tolte le scarpe siamo entrati, in quel mondo di acqua e mistero che avevamo visto  solo dal di fuori. Il fango in fondo era incredibilmente liquido. I piedi affondavano in una melma liscissima e che macchiava l’acqua in un attimo. Sentivo la poltiglia infilarsi tra le dita dei piedi, i piedi affondare, mentre cercavo un equilibrio.
E in tutto questo l’odore dell’acqua stagnante.
Noi campagnoli a tempo determinato, che le altre tre stagioni eravamo polli d’allevamento milanese, eravamo combattuti. Da un lato la voglia di avventura. Dall’altra la paura di quello che ci poteva essere sul fondo e lo schifo per la fanghiglia.
Ma d’improvviso un pesce nuotando alla cieca toccava una gamba o il dorso della mano e cambiava tutto. Diventavamo felini, animali da preda, bestie divertite.
Li cercavamo chinandoci, quei pesci immangiabli. Fino a quando la faccia sfiorava la superficie dell’acqua.
Tanti carassi buoni solo per i cani. Qualche preziosa carpa, o addirittura carpa a specchio. Quando trovavamo un pesce gatto eravamo punti da quelle tre spine nascoste nelle pinne. Lì la lotta era quasi pari. L’anguilla faceva un timore da bestia, con quel corpo da finto serpente che dovevi concentrarti per ricordare che era solo un pesce.

Dopo un’ora in quella libertà siamo risaliti sulla panda di fianco a due secchi che una volta erano stati di pittura da muro.
Felici delle nostre prede di cui ormai condividevamo il colore e l’odore.
E ci sembrava incredibile che, spiegando ai nostri genitori la bellezza di andare a manàr, loro non ci capissero e parlavano solo di farci la doccia al più presto. Di toglierci quell’odore, quel fango.
Ci sembrava davvero incredibile. Davvero incredibile.

Epico fango

golen, battaglia, palle di fango,Non ricordo bene chi fossimo, ma sono quasi sicuro che eravamo in quattro. Di sicuro c’ero io e c’era Marino. E poi anche Vudù. Sì, lo so, si dovrebbe scrivere woodoo, ma i soprannomi dati in dialetto, mica si scrivono con le regole grammaticali inglesi. Non ha senso. E poi a Vudù era stato affibbiato questo nomignolo per toglierne di mezzo uno peggiore, ma sempre per ricordare che portava sfiga. No, dai, non alimentiamo queste idiozie. Al massimo la portava un po’ a sé stesso, per qual suo modo di fare remissivo. Ma questa è un’altra storia.
Avevamo preparato tutti e quattro le nostre cassettine da pesca. Quelle di plastica coi comparti. Con dentro tutte le robine che cercavano invano di essere ordinate. Fili da pesca, ami, piombini, galleggianti. E qualche lenza preparata prima, nell’ombra di un fienile. E le canne fisse, ripiegate e legate dietro la bici.
Ci eravamo messi in bicicletta sull’argine, verso Quingentole. E poi abbiamo preso la discesa verso la golena, nel punto dove sapevamo. E che (anche a distanza di anni) non posso dire, perché noi pescatori mica possiamo dire “i posti” al primo venuto!
Mollate le biciclette dentro un cespuglio di robinia ci siamo messi a cercare come al solito una via nell’erba alta. Ma rispetto alle altre volte che facevamo quel percorso c’era una novità. Avevano arato un campo, dopo aver tolto i pioppi. E sulla terra argillosa era piovuto. Quell’argilla aveva un fascino indescrivibile. Così è stato un attimo, con le canne da pesca e le cassettine nella mano sinistra, allungare la destra per tastare, per appallottolare: perfetta. E la palla perfetta non va sprecata, va come minimo lanciata a Vudù.
Ci deve essere qualcosa di atavico nella lotta tra bande. Ma ci siamo divisi in due contro due e abbiamo posato dietro qualche pianta l’attrezzatura da pesca.
E’ iniziata la più mitica delle battaglie a palle di fango che l’Oltrepò mantovano abbia mai visto. E penso che se ci fosse stato un Omero qualsiasi nei paraggi, adesso saremmo persino famosi e immortali.
Dopo un tempo che non so definire ci siamo fermati. Stremati. Soddisfattissimi. Tracce dei colpi andati a segno sulle nostre magliette, sulle gambe e persino sui nostri capelli.
Abbiamo ripreso le biciclette senza chiederci se qualcuno avesse ancora voglia di pescare. E siamo tornati a casa.
Quando racconto ai miei figli della battaglia a palle di fango, non devo aggiungere nessun particolare, nessuna esagerazione. Era tutto perfetto.Solo ometto di precisare l’età che avevamo allora.