emigrazione

Vincenzo tutto maiuscolo

quickIl museo della scienza è sul lungofiume, ma apre solo alle due. A Bordeaux c’è più freddo di quanto promesso dalle previsioni. Allora decidiamo di avvicinarci un poco, andando a mangiare da Quick.
E’ un fast food in un grosso centro commerciale. Una grossa Q, un locale che è in tutto identico a un McDonalds. Tavolini, spazi, parcheggio, corsia per i patiti del panino che non vogliono scendere dall’auto.
Siamo in dieci bambini compresi. La fila alla cassa è corta, ma ci serve un tavolo grande. Ci dividiamo quindi, intanto che i bambini, quasi scegliendo in autonomia, si lanciano in acrobazie ingoiati (senza scarpe) da strutture di reti, acciaio, gommapiuma e sudore inodore.
Discutiamo un po’ in francese un po’ in italiano per le ordinazioni. Quanti erano gli hambuerger? Quante le insalate? Il ragazzo con la divisa rossa ci chiede “Siete italiani?”. La discussione si interrompe a metà dell’insalata col salmone. Erano una o erano due? Noto solo allora che la targhetta sul petto riporta un VINCENZO tutto maiuscolo.
Continua la lista di panini e patatine e di riconteggi che non tornano mai. Andrea gli chiede “Sei a Bordeaux per lavorare?” e lui “Sì, ma non per questo lavoro, questo è solo per non fare niente. Facevo marketing ma poi è finito il contratto e mi hanno lasciato a casa”.
Gli chiediamo di sfuggita da dove viene, da quanto è in Aquitania, cosa cerca. Basilicata, sei mesi, faccio colloqui in spagna, Londra, Francia. Lui è un bel ragazzo, giovane. Con la faccia da mediterraneo. Occhi scuri, occhi belli. Inesorabilmente triste, ma che non si vuole arrendere.
Ci ripassa vicino mentre, da ultimo arrivato, viene mandato a pulire i tavoli con straccio e sgrassante multiuso.
Lo salutiamo, VINCENZO tutto maiuscolo. Anche se il suo sguardo basso ha qualcosa di minuscolo. Come si vergognasse a essere lì, a pulire i tavoli dove hanno sbriciolato, nell’ordine, famiglie della piccola borghesia francese in giro per compere prenatalizie; coppie di ragazze e ragazzi della banlieu, capelli rasati e catene come se Harlem fosse vicina; gente dell’est che indossa denti d’oro e giubbotti di pelle spessa. VINCENZO tutto maiuscolo strofina con impegno, ci mette molta più energia di quanto serva per togliere quella maionese e quell’unto di patatine.
Ci ripassa vicino, cerco un sorriso che mi assolva. Invece niente. Mi frugo nella memoria, dappertutto. Niente. Un nome da passargli, un’azienda che so che sta cercando, un consiglio con un minimo di fondamento. Niente.
VINCENZO tutto maiuscolo è l’Italia migliore, quella che non sta a casa ad aspettare il concorso, ma muove il culo. E allora perché non sono ammirato? Perché non sono fiero di lui?
Forse perché la sua energia che ci mette, con lo straccio e con la ricerca di un futuro, hanno qualcosa di sbagliato. Troppa forza, troppo poco risultato. Qualcosa di intrinsecamente sbagliato.
Guardiamo l’orologio. Si è fatta l’ora. Ci incamminiamo per andare al nostro museo.

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Ondate migratorie e pastina

emigrationCi sono i bastimenti neri di carbone, nelle prime immagini di italiani che emigrano. E i nostri connazionali sono sagome sgranate in bianco e nero, occhi incavati dalla fame e dalla pellicola poco sensibile.
Sono i nostri bisnonni, forse, che vanno a cercare oltre l’oceano un Eden semplice. Fatto di campi da coltivare e tavola apparecchiata tutto l’anno. E magari di carne nei giorni di festa. I sogni di ricchezza li raccontavano quelli rimasti qui. Chi era sul ponte lance, intabarrato in tutto quel freddo di aria di mare, sperava solo di lasciare indietro un po’ di miseria. Non avevano grandi bagagli da portare. Solo un fagotto con i pochi vestiti e i soldi ripiegati. Soldi che nel porto d’arrivo non sarebbero valsi la fatica fatta per metterli da parte.
Dopo le guerre le immagini sono cambiate. Gli emigranti avevano capelli e denti in disordine. Si spostavano in treni che arrivavano da ogni sud e andavano nelle città delle fabbriche. Valigie legate con lo spago passate dai finestrini della seconda classe. Non contenevano tanto: qualche maglia, dei pantaloni, un’immagine della Madonna. E lettere piene di promesse fondate su un futuro troppo difficile da calcolare. Nelle tasche sogni e sigarette senza filtro. Perché allora era permesso fumare e sognare, negli appositi vagoni. Ci si spostava per stare meglio, per andare verso un futuro migliore. Impastando in un’emulsione densa, retorica sovietica, speranza cristiana e piani Marshall.
Gli emigranti di oggi vanno via per qualche settimana, perché tanto qui non si trova niente, per vedere com’è. Poi finisce che uno un lavoro lo trova, magari non il lavoro che avevamo sognato, ma uno stipendio che “buttalo via in Italia, un contratto così”. E ci si fa andare bene anche la periferia di Londra, anche Dusseldorf, anche Rotterdam. Nessuno sogna di diventare ricco. Solo di riprendersi quella giusta parte di sogni che gli spettava. E che è stata erosa velocemente una crisi venuta dal mondo alieno della finanza. Non portano lettere ma trolley regolamentati dalle compagnie low cost. Il bagaglio a mano è un groviglio di alimentatori, documenti e gomme americane. Intricato, indispensabile come il loro bisogno di futuro. Partono senza rimpianti, sperando di fare conoscenze, di vedere gente, amori, posti. Si fanno lasciare fuori dall’aeroporto, e lasciano in pegno ai genitori un bacio rispettoso e ironico. E fatevelo bastare e non fate tutte queste storie.
Quando hanno due linee di febbre si accorgono della lontananza. Medicinali da banco che qui hanno nomi tutti diversi, e vaglielo a spiegare a un farmacista francese o tedesco che volevi solo una tachipirina. E viene un abisso di nostalgia per la pastina che era una specie di premio di consolazione per la febbre. E nessun supermarket ha qualcosa di simile. Ti facevi andare bene i pacchi di spaghetti con scritto maccaroni, ma senza la pastina no, non vale, cazzo. E di colpo li senti tutti addosso, quelle miglia di oceano, quei chilometri di ferrovia, quelle rotte aeree. Come se le avessi percorse tutte tu, tutte in questa vita. E ti rintani sotto le lenzuola e giuri troppo che “Ma no mamma, è solo un po’ di febbre ma va tutto bene”.

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Questo pezzo è uscito il 30 luglio 2013 sulla rivista online lolingtonpost

Le parole sono le stesse, quindi non vedo perché lo vorreste vedere direttamente cliccando qui.