Economia

Colpa del vento

striscioneScivolano i mocassini di Mario, mentre si arrampica su quei due metri di prato in forte pendenza.
Si arrampica cercando di raggiungere la recinzione per legare quel cartello laconico. Tutto stampatello maiuscolo. “No ai licenziamenti”. E l’umidità della mattina rendono scivoloso quei due metri di erba.
Le auto aziendali passano davanti con la solita ostentata indifferenza. Andando a occupare ordinatamente i posti macchina, in un rigidissimo ordine di scomodità crescente.
Scivolano i mocassini di Mario. Le suole liscissime non hanno mai calcato un prato. E non è facile tenere l’equilibrio quando il peso di uno striscione e dell’imbarazzo ti tirano verso il basso.
Nel legare quello striscione Mario è come distratto. Ripensa a quando ha visto quel comunicato sindacale, quello che lo riguarda da vicino. Il suo reparto bla bla bla a partire dalla data bla bla bla misure bla bla bla. Parole che adesso gli tornano in mente a pezzi. Come fossero lampi. Parole staccate dal testo. Mobilità. Scorporo. Esternalizzazione. Riduzione.
Ripensa alla vergogna che lo ha fatto arrossire, a casa, parlandone con sua moglie. Rileggendo quella fotocopia, senza riuscire a darle una vera spiegazione. Senza riuscire a darla a sé stesso.
Perché Mario, lo conoscono tutti, è sempre stato una brava persona. Uno di quelli che non devi chiedergliele due volte, le cose. Uno che non si è mai tirato indietro quando c’è da far tardi in ufficio. Uno che non ha sabati e domeniche, né agosti, quando serve la sua presenza.
Perché Mario si sentiva utile. Insostituibile. Uno che però sapeva cosa rispondere a sua moglie, quando brontolava appena. Sapeva parlare di responsabilità, di impegno, di soddisfazione di fare un buon lavoro. Con una calma consapevole che la convinceva sempre.
E adesso è lì appeso in quel modo così goffo che non si capisce se è lui a reggere lo striscione o viceversa. E’ lì quasi distratto. E pensa a tutti quegli anni, a quei figli grandi non ancora fuori casa, a quel fondo scivoloso.
Ed è quasi contento che le macchine dei colleghi passino con indifferenza.
Perché non capirebbero che quegli occhi lucidi sono colpa del vento. Colpa del vento.

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La crisi è una brutta bestia

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(a S.B.)

C’era una volta un piccolo paese. Un paese normale, con le sue strade, con le sue case, con le sue persone. C’erano i bimbi, che pensavano al presente. C’erano gli adulti, che pensavano al futuro dei loro figli. Poi c’erano i vecchi: che parlavano del passato, perché avevano paura di pensare al futuro.

I vecchi dicevano “La crisi è una brutta bestia… quando arriva si mangia via tutto… ma non te ne accorgi… arriva e a poco a poco si mangia via tutto… fa i buchi dentro, che poi tutto crolla e non te ne eri accorto prima”.

A dire la verità i vecchi dicono “bruta bestia”. Con una sola T. E con un tono basso, quasi ne avessero ancora paura. Ma tanto i vecchi sono vecchi e nessuno li ascolta. Neanche in quel piccolo paese.

Un brutto giorno la crisi arriva. E nessuno se ne accorge, neanche i vecchi (troppo presi a raccontare di quando c’era la crisi “che è una brutta bestia… quando arriva si mangi via tutto…” e tutte quelle cose lì.

La crisi è davvero una brutta bestia e comincia a mangiare. Inizia dalle cose più facili. Quelle che magari non te ne accorgi neanche. Inizia dalle lettere doppie. Non le le##ere dei postini: proprio le le##ere delle parole. E da un giorno a##’altro le persone cominciano a capirsi di meno. Ma non capiscono neanche il perché.

Danno la colpa a##a raucedine o a##’a##ento strano che ha preso il vicino, da quando sta con que##a di giù.

La crisi continua a mangiare e si a##a##a a##e combinazioni strane. Que##e di##icili. Come le SC, GN, GH, CH. Anche questa volta se ne a##orgono in pochi. E##ezione fa##a per gli amanti della monta**a che adesso non riescono più a **endere dai **iacciai **iando come facevano prima.

(1) Poi la crisi prende cora##io e comincia a mangiare an**e le consonanti più comuni. Parte dalle Z, e poi si a—ani**e sulle G, sulle R, sulle N. E piano piano le fa fuori tu##e.

Sco—i+ i+ +a+ico +ua++o +a—a a +i+orare +e +oca+i. +e +o+a+i. +is+++i++++ s+++ ++ ++##+++ ++i**+.  +++++ +##+ +i++ ++##i +i +cc+++++ **+ ++ crisi c’+, **+ ++ crisi + +++++, + +++##+ ++++i.

+ ++++ ++##i + +++++++ ++##+ crisi, ++ +r++i ++##+++ c++isc+ +i+ +i++++ +i +++##+ **+ +ic+++ **i +++++++i. +’++ic+ ric+##+ + ++++##+++ **+ ++ssi ++ crisi.

+ ++++##+++ i+ ++++ri+ ++r++ +i i++i+++ + ++r+ (c++ ++++ ++##+ + +r+++++ci++++ +++ ++++ +): “La crisi è una brutta bestia… quando arriva si mangia via tutto… ma non te ne accorgi… arriva e a poco a poco si mangia via tutto… fa i buchi dentro, che poi tutto crolla e non te ne eri accorto prima”.


(1) E nessuno lo seppe mai, ma la storia finiva così:

…Poi la crisi prende coraggio e comincia a mangiare anche le consonanti più comuni. Parte dalle Z, e poi si accanisce sulle G, sulle N, sulle F. E piano piano le fa fuori tutte. Scoppia il panico quando passa a divorare le vocali. Risparmiando solo le lettere amiche. Quando alla fine tutti si accorgono che la crisi c’è, che la crisi è reale, è troppo tardi. Tutti parlano della crisi, ma oramai nessuno capisce più niente di quello che dicono gli altri. L’unica ricetta è aspettare che passi la crisi. E aspettare il proprio turno per iniziare a dire (con tono basso e pronunciando una sola T): “La crisi è una brutta bestia… quando arriva si mangia via tutto… ma non te ne accorgi… arriva e a poco a poco si mangia via tutto… fa i buchi dentro, che poi tutto crolla e non te ne eri accorto prima”.

Report e il Bene pubblico. Una proposta.

Nella puntata di Report del 16 maggio 2010 si parla di Demanio pubblico.

Emergono alcuni dati inquietanti. Pur essendo i beni demaniali di proprietà dello Stato (cioè nostri),  questo patrimonio non può essere alienato. Al massimo assegnato in concessione temporanea.

L’illegalità è diffusissima. Alcuni assegnatari dichiarano candidamente di essere abusivi. Tanto in Italia i processi non si fanno. “Una volta manca il giudice, una volta il finanziere, una volta il carabiniere…”

Non c’è nessuna trasparenza nella assegnazione delle concessioni Demaniali. Tantomeno i controlli sul reale utilizzo. Anche quando la concessione è regolare, viene fatto un abuso della stessa. Vengono costruite strutture in muratura (nessuna concessione le prevede). In alcune zone viene addirittura fatto pagare un biglietto per accedere alla spiaggia.

L’importo corrisposto allo stato è così basso da essere ridicolo. Viene presentato il caso di uno stabilimento di 200 cabine. Affittando per la stagione solo 6 di queste viene pagato il canone per l’intero anno.

Il ristoratore che affitta il ristorante di fronte alla spiaggia paga 10 volte di più a chi usa il patrimonio dello Stato. Non è concorrenza sleale questa? Se fossimo di fronte ad un patrimonio di famiglia, dovremmo fare i conti con una rendita di posizione. Iniqua, antipatica, ma legittima. Invece questi signori fanno i monopolisti usando un Bene che è nostro.

Tutti i governi che si richiamano a idee liberali (tutti negli ultimi 40 anni) potrebbero semplicemente mettere all’asta le concessioni e nel contempo regolare diversamente durata e controlli.

Sarebbe un modo semplice e veloce di non regalare rendite milionarie (in euro) a soggetti che non hanno nessun merito. E un ottima fonte di finanziamento per uno stato in perenne debito.

Sento già la voce dei soliti concessionari “con un aumento dei costi non riusciremo a ripagare i costi”. Nessun problema: è un’asta. Avanti il prossimo…