dubbi

Dubbi senza cloro-fluoro-carburi

Mini bomboletta di Schiuma da barba ProrasoSono in vacanza. Ho una di quelle bombolette di schiuma da barba da viaggio. Una di quelle che ti danno l’idea di essere saggio, perché hanno un volume molto minore delle altre. Risparmio vanificato ampiamente dai, magliette e tuta da ginnastica in più. Che alla fine di una vacanza escono dal fondo di una valigia inutilmente carica. Si stropicciano gli occhi. Si stirano le rughe e dicono “Ma almeno una volta potevi indossarci!”.

La mini bomboletta di schiuma da barba è di marca Proraso. Emolliente, rinfrescante, e un altro paio di aggettivi poco convinti che il responsabile marketing ha copiato dai concorrenti. Ma mi piace, esteticamente. E’ verde scuro con qualche scritta bianca e verde chiaro. Senza effetti speciali argentati. Senta colori rosso acceso. Senza evocare isole tropicali. E’ una schiuma da barba che fa la schiuma da barba.

Quando era nuova, ne spruzzavo una dose generosa sulla mano destra e la spargevo sul viso. Dopo averlo inumidito e massaggiato pensando ad altro.
Ma a mano a mano che la bombola si fa più leggera, comincio a essere misurato nella dose. Non voglio finirla. Non voglio restare senza. Non voglio sprecarla troppo in fretta.

Io comunque lo sapevo dall’inizio, che sarebbe finita. Ma nonostante questo l’ho sprecata. Senza rifletterci. O peggio: pensandoci, ma senza avere il coraggio di comportarmi nel modo giusto. Penso queste cose e sorrido. Proprio adesso che il gas non ha più schiuma da spingere fuori e fa un FIUUUU..FLR…FRL…FRL…FSSSssss.

Penso a come questo mio atteggiamento verso la mini bomboletta di schiuma da barba Proraso assomigli al mio atteggiamento verso la vita. Verso una vacanza, verso un’amicizia, verso un affetto. Che mi accorgo di non aver vissuto bene solo quando è vicino a fare uscire solo gas inerte. Senza cloro-fluoro-carburi.

Ma forse non era questo

Don Nanni si siede sulla branda per aprire la lettera, che una specie di postino senza casco gli ha appena consegnato senza scendere dallo scooter impolverato. Timbrata, firmata e sigillata a Roma quasi tre settimane prima.
Nel continente dove la pazienza è alle fondamenta della vita, don Nanni la scorre impazientemente. Cerca le parole chiave. Vuole capire se potrà tenere aperta la missione. Deve capirlo.

Trova quello che temeva. Aggettivi edulcoranti e frasi indirette. “Necessari rapporti di convivenza”… “Occasione per l’econonia locale”… “Ineludibili interessi nazionali”.  Nessun riferimento diretto alla trasformazione della regione in zona industriale. Da quando han trovato il petrolio, è tutto un sottinteso, qui. Qui dove non arrivavano neppure i medici.
Ma non è per le persone, che sono venuto qui diciannove anni fa?
Non è per le loro anime, un domani e oggi per i loro corpi magri senza diete a punti?

E le persone? E il motivo per cui sono qui? Puoi servire il Signore e la Chiesa se non hai più fiducia nelle gerarchie che scrivono lettere come queste? Che parlano di dollari e non di uomini. Avendo una cura eccessiva a non nominare mai né i primi né i secondi?
Abbandona la schiena all’indietro, sdraiandosi.
Pensa alla sua vita, alla sua fede arrivata tardi, dopo la morte di suo fratello. Morte assurda, in moto. Pensa all’ordinazione, a quel “don Giovanni Matalia!” che in Africa ci aveva messo così poco a diventare don Nanni.
Pensa alla missione.
“Ma forse non era questo, non era così”

 

(Dedicato a chi in Africa decide quando è il tempo di andare e capisce quando è il tempo di tornare)