dolore

L’attesa

clessidra2

Ho sempre pensato all’attesa come un qualcosa di brutto che logora, che non da pace. Che snerva. La lama di un coltello passata con sadica lentezza seguendo le fibre del muscolo. Una presenza indefinitamente sbagliata e lentamente dolorosa. Ho sempre pensato che fosse la tortura più grande, perché senza scampo. Ho sempre pensato che l’attesa fosse buia, senza aria.

Ma non ho mai considerato che l’attesa ha in sé anche altro.

L’attesa è costruzione di una realtà che ancora non conosco. Prima è un seme timido, sepolto nel sottobosco acido e buio del dolore. Poi, quando riesce a mettere fuori un germoglio, prende quel poco di forza per crescere. Allora sì che tutto quel tempo lì sotto, tutte quelle lacrime e azoto, diventano forza.
L’attesa fa decantare la confusione dei sentimenti emulsionati. Quando escono dal bicchiere di un frullatore tutte le sensazioni in fondo si somigliano. Allora, se proprio dobbiamo aspettare, è meglio guardare i residui mentre si depositano sul fondo. Lasciare sublimare gli spiriti, lasciare che il profumo si decida. Ma alla fine abbiamo di fronte un qualcosa di preciso.
Nell’attesa impariamo a allentare i muscoli della mandibola, ché non si possono tenere così tesi dopo un crampo. E  impariamo a essere lenti, abbassando pulsazioni e dolore.

L’attesa più bella non è quella che dura poco. L’attesa più bella è quella che ti cambia.

Annunci

Marta Sale

salemartaLa guardo da qua sotto, dal pianoro. Guardo Marta che si arrampica su quella roccia. Precisa che sembra avere le ventose. Grazia e silenzio di insetto a quattro zampe.
La guardo e non capisco come faccia. E sì che di fiato ce n’ho. Io che corro, io che una volta all’anno faccio le maratone. Ma lei è sempre stata lì, ai piedi delle montagne. E non si è mai accontentata di guardarle da sotto.
Ripenso a quando, tanti anni fa, facevamo il doppio nodo agli scarponi. E lei era già pronta. Camminate domenicali di milanesi mischiati ai locali. Pregiudizi e amicizie incrociati. Raccontanti poi solo a metà, per prendersi in giro sull’erba della cime. Lei partiva avanti, silenziosa e con le mani dietro. E andava su. Passo inossidabile, preciso, perfetto. No, non era una gara. Lo sapevamo tutti, persino noi di pianura. Solo che ci siamo sempre chiesti come facesse, Marta, ad arrivare su così. Quasi che si dovesse ricongiungere con la cima. Sembrava non sforzarsi, sembrava un ritorno.

Poi ci siamo allontanati. Lei si è fatta crescere i capelli e la voglia di roccia nuda. Di usare anche le mani, per salire. Noi abbiamo preso zaini strani, coi buchi per fare uscire le gambe. Montagna diversa.
E adesso, per caso la rivedo da qui sotto, dal pianoro.
E’ cambiata. Ha uno sguardo più sicuro, più consapevole. L’ho vista bene. Luminosa, viva, sicura. Gliel’ho detto poco fa. Onorando più una vecchia amicizia che una confidenza attuale.
Lei mi racconta al volo che è un momento strano, che è stata mollata dal fidanzato. E che le fa piacere sentire queste cose, questo affetto, questo ottimismo. Dice che le servono, come fossero un appiglio piccolo, ma un appiglio in più. Ma poi parte, lo sapevo che aveva questa scalata da fare.

E restiamo sul pianoro, coi nasi che guardano in su.
Una roccia liscia che mi fa paura. Ma lei sale. Indaga arpiona solleva. Marta sale piano.
Ha tanta tanta voglia di lasciare tutto dietro. Di arrivare in cima alla montagna che ha davanti. Quella con cui neanche la polvere di magnesio ti è poi tanto d’aiuto.
Sono contento di averla incontrata, un po’ per caso, un po’ per cercare vecchi amici. Sono contento di non aver tenuto dentro quella impressione. Di avergliela buttata contro, sbagliando anche il momento. Ma questo l’ho capito dopo.
Sono contento che sia nato uno spunto, un’apertura improvvisa, una valvola che sfiata,  un dolore che aperto piano, adesso evita di incancrenire.
La vedo che sale. E quel macigno ormai è quasi lasciato indietro.
Sorrido, torniamo alla macchina. Intanto che Marta continua a salire.

Riparto con una strana leggerezza.