coraggio

Con la noia

noia

Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.

 

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Gli scarafaggi e la violenza sulle donne

violenzasulledonneOggi 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Io in questo blog di solito racconto quello che mi viene in mente. Storie che ho vissuto. Storie che ho immaginato di vivere. Sensazioni attorno alle quali costruisco una impalcatura di parole. O magari sciocchezze che ho voglia di raccontare a un amico.
Ma questa volta non ho una esperienza da raccontare. Non una esperienza diretta. Non so bene quale Cielo ringraziare, ma in casa mia non ho mai visto niente di simile. Certo: i litigi che ci sono in tutte le coppie. Ma la violenza è stato sempre un tabù. E così deve essere.
Forse, pensandoci bene, devo fare l’eccezione per un lontano parente che ogni tanto veniva alle mani con sua moglie. Qualche volta, si dice, facendole un male evidente. La differenza di forza fisica lo portava a farle male. Anche se ormai è morto, non ho nessuna remora a dire che lui è stato uno stronzo. Non c’è assoluzione, non c’è perdono per chi rende il mondo uno schifo. Per chi ci riporta indietro di secoli. E quando mi ricordo di lui, di chi è stao, di quello che ci siamo detti non posso non pensare al fatto che fosse uno che picchiava sua moglie. Non importa se una volta ogni venti anni o una volta ogni venti giorni. Era uno che picchiava sua moglie.
Prima di scrivere questo pezzo, mi hanno sconsigliato di farlo. Con delle ragioni molto fondate. La violenza sulle donne è un tema insidioso. Appena esci dal tracciato di quello che si dice sempre, rischi di sollevare un polverone.
Ma appena dici quello che dicono tutti non fai altro che aggiungere discorsi che si replicano banalmente all’infinito. Senza cambiare mai niente.
Invece no.
Ha senso parlarne. Non tanto parlare oggi per onorare una ricorrenza artificiale. Parlarne da oggi.
La violenza nasce spesso in casa. Non è un episodio. E’ cultura di sopraffazione. E’ tradizione fatta di omertà domestica e di silenzi. Dobbiamo parlarne. Dobbiamo avere il coraggio di dire basta.
Gli scarafaggi stanno al sicuro nascosti sotto i sassi. Ma se alzi la pietra scappano. Cercano un’altro posto dove nascondersi, si sentono nudi. Ma se troviamo il modo di scoperchiare tutti i sassi, tutti assieme, non hanno più posto dove nascondersi.
Lo facciamo?

Ma sì, dai!

ruote carrozzina, pram, wheels, children car, macchina bambiniAvevamo trovato uno scheletro di una carrozzina, in un posto dove buttano i rottami. Ci piaceva giocare là anche perché ogni tanto camminando su quelle scomode montagnette di calcinacci, trovavamo qualche sorpresa.
Ma la carrozzina è una cosa da femmine e non ce ne possiamo fare niente. Niente di onorevole. Ma poi, guardando meglio, quelle quattro ruote bianche, di gomma piena…
Prendendo clandestinamente in prestito qualche pinza dal tavolo di lavoro del padre di Giuseppe, abbiamo tolto tutto quello che non ci serviva ed è restata una bellissima base con le quattro ruote. Certo: qualche tubo di ferro cromato, rivolto verso l’alto, non la rendeva un’opera perfetta. Ma a noi bastava.
Una specie di lastra di plastica, che faticavamo a capire cosa fosse stata nella sua esistenza prima della discarica, si era incastrata quasi perfettamente. Filo di ferro e nastro isolante avevano cercato di dare una stabilità a quell’assemblato.
Avevamo discusso non poco dei freni. Una carrozzina, di suo, non li ha. Uno dopo l’altro i progetti ingegneristici per un sistema di arresto, venivano bollati come irrealizzabili e scartati. Io resto convinto che due bastoni laterali come quelli dei bob, tutto sommato, potevano anche fare al caso nostro. Ma un sistema di veti tecnologici incrociati aveva cancellato anche questa idea. Alla fine i piedi, messi sulla strada, sono stati scelti come sistema di frenata ufficiale.
Piccoli test in cui quasi ci picchiavamo per fare il pilota collaudatore. E subito la grande sfida.
Il cavalcavia sulla ferrovia lo stavano ancora costruendo. Per colpa di non so quale ritardo il lavoro era stato sospeso da un paio di anni e l’erba cominciava a spuntare tra asfalto e cemento di quel moncone. La discesa era lunga e la curva (quando la facevamo in bici) ci sembrava dolcissima. Certo: giù si andava sulla Provinciale, sbucando in una specie di incrocio. Ma la visibilità era buona e potevamo scegliere il momento giusto. Quando non ci fosse stato quasi nessuno in giro. Era del tutto sicuro. Certo.
Scegliamo il pilota con un’estrazione a sorte. E qui non si litiga più con la stessa forza di prima. Perché un po’ di paura si comincia a sentire. Vinco io, ma forse questa volta avrei preferito che il “fuori sotto” della conta avesse toccato Giuseppe o Massimo.
I dubbi ci raggiungono. “Ma se arriva qualcuno?” “Ma se ci vedono?” “Ma se non riusciamo a girare e voliamo giù sotto il guard-rail?” “Ma se il nostro razzo è troppo basso e non ci vedono e ci investono?”

Arriva uno spavaldo “Se hai fifa ci vado io”. E questa frase risolutiva, spazza via ogni residuo di prudenza.
Salgo. Faccio finta di controllare tecnicamente il mezzo, ma sto solo prendendo tempo.
Mi dico “Quasi quasi ci mando davvero lui”. Poi visualizzo il trionfo, la gloria dei pionieri.

E subito prima di spostare il peso in avanti alzando i piedi, mi dico “Ma sì, dai”