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Il mio vecchietto sconosciuto

vecchiettoOgnuno di noi ha una persona sconosciuta a cui è legato. No? Non vi sembra possibile? Ve lo dimostro.
C’è nella vita di ognuno di noi una certa ritualità. Un qualche comportamento di routine che ci porta a tornare negli stessi posti. Ricorrentemente.
C’è chi sale più o meno alla stessa ora sullo stesso tram. E condivide con altre persone un numero di fermate. Tanto che alla fine sembra di conoscerle. E in parte è vero. Perché queste persone vivono nella nostra fantasia, anche dopo la fermata a richiesta.
Finiamo per focalizzarci su alcune facce e alla fine nella nostra mente ne sceneggiamo le vite. Pensando a come possono essere, a chi ci sia dietro quel volto, quel cappotto, quei pochi particolari.
A volte la conoscenza è ancora più mediata. Ci si affeziona a una sagoma dentro un’auto. Un’auto particolare, magari con un adesivo strano che la rende riconoscibile in quella quotidiana maledetta coda. E scorgerla ci regala una specie di sollievo. Come se fosse un altro naufrago abbracciato a un altro relitto, come quello che sto abbracciando io.
A volte è un vicino silenzioso, ben vestito, che porta il cane fuori col cappello. Passiamo ci si saluta con un cenno di sorriso e proseguiamo. Ma la curiosità fermenta in questi non detti.

Il mio notorio sconosciuto è un vecchietto che va a correre. O meglio, quando mi sono traferito qui correva. Adesso di solito cammina.
Ha una t-shirt bianca con collo molto largo. Una tuta blu e grigia, di cotone.
Lo incontro spesso quando vado a correre, nei nostri orari sbagliati, buoni per portare fuori i cani o arrendersi a una insonnia.
Ci salutiamo sempre con le stesse parole, ognuno le sue. Ormai è un rito di cui quasi sorridiamo.
“Buondì” con la mano alzata come un ciao.
E lui risponde “Ciao bello! Buona giornata!” Un vocione che si addice poco a quell’aspetto magro e nervoso.
Avrà un’età che a pensarla in numeri forse non è così alta. Direi più di settanta anni, direi più dei miei genitori. Ma non ne sono mica tanso sicuro.
Spesso ha in mano un mazzetto di fiori di campo che porta a chissà chi. A volte rose. Se non mi fosse così simpatico mi farei delle domande sulla provenienza di quelle rose. Perché le pratoline è un conto, ma le rose mica crescono così. Ma un secondo dopo il mio pensiero è già altrove. Dissolto in tanta comprensione che vorrei avere anche in altre circostanze e in altre ore del giorno.
Faccio il conto dei miei anni, dei suoi. E mi dico che alla sua età voglio avere ancora la voglia di uscire presto la mattina e andare a correre. Voglio avere la voglia di portare a casa un mazzo di fiori. Voglio avere ancora qualcuno a cui portarli.
Lo racconto ai miei bimbi mettendoli a letto. Romanzando un po’ le gesta di questo signore misterioso. “Pensate che corre, che lo incontro sempre, che corre tutte le mattine. Pensate che sembra non faccia neanche fatica!” “Come non fa fatica?”

E un giorno lo incrociamo in macchina mentre andiamo in piscina e lo indico, rallentando senza accorgermene.
Basterebbe poco. Sarebbe facile fermarmi, stringergli la mano, chiedergli come si chiama. Dirgli come mi chiamo io.
Ma no, cadrebbe tutto. Preferisco tenerlo nella mia teca speciale da vecchietto preferito. Da conosciutissimo sconosciuto.