confidarsi

Tenersi tutto dentro

  
Forse Emanuele è diventato così per qualche incomprensione di gioventù. Una frase, magari, una frase sola. Detta con la naturalezza e la fiducia di chi parla di sé. Ma che trova di fronte un muro. Una frase sarcastica, una critica cattiva, una risposta becera. O forse solo lo sguardo bollito di chi non distoglie gli occhi da un tubo catodico e ti liquida con un gesto della mano: un “aspetta” mimato tenendo in mano il telecomando.

Ma la verità è che nessuno sa davvero come Emanuele sia diventato così introverso. Probabilmente non lo sa più neanche lui. Tenere tutto dentro è l’unica opzione, non vede altri posti verosimili dove mettere i suoi pensieri.

E in questa anima coibentata mette i sorrisi, mette i litigi, mette le incomprensioni, mette le discussioni, i sogni, le aspettative. Tutto, tutto lì, tutto compresso. Quando apre la sua anima per mettere l’ennesimo sentimento, si sente un piccolo pffff. Deve essere la pressione. O il segno di una possibile fermentazione anaerobica. 

Ma nessuno ci fa caso. La sua ostinata introversione non ha permesso a nessuno di stargli abbastanza vicino da sentire i tutum del cuore. Tantomeno un flebile pffff della valvola dell’anima.

Ma succede qualcosa, qualcosa di strano e infrequente. La pressione interiore, seguendo una qualche facile legge fisica, si trasforma in calore. E trova l’innesco in quel sapore acido covato per tanti anni dentro. Così che, improvvisamente, una minuscola brace comincia a ardere dentro di lui. Piccola piccola, non più grande della testa di un fiammifero. Ma piena di energia, piena di una forza che non ha mai saputo esprimersi.

Non è un fuoco di erbacce di fosso, che fa una fiammata e corre via. È anni e anni e anni. È dolore fossile, temperatura che non so dire. Cresce piano, di dimensione e di calore.

Emanuele non si sente tanto diverso dal solito, abituato alla sua coscienza refrattaria. Non sente nessun malessere particolare. Solo un po’ più di caldo. Cerco, adesso è lì fuori, sul balconcino con la ringhiera in ferro battuto, al quinto piano della palazzina di via Respighi 4. È lì che cerca un po’ di sollievo a questo caldo. Quando di colpo la palla che ha dentro prende il sopravvento. Odii sopiti, amori ingoiati, frasi non dette, rancori covati. Tutto. Questa palla adesso ha un calore è una dimensione che nessuno riesce a controllare. Buca Emanuele, buca il balcone. E piano dopo piano va giù, verso il terreno. Ma anche l’asfalto e il cemento sotto ne frenano ben poco il cammino. Brucia, ingloba scende. Chissà fino a dove, chissà fino a quando.