colleghi

La qualità del processo

camerasterile

Le prime volte che sono entrato nella camera sterile, Alba era già lì.
Il capo degli ingegneri ci catechizzava con zelo. La multinazionale ha protocolli molto precisi per quanto riguarda la contaminazione dei componenti da assemblare. Non deve entrare un granello di polvere. Servono mascherine, sovrascarpe, camici, cuffie. I vostri umori non devono entrare in contatto col prodotto. Ne va della qualità del processo!

Alba scherza tanto. Quando c’è lei di turno, al lavoro, tutti sono contenti di esserci. Prende dall’armadietto quello che le serve, le solite cose, sempre quelle. Ciabatte di gomma, camice, cuffia, strafottenza chiassosa. Il cuore no, quello lo porta da casa, fregandosene dei regolamenti e della camera sterile. Quegli occhialetti senza troppa montatura in fondo le somigliano pure: fanno vedere il suo viso dietro uno schermo, ma è uno schermo piccolo, che fa finta di non esserci. Perché Alba ha un talento speciale nell’abitare la camera sterile. Lei sa come lasciare fuori ogni granello di polvere.
Non è arrivata molto prima di me, ma per me e per gli altri è sempre stata una guida. Non solo sul modo di comportarsi nella stanza di decontaminazione. Non solo sul modo di comandare le macchine e gestire i capi. Sì perché Alba ha sempre avuto una parola giusta per tutti.
Sì, giusta. Non una parola buona, o una parola cattiva o una parola brillante. Proprio una parola giusta.
Ricordo ancora quando mi ha aspettato sulla porta dello spogliatoio maschile, un piede dentro e un piede fuori a dire “muoviti, sei più lungo di una donna che si sente brutta”. Vedeva che c’era qualcosa che non andava e mi ha preso sotto braccio. Un po’ confidente un po’ sergente, e mi ha detto come la vedeva lei. Non ricordo quanto fossero centrate le sue parole. Ricordo che mi è stato vitale vedere che in quell’ambiente non ero il numero riportato sul badge.

Adesso la vedo io. Vedo una tristezza dentro di lei. Profonda come la voce dopo certe nottate sbagliate. Non ho argomenti, non ho elementi. Solo un antica gratitudine, solo una percezione di profonda tristezza.
L’aspetto alla fine del turno. L’aspetto fuori dal suo spogliatoio, seduto. Tutti e due i piedi fuori, certo, perché io non sono mica come lei.
La prendo per braccio e le dico “andiamo a parlare, andiamo via da qui”.

La multinazionale ha protocolli molto precisi per quanto riguarda la contaminazione dei componenti da assemblare. La multinazionale non ammette che gli umori contaminino i processi.

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Me l’aveva giurato

macchinetta“No, ma comunque Stefania è sempre stata una grandissima stronza”.
Con questa sentenza, alla macchinetta del caffè mi hanno riassunto, prima di raccontarmela, una storia. La storia di Stefania. Una collega tutta tacchi e nicotina, una che vuole fare vedere quanto ci tiene.

Dicono che il padre, che lavorava qui, fosse persino peggio. Ma la classifica non è univoca. Resta il fatto che non sta simpatica a nessuno. Alta, magra, mora, bella meno meno. Si è sempre voluta mettere in mostra e alla fine ha fatto una sua carriera, che nella sua testa deve essere un percorso decisamente verso l’alto.
In ogni riunione era sempre la prima a confermare le ipotesi del capo e a voler dimostrare di essere la migliore. A tutti i costi. No, non di essere brava: proprio di essere migliore degli altri. E per questo usava ogni mezzo.

Un giorno mi è capitato di salirci in ascensore assieme e di vedere come trattava un uomo che, vista l’età, poteva essere suo padre. Non ho colto il motivo della discussione di lavoro, ma dalla calma di lui e dagli insulti di lei, il mio pregiudizio ne è uscito rafforzato.
Una così meglio non averla come collega, come avversario, ma neanche trovarcisi nella stessa riunione di condominio.

Probabilmente è per questo che, quando si è saputo del fatto, la notizia si è diffusa con una velocità e una crudeltà senza precedenti.
Era da un cliente, con altri colleghi, nella solita sala riunioni di neon e tende biancastre.
Due domande di rito, senza aspettare una risposta. Il cliente le chiede “Allora, Stefania, come sono andate le vacanze di Natale? Sei stata sulla neve?”
Lei esita. Vacilla, barcolla. Poi non si trattiene e scoppia a piangere. Esce dalla stanza peggiorando il tutto con uno “Scusate” gracchiante.
Restano tutti perplessi e danno la colpa allo stress, a altri pensieri, a chissà cosa.
Invece è proprio lei, Stefania, a volersi sfogare sulla strada del ritorno.
“Quel bastardo questa volta me l’aveva giurato che passava le vacanze con me. Invece all’ultimo momento è andato con moglie e figli”
Il problema è che quello sfogo era molto meno anonimo di quanto supponesse Stefania. Perché il bastardo, come dice lei, è il suo capo. Un cinquantenne calabrese coi capelli tinti, occhiali scuri e vestiti attillati. E visto l’alone di antipatia che suscitano i due, non è stato difficile per nessuno dei colleghi unire i puntini.

Resto lì, di fronte a questi pettegolezzi. Vorrei provare un minimo di pietà, un minimo di compassione. Ma niente. Proprio niente. Non mi sento neanche di difenderla. Perché dovrei?
Mi limito a non commentare, a non diffondere questo ghiotto pettegolezzo.
Finisco il mio caffè della macchinetta e butto il bicchierino di plastica. Vagamente pensieroso.

Storia bonsai

bonsaiPoi quel giorno è arrivato in ufficio con una scatola. Con l’aria di un bambino ansioso per aprire la scatola del nuovo giocattolo. Aprendolo ci spiegava che contiene un seme di bonsai. Che bastava annaffiarlo e sarebbe nato un bonsai.
Il collega presuntuoso, quando non millanta conoscenze altolocate, in fondo è simpatico. Con quel suo entusiasmo fuori luogo e coi suoi discorsi infondati.
Non sono valse a molto le nostre domande “Ma i bonsai non vengono da pazienti lavori di potatura, di rami e radici?”
“Ma sei sicuro che basta innaffiare e cresce un bonsai? Così: senza sforzo…”
Niente: gli imbecilli eravamo noi.
Quindi per due o tre mesi un po’ di acqua della bottiglia di plastica presa ai distributori automatici finiva in questo piccolo vaso blu. Inumidiva quel misto di terriccio e corteccia, ma niente.
Ad ogni annaffiatura l’unica cosa che germogliava erano le nostre derisioni.
Piano piano anche il collega presuntuoso si è arreso e ha ridotto l’enfasi dei suoi “Voi, come al solito, parlate e non capite un cazzo”.
È stato allora che mi è venuto in mente che io, in fondo sono caritatevole. E che io, quando piantavo le lenticchie nella vaschetta col cotone, quelle nascevano per davvero.
Ho portato qualche decina di lenticchie e le ho sotterrate. Ho lasciato che l’esperto di bonsai versasse altra acqua e ho aspettato. Godendomi il suo successo fatto di “Visto, che avevo ragione io?”

Quanto zucchero

macchinettadelcafféSono giorni che sto male in ufficio. Oltre allo stress di Carlotta da portare all’asilo, organizzarmi per riprenderla all’uscita, fare la spesa, tenere a posto la casa e pensare a mio marito, proprio questa non ci voleva. Io non sono mai stata tanto stressata. Sì, la stanchezza, la sensazione di essere sempre fuori dalla zona podio, in questa corsa a cui non ho capito bene quando mi sono iscritta. Ma io, per dire, sono una di quelle che il lunedi arriva sempre in ufficio indossando un sorriso nuovo.
Le cose da fare facciamole. E basta piangersi addosso, ché allora sì che diventa tutto pesante!
Da quando Annalisa è andata in maternità io sono stata messa al suo posto. Così, senza preavviso. Le logiche manageriali non sono sempre così lineari e trasparenti. Forse è che mi avevano chiesto in un’altra divisione e offrirmi questo ruolo da capetto doveva sembrare loro un bel contraltare.
Ho accettato. Non so dire quale fosse la quota di stimolo per la nuova sfida e quale la quota di inerzia. Ma ho accettato, senza troppe domande.
Domani Annalisa torna dalla maternità. Non è un tipo facile. Non siamo mai state amiche. A me non piace creare consensi ai margini delle riunioni. Io sono diretta. Nel bene e nel male.
Annalisa è da qualche giorno che chiama il suo vecchio team. Mercoledi torno con voi, nella valle di lacrime siete contenti? Vi tocca lavorare, eh!
Non so quanto si renda conto che il suo approccio è migliorabile. Ma si sente sicura così e nessuno glielo ha mai fatto notare.
Domani Annalisa torna dalla maternità e troverà che le cose sono cambiate. Prima di tutto che io sono al suo posto. E quel lavoro l’ho fatto bene, in questi sette mesi. Non sta a me dirlo, ma qui nessuno vuole tornare indietro. Men che meno i nostri capi. Ma nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo.
Domani torna Annalisa e mi toccherà fare la parte di quella che le ha fatto le scarpe. Capisci? Io! Da non credere.
Cerco di prefigurarmi, a mente la situazione.
Ciao Annalisa, bentornata. Ti va di prendere un caffé? Ma sì, qui alle macchinette del terzo piano. Mi sa che dobbiamo parlare
Guarda come sai da quando sei andata via sono stata messa nel posto che era tuo. Qui come sai nessuno di noi è indispendabile e insostituibile. Adesso con il tuo ritorno immagino che siamo tutte e due in ansia. Qualcuno (sopra le nostre teste) deciderà per noi. Quello che ti offro io è la massima trasparenza e la garanzia che verso di te sono sempre stata corretta. Quello che ti chiedo, da donna, da mamma, da collega è che non diventi una guerra tra di noi. Pensaci e dimmi se ti sembra un approccio intelligente. Quanto zucchero?
Annalisa… Annalisa quanto zucchero?