cinisello

Probabile velocità eccessiva

fulviotestiStavamo scaricando le borse dalla macchina. Era una domenica pomeriggio, sul tardi. Ma c’era luce. Eravamo di ritorno da Pieve, duecento chilometri di statale. Duecento chilometri di curve, paesi, macchine. Di Fiat.
Sento un rumore forte, come di una botta su un bidone. Alzo gli occhi e vedo che sulla via principale, quella a tre corsie, un’utilitaria esce di strada. Un attimo, quasi sospeso. Entra nel fosso poco profondo. Il dislivello le fa da trampolino e la macchina vola. Orizzontale, istantanea, irreale. A un metro da terra. Colpisce in pieno un platano proprio alla nostra altezza, a una ventina di metri da noi. Non abbiamo neanche il tempo di appoggiare per terra le borse piene di frutta autunnale.
Si fermano le altre macchine, qualcuno corre verso l’incidente. Qualcuno trova un estintore che chissà come gli sia venuto in mente di comprarselo.  Non ricordo se lo usa, non ricordo se servisse. “Chiamate un’ambulanza!”. Qualcuno la chiama, dal palazzo di fronte. Non c’erano cellulari in quegli anni. E se anche qualche macchina aveva le cinture, nessuno le metteva.
Andiamo su, dai, non c’è niente da vedere. Ci spostano per risparmiare a noi bambini la vista di una morte che avevano intuito. Fingono di avere fretta di mettere le borse a posto.
La conferma l’abbiamo il giorno dopo, da un articoletto sul Corriere. Un poliziotto fuori servizio sulla sua A112. Parole e locuzioni che suonano ripetute senza passione dall’articolista. Probabile velocità eccessiva la causa. Procedeva in direzione. Schianto fatale. Forse un attimo di distrazione.
Adesso c’è una piccola lapide, messa qualche mese dopo. Lapide dove qualcuno ha portato dei fiori, ma solo per pochi mesi.
E’ in quel momento, subito dopo quel volo leggero, che ho avuto una chiara percezione di come un istante può cambiare la nostra vita.

Undici

Di giorno il panorama non era niente male, da quell’appartameundicinto all’undicesimo piano alla periferia di Milano. Tanto che, quando un vento inaspettato spostava per un po’ la nebbia e gli altri vapori della metropoli, si vedevano le prealpi che sembrava fossero lì. E in certi giorni benedetti persino gli appennini, centinaia di chilometri a sud. Che anche se non erano niente di più di una insignificante linea ondulata grigio-marrone, ti davano l’idea di poterla capire tutta, la geografia.

E malgrado esistesse un dodicesimo e un tredicesimo piano, io ero anche abbastanza fiero del mio undicesimo piano. Che quando eravamo ispirati piegavamo con gesti sicuri fogli di carta per costruire aeroplani che avevano tutto il mondo a disposizione, fuori da quelle finestre. Oppure guardavamo giù. Imparando a riconoscere le automobili dal tetto e scommettendo su quanto ci avrebbe messo una bolla di saliva a farsi piccola piccola e sparire in uno scoppio muto.

Ma era di notte che tutto cambiava. Bastava una febbre o anche meno. Una leggera inquietudine che facesse il sonno meno rotondo. E tutta questa serenità si sgretolava.

Il rumore crescente degli autoarticolati che rigavano la notte, arrivava da lontano. Il respiro e i battiti aumentavano. E i sogni venivano invasi da quel frastuono. Arrivavano a pieni giri percorrendo le tre corsie che passavano quaranta metri più sotto del mio undicesimo piano.

E portavano una immagine inquietante. Che è difficile chiamare incubo, perché ancora oggi non so dire se viveva nel regio del sonno o in quello della veglia. E con gli occhi chiusi vedevo le forme gonfiarsi. Perdere ogni razionalità. E più stringevo gli occhi più mi si paravano davanti. E aprirli in quel buio secco non mi aiutava. Immagini che crescevano. Come fermentando. Come deformandosi. Forme grottesche. Plastica sopra la fiamma viva.

Poi le righine di tapparella finivano il loro percorso sul soffitto. E tutto passava. Per un po’. Lasciando quelle immagini impresse nella retina e il respiro accelerato. E cercavo tra le lenzuola un nido che mi mettesse al riparo dalla notte.

E mi svegliavo la mattina cercando sicurezza in quell’undici.

Questo scritto è comparso su AliceBaum nel 2011. Poi è sparito, come AliceBaum.