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Persino il cane

canebimbo

I miei figli non hanno fobie. In questo ci prendiamo i nostri meriti. Abbiamo sempre cercato di passare l’idea che tutto va affrontato serenamente. Soprattutto le cose che non conosciamo. Gli insetti, per esempio, non sono degli esseri schifosi, ripugnanti, minacciosi, odddiocheschiiiiifo. Sono dei piccoli esseri viventi che possono essere avvicinati e presi in mano. Rivelandosi molto spesso interessanti.
Lo stesso per gli anfibi, per i rettili con le zampe, gli uccelli.
Una cosa però l’ho sbagliata in pieno. Ho instillato nei miei figli la paura dei cani.

Crescendo in città per me i cani sono quelli che minavano il percorso tra la casa e la scuola. E uno distratto come me è un pestatore recidivo.
Poi ci sono i cani da caccia di mio zio che (appena liberati) saltavano come se fossimo vecchi amici e mi riempivano di linguate e di unghiate. Il sollievo era quando venivano presi e rimessi alla catena.

Quando ho cominciato a portare fuori i miei figli col passeggino spesso io gioco di fare lo slalom (Luca ci teneva tanto a una guida sportiva!) diventava una necessità.
Con la crescita dei figli è cresciuta anche una sottile apprensione per i loro rischi. Quindi sono nati i “Non toccare quel cane, non ti conosce”.
Pericolo evitato.

Ma adesso mi sono accorto che hanno paura dei cani. Non è questo che volevo. Devo trovare il modo di farli riavvicinare. Il cane non è un nemico davanti al quale fuggire. Il cane può essere amico. Persino un amico loro. Persino (respiro profondo) un amico mio. Capisci cosa sto dicendo? Amico! Il cane! Persino il cane!

(Per il padrone del cane ne riparliamo dopo che tutti i marciapiedi sono puliti)

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Sliding doors

Uno quando inizia ci mette anche tanto impegno. Se non tanto, almeno un po’ di più di quello riservato alle cose quotidiane. Cerca di non far fare al suo blog, la brutta fine che fanno la maggior parte dei blog. La fine dell’animale da compagnia regalato al bambino egoista. (E tutti i bambini lo sono). Che la prima settimana ci gioca. Lo scopre. Lo conosce piano piano. Dedicandogli tempo. Si industria per trovargli un nome. Ma non un nome qualsiasi. Proprio il suo nome. E poi già dalla seconda settimana, comincia a trovare noioso portarlo in giro. Gli dedica meno tempo. Gli si dedica meno. Meno.
Che se non fosse per la mamma, quell’animaletto potrebbe morire anche di fame. Dimenticato in un angolo dell’appartamento.

Per evitare di far fare al nostro blog la stessa misera fine, dovremmo pensarci prima. Prima di adottarlo e nutrirlo. Prima di farlo nostro e di dargli il nostro  nome.
Io ho deciso di fare così. Ci ho pensato tanto. Anche perché la pigrizia è una brutta bestia e io la mattina non ho tempo di portare il mio blog a pisciare. E di moderarne i latrati nelle notti di luna.
Ma alla fine ho fatto il grande passo e anche io ho un blog. Giovane. Non di razza, ma è mio. Gli ho dato affetto e mi ha restituito anche qualche soddisfazione. Con quella gratuità e quella docilità e quella mancanza di calcolo che non riusciamo a trovare negli umani.

E poi di colpo mi arriva una segnalazione. “Guarda che nelle informazioni dei tuoi messaggi, dopo la firma, l’indirizzo del tuo blog è sbagliato”. Impossibile. Ma poi, indugiando con crudeltà e precisione sulla natura dell’errore “hai invertito la e con la r, quindi non porta da nessuna parte”.
“sbagliato”.
“da nessuna parte”.
Ecco.  In un attimo mi passano davanti tutte le persone che, spinte da qualche sana curiosità o da qualche insano voyerismo, hanno cliccato su quel link. Link sbagliato, che non porta da nessuna parte, appunto. E che avrebbero potuto conoscermi meglio, tramite il mio blog. Magari fargli una carezza e dargli da mangiare. O semplicemente fermarsi a riflettere davanti a un suo guaito.

Quante occasioni perse. Quanti incontri mancati. E tutto per due tasti premuti nell’ordine invreso.

Cane randagio

Ho incontrato un cane randagio. O lui ha incontrato me. Anzi, sembrava mi aspettasse, sotto casa. Ha cominciato a seguirmi qualche passo dietro. Io mi fermavo per scacciarlo: lui si fermava. Riprendevo a camminare: ripartiva anche lui. Ormai non pensavo a dove dovevo andare, né perché. Ascoltavo se mi seguiva. Ci pensavo, troppo.
Mi prende una inquietudine. Non voglio prenderlo a calci: perché dovrei? Ma non voglio ritrovarmelo tra i piedi: non posso tenerlo. Sento di volerlo aiutare, mi piace, mi piace molto. Ma se gli tiro un pezzo di pane poi mi segue e so già che mi incasinerebbe la vita. E non so cosa fare, con questo cane bastardo.