campeggio

Il riccio invece

riccio

Devo avere ancora da qualche parte la foto di mia sorella, piccola piccola, con una maglietta blu scuro. Le mani in avanti, infilate in due enormi guanti da lavoro. Teneva in mano un riccio. Eravamo in campeggio vicino a Aquileia. Un campeggio al mare, in agosto, uno senza piazzole, molto bello per noi bambini. Di notte qualche animaletto girava per cercare del cibo. Un riccio veniva spesso a trovarci e alla fine lo abbiamo preso.

Il riccio puzza di selvatico. Se lo prendi in mano si chiude per mostrati gli aculei tutti intorno. Sembra tanto minaccioso all’inizio. Ma poi lo capisci che lo fa per difendersi. La paura la senti quando lo vedi respirare, senti il cuore che batte. E aspetti che si apra, anche se lui, finché lo tieni in mano mica è scemo: resta chiuso. E allora aspetti e piano piano, anche se non fa niente, cambi idea su di lui. È impaurito, non minaccioso. Non punge poi così tanto. E anche la puzza, in fondo, non è insopportabile.
Capisci che dentro è tenero, indifeso forse. Ma vivo. Fuori fa tanto per tenere lontani i rompiscatole ma è bello.

Tu coccoli tanto i tuoi peluche ma vorrei che considerassi il riccio. Il peluche è morbido fuori. È facile, facilissimo. Non ti dice mai di no. Ma dentro ha solo robaccia finta, morta.

Il riccio invece.

oggetti volanti non dimenticati

ufoAvevo forse tredici o quattordici anni. Ero in campeggio con la parrocchia, col turno dei ragazzi.
Funzionava così: affittavano un prato, montavano una dozzina di tende a casetta da cinque o sei posti ciascuna, più un tendone con il fondo di legno come refettorio e un piccolo prefabbricato da cantiere come cucina. Una tenda ottagonale per la messa, e due coppie di cabine di lamiera per doccia e wc.
Erano tempi senza cellulari e senza tante balle. Era un bel clima dove imparavamo a gestirci in autonomia, a fare i conti con le vesciche negli scarponi e le prime cotte per la ragazzina di turno.
C’era poco tempo per la pigrizia. Ogni tenda, ogni giorno, era di turno per fare qualcosa. Apparecchiare, sparecchiare,  lavare i piatti. Tra colazione, pranzo e cena qualcosa da fare c’era sempre. Alternavamo giorni in cui facevamo grandi camminate lunghe tutto il giorno a giorni in cui le uscite erano più brevi.

Ma la prima cosa che facevamo tornando alla base era una specie di gara olimpica per mettersi in fila per le docce. Le docce erano due. Ma una aveva lo scaldabagno a gas sempre fuori uso e i temerari erano pochi. Visto che eravamo una sessantina di ragazzi, la fila è immaginabile.
Ci distendevamo in una specie di coda irrequieta che dalle docce proseguiva sul prato. Con costume e accappatoio.

Sono uno dei primi, sono sempre stato velocissimo a mollare zaino e scarponi e a correre con le ciabatte senza troppi fronzoli. Entro. Essendo in un box di lamiera aperto sopra è normale sentire tutto quello che succede fuori. Dopo un po’ sento armeggiare qualcuno. Non do troppo peso. Sono in costume dopo tutto. D’improvviso dal di sopra spunta una bacinella che mi rovescia addosso una decina di litri di acqua gelida.
Io accetto gli scherzi, ma sono così poco acquatico che reagisco come un felino. Di più: la bravata mi aveva bagnato l’accappatoio e asciugarlo a 1400 metri non è così facile. Sono uscito o ho visto Enrico che faceva da scala a Maria.
Quando ho finito di mandarli dove è necessario andare per concludere il processo digestivo, Enrico era già lontano.

Maria invece, dopo che il pavido supporto si era dileguato, era restata appesa alla doccia, penzolando come un panno steso.
A dire il vero non ho mai capito come mai fosse lì e non si lasciasse cadere da 50 centimetri, ma la scena era abbastanza
ridicola. Ho lanciato l’ultimo insulto insieme al catino che ha preso un volo così perfetto da sembrare un frisbee.
Maria è stata colpita alla testa da quell’UFO di plastica ed è caduta sul prato regalando un secondo tempo di rara bellezza
al pubblico che si era gustato tutta la scena.
Non si è fatta niente, ma non ha osato fiatare di fronte alle mie precisissime rimostranze balistiche.
Adesso li ho persi di vista sia Enrico, sia Maria. Io ho cambiato città e vivo lontano da loro.
Ma se li incontrassi parlerei di quei giorni con molto affetto. E continuerei a frignare per l’accappatoio bagnato, certo!

Citronella & Diavolina

“No, ma il campeggio è bello.” “Per i bambini, saprattutto.” “Sai che esperienza unica per loro, è vivere a contatto con la natura” “Eh ma il campeggio è vero campeggio solo se si va in tenda”.
Chi pronuncia queste frasi ci mette sempre tutti gli ingredienti. Tutti tutti. Campeggio, tenda, bambini, natura, libertà.

Il problema è che di fronte a questi scenari paradisiaci, (noi genitori con un istinto blandamento selvatico) ci perdiamo. E con lo sguardo in alto perdiamo di vista il nostro interlocutore. E dopo qualche frase incoraggiante li vediamo già,  i bambini sereni e sorridenti che giocano rilassati. E ci sembra di sentirlo il caldo “che si può stare in costume fino a sera” e “che non mi ricordo più l’ultimo giorno che ho messo scarpe chiuse” e che. E che e che.
Ma se fossimo più cauti, se non avessimo tolto lo sguardo dai nostri illuminati consiglieri avremmo senz’altro notato che parlano di campeggio, tenda, bambini, natura e libertà. Ma nessuno di loro ha mai una esperienza diretta di tutti e 5 questi elementi. Ne conoscono al massimo tre. Più spesso due o meno.
Chi dice quanto è bello il campeggio per i bambini spesso non ha figli. O non ha la tenda. O è andato in campeggio in bungalow quando non aveva figli. Ma noi, incautamente ci siamo affidati ai nostri sogni e all’ambizione di vedere i nostri bimbi vivere nella natura come piccoli Robinson felici. E siamo partiti.

A dirla tutta dall’inizio: l’esperienza è stata piacevole e assolutamente da rifare. Ma sento l’esigenza di scrivere quello che i consiglieri non vi diranno mai. Non per reticenza: ma semplicemente perché non sanno.

Bagagli: sebbene d’estate si indossino circa 100 grammi di indumenti finiamo per portarci 100 kg di tessuti solo per riempirli di grinze e di frammenti di foglie secche. “ma il golfino di cotone per la sera non lo posso lasciare a casa…”

Zanzare: se si va in un posto caldo, le zanzare lo hanno già colonizzato. La sera si alzano nubi di citronella che spaventano i gabbiani. Sembra di stare sul gange a vedere gli inutili riti di tutte quelle indispensabili candele gialle.

Teli murari: visto che i muri delle tende sono di tela, visto che i campeggi sono spesso un reticolo di piazzole vicine, se si è circondati da gente poco educata si è costretti ad ascoltare i loro discorsi (anche in tedesco, olandese, ungherese, milanese) fino a tarda notte. I campeggi in teoria hanno un’orario per il silenzio. Ma il “tutto esaurito” porta i padroni del campeggio a passare le serate a contare i soldi, più che a girare tra le piazzole e chiedere il rispetto delle regole. E l’uomo vacanziero, spesso, aveva il bagaglio così carico che l’educazione proprio non ci stava.

Barbecue: il campeggiatore pigro pensa al campeggio come a un posto dove farsi grandi mangiate di carne e pesce. Rigorosamente ai ferri. Perché è più naturale. Poi nella realtà si scontra con legna che non prende fuoco e carbonella umida. E ricorre alla famigerata diavolina. Quando si fa sera, si alzano folate di diavolina che fa profumare la pineta marittima come un deposito aeroportuale di kerosene.

Ma se si impara a convivere con zanzare, bambini insonni, animatori insulsi di baby dance, sovraffollamento agostano, poi il campeggio è bello. E si può gustare anche la poesia di un tramonto, assorti un una nuvola di citronella e diavolina.