campagna

una sedia bassa

Oggi ti mettono sotto terra. Per modo di dire. Perché ormai la terra è un bene di lusso e adesso usano formule grammaticali e architettoniche che sanno di artificiale. Non seppelliscono: inumano. Non scavano una fossa, aprono una cella. Che scherzo per te, che la terra è stato il tuo lavoro tutta la vita.
Io adesso abito lontano e questa è anche la settimana sbagliata per farti un ultimo saluto. Dovevo farlo prima, quando tu, vecchio, aspettavi ogni visita come un regalo.
Ma io avevo da fare. Avevo giovani da vedere, golene da respirare, argini da correre, biciclette da gonfiare, bambini da far giocare. Tutte cose migliori che andare a trovare un vecchio.
Sappi però, che nel mio individualismo giocato da lontano, una frase mi è restata.
“Simone: la vita l’è na stüpidada!”
Una frase lanciata così. Detta con leggerezza, ma seguita da una pausa triste e lunga come una vita.
Una stupidata.
E io che mi chiedevo come mai potesse essere definita così, una vita. L’avevo sentita paragonare a una ruota, a una scala, a una giornata, a un sogno. Ma a una stupidata mai.
Seduto su quella sedia bassa, con le gambe tagliate per usarla per mungere, ci stavi bene. Era fuori dalla stalla, anche quando non avevi più vacche da mungere. Quasi a segnare il territorio. Era un lume acceso sulla finestra. Diceva “vienimi a trovare”. A tutti.
Aspettavi visitatori. Parenti, conoscenti, passanti. Aspettavi che ti raccontassero le storie, i pettegolezzi, i frammenti di quelle settimane.
Io e Marino ogni tanto passavamo. Qualche volta venivamo da te a guardare la tappa del Tour, quando eravamo lì in luglio. Guidone, lo chiamavi, come Bontempi. Ma allora il nostro gran premio della montagna era la salita dell’argine. Il tuo gran premio era già la vecchiaia che era arrivata e ogni tanto ti staccava in salita.

Poi ci sei arrivato ai novanta anni. Che neanche tu l’avresti mai detto. Cerca di farti bastare quella cella, anche senza la tua terra e anche senza la tua sedia bassa. Vengo a salutarti, quando passo di lì.
“La vita l’è na stüpidada”. Adesso lo intuisco.

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Accompagnare le vecchie glorie

Trattore SAMESAME. Società Anonima Motori Endotermici. Perché quando l’hanno fondata c’erano i Landini. Che avevano bisogno che gli si scaldasse la testa, per metterli in moto. Il SAME era il nuovo, la tecnologia.

Ieri ho rivisto il mio SAME. Un trattore che un tempo è stato di un arancione lucente. Lamiera spessa e parafanghi squadrati, che erano il nostro sedile, quando mio zio ci portava a fare un giro. Sul “sameto” abbiamo imparato a guidare. Prima io e mio fratello. Poi tutti gli altri cugini venuti dopo. Due cambi. Dalla prima alla terza più la retromarcia. Poi le ridotte. Marce non  sincronizzate. Che per guidarlo in strada dovevi essere bravo.

Aiutavamo mio zio a raccogliere le balle di fieno e di paglia, che a quei tempi certamente non chiamavamo così. Trenino fatto da trattore, montacarichi e rimorchio. Tieni la fila fino in fondo. Poi gira senza finire nel fosso.
Il SAME era la nostra crescita, la nostra responsabilità. La nostra scuola, anche. E il nostro veicolo per la scuola guida. Molto prima della 500 e della Dyane. Prima. Era la campagna che noi cittadini sognavamo per il resto dell’anno. Era la libertà.
Anni dopo ho saputo che proprio sotto quel trattore è morto mio nonno, in un fosso alla fine di un campo. Era il ’71 a non aveva ancora sessanta anni. Ma il SAME non è mai stato odiato per questo. Il SAME era il SAME, già da allora.

Ieri ci ho messo su i miei figli e i miei nipoti. E la lotta era guidare su e giù per la corte Ca’ Bruciata e gli stradelli di campagna. Le stesse voci, la stessa festa di anni prima. Quando c’ero io, al loro posto.
Mio zio dice che la ruota dietro traballa e quelle davanti sono fuori asse. E la frizione è da rifare. Che solo la frizione costerebbe il doppio del valore del SAME.
E’ così che muoiono i miti. Un preventivo di mette davanti la realtà. Ti mette davanti il tempo che passa. Come una lastra letta controluce dal primario che scuote la testa e non dice altro.
Mio fratello anticipa i tempi e dice di tenergliene un pezzo. Uno qualsiasi. Io faccio le foto al SAME, fingendo di fotografare i cuginetti che si contendono il volante.
Mio zio dice che non lo demolirà. Piuttosto lo metto sul fienile. Come un monumento. Un monumento a cui non è possibile aggiungere nessuna targa, tanto gli altri non capirebbero.
Non è mica facile, sai, accompagnare le vecchie glorie alla fine.