caldo

Sintetici al 100%

clothesIo proprio questo caldo non lo sopporto. Non so più cosa togliermi. E non trovo mai il momento giusto per andare a correre. E questo mi innervosisce.
Alla fine mi decido e ci vado, a correre. Ma fa caldo. Caldissimo
Scelgo i pochi vestiti più adatti. La maglietta più leggera. Una canottiera addirittura. Cardiofrequenzimetro, fascia, cappello traspirante. E occhiali da sole, quelli che tengo solo per gli allenamenti.
Mi prefiguro quanto suderò. E mi trovo a riflettere sui miei indumenti leggeri. Sul mio acrilico traforato. Da quando neanche ventenne ho cominciato a correre i materiali hanno fatto passi da gigante. E’ un materiale pensato così bene che butta fuori il sudore in un attimo. Quando arrivi sembra di non avere addosso niente.
Poi, qualche secondo dopo, il calore ti raggiunge. Come se fosse un compagno di allenamenti restato indietro. E nel fastidio di quella calura capisci quanto sono stati efficaci nel tenere il caldo fuori.
Anche i pantaloncini, quelli con gli slip integrate. Leggeri, freschi. Sembra di non avere addosso niente.
Penso a quando ho iniziato a correre. Indossavo magliette di cotone. Ne cercavo nel cassetto una con una scritta o un disegno decente. Che dessero, almeno a me, l’idea dello sportivo. Tanto gli altri non ci facevano caso. Ma di questo ho avuto consapevolezza solo tempo dopo.
Penso a quando ho iniziato a correre con magliette di cotone, pantaloncini di cotone a mezza coscia e mutande. Arrivavo stracarico di sudore.
Alleggerito da questi ragionamenti quasi non mi accorgo che ho iniziato a correre e ho fatto tre o quattro chilometri. Fa caldo. Molto caldo.
All’improvviso, con lentezza, mi attraversa la strada un barbone. Ha un cartoccio di vino bianco in mano. Lo tiene con collaudatissima noncuranza. Ha una giacca a vento sporca, sopra una camicia di jeans. Ha pantaloni lunghi, scuri. Immagino siano sporchi anche quelli, ma non riesco a vedere bene. Ai piedi ha due scarponi. A parte lo sporco potrebbe essere un abbigliamento da montanaro del sabato, in ottobre. Ma adesso fuori ci sono quasi quaranta gradi e davvero non so come faccia.
Dopo un attimo di disorientamento per il suo abbigliamento, torno a ripensare al mio. E tutti i sacrosanti pensieri di prima mi vanno stretti.
Mi sento cretino per il contrasto. Mi trovo in uno scomodo paragone con quel barbone che, preso da altri strati di sofferenza, pareva non dare nessuna importanza a quanto indossava sopra.
La canottiera mi resta incollata al petto, come questi pensieri.
Che ormai mi sembrano innaturali. Sintetici al 100%.

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Strati

Erano giorni che non correvo, nonostante in teoria io stia preparando una mezza maratona e una maratona. Il freddo, ma soprattutto il fondo innevato avevano dato un alibi formidabile alla mia pigrizia latente.
Ma domenica pomeriggio, smarcati bolo e obblighi familiari, sono riuscito a mettermi calzoncini e scarpe e a partire.
C’era un bel sole, che cercava di sciogliere l’improbabile neve gelata ai bordi delle strade.
Correvo con qualche timore per il fondo scivoloso, ma con lo spirito stupito di un animale restato troppo tempo in gabbia.
D’improvviso ho visto un’auto con una donna alla guida. La donna doveva avere il riscaldamento al massimo. Rispetto ai pochi gradi fuori, infatti, indossava solo una maglia di lana. Guardando meglio ho visto che stava gustando un cono gelato.
Mi ha preso una vertigine. Ho visto tutto dall’alto, da lontano.
Strati di caldo e freddo. Sole, Neve, riscaldamento dell’auto e cono.
Mi è sembrato tutto assurdo e ridicolo. E affascinante. La mia mente mi ha parato davanti immagini di contrasti. Alternati ed eleganti.

La livrea di una zebra. Una doccia scozzese. La facciata del duomo di Siena. Una fetta di millefoglie. Gli anelli di un ceppo.

Ecco: se fossi bravo abbastanza, vorrei riuscire a parlare di questo controsenso estetico.
Ho scosso la testa, per scrollare di dosso il pensiero nascente di questa assurdità. E ho accelerato il passo.