bimbi

Fantasmi

cameraAnche se non fa più così caldo, dormo ancora sopra le lenzuola. Sto dormendo e sento qualcosa che mi sfiora le dita dei piedi, da sotto. Come se ci fosse uno dei bimbi ai piedi del letto che vuole svegliarmi senza parlare. Ci metto un po’ a capire da quale parte della veglia sono. Poi realizzo che se c’è in giro al buio Federico, potrebbe anche cadere per le scale. (Chissà perché non mi sembrava plausibile fossero Chiara o Luca).
Non vedo niente. Allora chiedo verso il buio “Cosa ci fai in giro?” Nessuna risposta. Francesca si sveglia per la mia frase detta piano. E si inizia a preoccupare.
Mi alzo per controllare. Ma sono tutti e tre nei loro letti.
Francesca dice “Allora chi era?”
Il mio ragionamento finisce in un “mi sarà sembrato” che non la convince. Mi costringe ad aiutarla a controllare tutta la casa. Lo faccio, sbuffando. Nessuno in giro. Solo la tapparella della cucina lasciata alzata. Per me è indifferente, ma lei vuole che le tapparelle siano abbassate di notte. Come se il non veder fuori sia una protezione in più. L’abbasso brontolando, mentre cerco di non fare rumore.
Torno a letto.
Non crederete mai cosa ho scoperto la mattina dopo.
Francesca mi racconta che era Luca. Si è svegliato altre due volte, ma non l’ho sentito. Alla fine lei è andata nel suo letto e Luca è finito nel lettone, a tormentarmi di calci fino all’alba.

Se fossi un lettore di Tolkien o della Rowling o di quelle robacce lì, avrei pensato a qualche entità.
Se fossi un lettore di Feltri o Belpietro avrei pensato a un rumeno che stava rubando in casa.
La conseguenza logica, adesso, dovrebbe essere che io sono meglio dei lettori di romanzi fantasy e di giornalismo fantasy. Eh, ma così non vale. Sto facendo il furbo. Guardiamo i fatti: io ho avuto una percezione. Ho cercato di interpretarla. Ma alla fine ho sbagliato in pieno, convincendomi nel mio comodo “Mi sarà sembrato, non era niente”.
Se fossi un lettore dei sogni di Luca avrei cercato di chiedergli cosa lo tormentava, stanotte. Forse un gioco del giorno precedente o l’approssimarsi dell’inizio della scuola. Forse solo una zanzara.
Alla fine sono contento dei suoi calci, con cui cercava di sentire che c’è qualcuno vicino.

Si rompono

si rompono le ruote delle macchinineSi rompono le ruote delle macchinine. E un figlio viene a chiederti “Papà è la mia preferita, me la aggiusti?”. E allora cerchi di spiegargli che non è una tragedia. Che tutto si rompe, che ne ha tante altre. Che non tutto si riesce ad aggiustare, a volte proprio non si riesce.

Si rompono le tazze. Anche le tazze preferite. Quelle che una sorella con cui litigavi sempre, ti ha portato da un mese di lavoro in Irlanda. E non l’aspettavi. E adesso vale più di tutti i servizi da tè del mondo. E quando si rompono queste cose, non c’è colla o mastice che tenga.

Si rompono le amicizie. Magari per una frase detta con leggerezza e che alla fine non riesci più a recuperare. Ma è solo perché una crepa c’era. Solo che era meno evidente di quella di una tazza. Una crepa fatta di due vite che sono state vicine e che sono cresciute in direzioni diverse. E per fortuna non ci proviamo neanche con la colla, lo sappiamo che sarebbe un errore. Lo abbiamo imparato dalle tazze.

Si rompono gli elettrodomestici fuori garanzia. Magari appena fuori. Comunque sempre prima di quando avevamo pensato di cambiarli. E viene una rabbia impotente, quando ti dicono che l’uscita di quello che dovrebbe venire a vedere il guasto ti costa quasi come comprarlo nuovo. E allora sei costretto a buttare, ricomprare. Nessun riciclo, nessun uso virtuoso. Costretto a ricomprare.

Si rompono le lastre di ghiaccio, sotto gli stivali della nostra infanzia. Quando su pozzanghere ghiacciate ci sognavamo pattinatori. E capisci di essere solo un rompighiaccio infreddolito e goffo.

Si rompono i nostri piani per il futuro. Quello che scrivevamo da piccoli. Quello dove dovevamo fare gli astronauti, i pompieri, calciatori, o salvare il mondo. E ci ritroviamo a indossare cravatte, invece che caschi spaziali.

Si rompono le ruote delle macchinine. E cominci a capire che forse sì: se sai usare gli occhi giusti, può essere una tragedia.