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Bicchieri di carta e peli di gatto

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Come ci sono arrivato qui? Qui in fondo a questo malessere, intendo. In una vita tutto sommato invidiabile ma con questo senso addosso.
Sento che il tempo rallenta. E non riesco a lasciare indietro tutta un’inquietudine che alla solita velocità di crociera non si avvicinerebbe. Ma adesso è lì. Come alla fine di una corsa in tarda primavera, quando fermandoti non hai più quel minimo di aria in faccia e tutto il caldo umido e deciso di maggio ti avvolge e non ti lascia.

Come ci sono arrivato qui? Me lo chiedo ma forse lo so. È il risultato di farsi andare bene le cose. La risultante di rimbalzi e sponde e attriti. È la somma quasi esatta di scelte non fatte con il dovuto coraggio.

Come ci sono arrivato qui? Ad accorgermi che il soffitto andrebbe imbiancato di nuovo e se conti gli anni non sembra poi così assurdo. Ma manca la voglia, il tempo e la scala di alluminio abbastanza alta. Allora mi giro, scansando il telecomando solo di un po’.

Come ci sono arrivato qui? In questo salotto pieno di peli di gatto con in mano un bicchiere di qualcosa di analcolico che si scalda piano piano. Fino a quando mi decido a mandarlo giù, più che altro per liberarmi la mano. Tanto l’ho capita la strada che fanno le bollicine di anidride carbonica aggiunta. Si gonfiano, si uniscono e credono di andare in alto. Fino a quando in superficie si dissolvono nell’atmosfera. Senza fare il rumore che vorrebbero. Seguendo il più cretino dei destini.

Come ci sono arrivato qui? In questo presente di scelte non fatte, bicchieri di plastica, telecomandi e peli di gatto.

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Stabile e sicuro

trebicchieriPiove e si ritrovano in un bar. Silvano arriva in motorino, lo parcheggia nelle righe, lo raddrizza, copre il sellino con un sacchetto e mette la catena. Lorenzo arriva subito dopo, con l’autobus, puntuale, anche l’autobus. Monica arriva poco dopo, ha preso la macchina, suo marito era in ritardo, ma abita vicino.

Entrano nel locale dove con chiarezza meccanica vengono spiegate le regole e i prezzi. Quei tre non sembrano gente da aperitivo, ma dopo essersi letti tanto è una buona occasione per vedersi.

Parlano parlano parlano. Intanto il locale si riempie di gente difficile da definire. Il discorso rimbalza piacevolmente di qua e di là. Poi si finisce a parlare di lavoro.

Lorenzo dice che forse si sposterà in Spagna. Lui e la famiglia. Che ormai qui è dura e i contratti nuovi sono pochi irraggiungibili. E magari l’estate prossima ci provano. Per vedere come sarebbe. Per vedere com’è.

Monica ha un contratto a tempo indeterminato, ma suo marito è meno stabile. Lei vorrebbe cambiare, andare all’estero, cercare nuove sfide. Ma si sente il perno del compasso. Dice proprio così. Si vede che sa trovare le parole giuste, come quando scrive. Le pesa questo essere l’elemento stabile e non potersi proiettare verso una crescita.

Silvano ha qualche anno di più. Un lavoro di quelli che venivano descritti con aggettivi democristiani. Solido, stabile, sicuro. Come se ci fosse sicurezza. Ma non lo dice, non sarebbe delicato nei confronti degli amici che devono fare i conti con altro ordine di problemi. Nella mente di Silvano si formano improvvisamente delle bolle di pensieri. Pensa che è fortunato ad avere questa stabilità. Pensa che questa stabilità è la sua maledizione, quello che lo tiene fermo. Pensa che con i figli non sarebbe serio fare scelte azzardate. Pensa che non ci sono occasioni, ma se anche ci fossero lui lascerebbe passare tutti i treni. Pensa che è un idiota a pensarla così. Pensa che è una serata davvero piacevole e cerca di godersi la compagnia dei suoi amici.

Fuori ha smesso di piovere.