barcellona

Mi ha preso sotto braccio

tibidaboLei era di una bellezza semplice e perfettamente convincente. Io no. Avevo uno zaino Invicta come il suo. Lei portava jeans con il risvolto, come i miei. Ma chissà com’era, lei ci si sentiva proprio a suo agio. E  io no.
Lei era nell’altra quarta, gita di classe a Barcellona. In pullman. Una lunghezza e una scomodità che forse, le caravelle di Colombo, no dai: lasciamo perdere.
Io l’avevo vista da lontano e apprezzavo la sua bellezza pulita. Molti le preferivano le due amiche, quelle appariscenti e scosciate. Quelle coi capelli color “voglio avere venti anni”. E a diciassette è un bel salto fino a venti.
Eravamo al parco divertimenti Tibidabo, fuori dall’autoscontro. Tutti e due tra quelli che aspettano che l’infantilismo dei compagni di classe esaurisca i gettoni omaggio.
Ma a un certo punto, quasi senza pensarci, io mi sono messo di fianco e le ho parlato di Katia, un’amica comune. Lei si è girata, mi ha preso sotto braccio e mi ha detto “Parliamo”.
Io in quel momento ho visto il mio tradizionale impaccio abbandonarmi. La mia ritrosia prudente, la mia vergogna: tutto. Mi sono lasciato prendere sotto braccio.
Mi sentivo qualcuno, mi sentivo uno che non ha paura dei suoi diciassette anni.

Abbiamo parlato per ore, poi la sera ancora, nel tragitto tra albergo e locale di flamenco come da copione.
Ma questo non conta. Ma no, cosa dici? Non abbiamo limonato! Abbiamo parlato, capisci?
D’accordo, hai ragione tu. Questa storia non è niente di speciale, a guardarla dal di fuori.
Ma mi è venuta in mente quella sensazione e volevo parlartene. Mi sa che non ci sono riuscito, vero?
Conta che mi ha preso sotto braccio e io c’ero.

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