barattoli

Chiudere

chiudereArriva un momento in cui ci si trova davanti a troppe cose aperte.
Ci sono porte socchiuse che conviene accostare.
Ci sono barattoli che conviene sigillare, anche a costo di di doverli riaprire un po’. Facendo i conti con il bordo caramellato. Per poi chiuderli bene. Senza pensare a quando dovremo riaprirli.
Ci sono bozze da trasformare in testi. Dando un corpo, una coda, un ritmo, un finale. Una piccola botta sulla schiena per farli camminare. Per vedere se, vinta la paura del primo passo, sanno stare in piedi da soli.
Ci sono occhi da chiudere per renderci conto, non solo in teoria, che anche al buio i mostri non esistono. Ci sono luci da spegnere. Ci sono ansie da tenere lontane.
Ci sono vestiti da riporre. La stagione giusta è finita. Magari non è il freddo che avanza e tanto poi ritornerà. Magari è la stagione nostra che cambia. E quei panni non sono più adatti.
Ci sono subordinate da chiudere, parentesi da chiudere, virgolette da chiudere. E non è pignoleria grammaticale. E’ farsi capire. Non indugiare in una specifica di troppo.
Ci sono amicizie da archiviare, magari con una spiegazione. Un saluto benedetto da un sorriso, niente di teatrale, per carità.
Ci sono finestre da chiudere ché sta arrivando il freddo. Indugiando solo un po’ guardando gli storni che disegnano nel cielo le loro paure a forma di bolle nere.
E dopo tutto questo chiudere capire che abbiamo fatto lo spazio per aprire qualcosa di nuovo.

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Barattolo

Deve essere cominciato in quel granaio. Prima della ristrutturazione che ha cambiato luce, polvere e odori. Addirittura il nome: adesso si chiama “mansarda”.

Nel granaio della casa dei miei nonni c’era tutta una storia di decenni di legno ricoperto di polvere. Dappertutto odore di guano di piccione e feci di topo, che allora accomunavo in un sincopato “merda d’ pison e d’ pònga”.

Ma oltre a tutto questo c’erano tanti barattoli. Recipienti che sicuramente non sarebbero stati riutilizzabili ma raccolti “perché possono sempre venire buoni” da mia nonna. Scatolotti di plastica, di vetro e di resine di cui ormai si è persa anche la formula chimica.

Adesso quando divido diligentemente la plastica dalla carta dall’umido, (che però nella città dove vivo va con il  tutto-il-resto) è compito mio svuotare il frutto del mio discernimento nei cassonetti in strada.

La carta non mi piace e la scarico con piacere. Con il tutto-il-resto va ancora meglio: il sacchetto arriva giù annodato e nessuno si è mai curato delle categorie residuali.

Ma la plastica no. Ogni volta che metto i barattoli nel cassonetto giusto li riguardo ad uno ad uno. E devo concentrarmi molto su quello che sto facendo, per non tornare in casa con il sacchetto pieno. Ogni recipiente mi fa venire in mente un impossibile futuro utilizzo e un po’ di quel “può sempre venire buono” mi è restato dentro.

Se avessi una casa immensa vivrei da barbone: io e la mia casa luminosa piena di pulitissimi barattoli vuoi. Pulitissimi. Barattoli. Vuoti. E’ grave dottore? Ok ci vediamo la settimana prossima.