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L’argine cede

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Di fianco a questo argine ci siamo nati. Ce ne siamo presi cura noi, dopo i nostri padri. E prima di loro i nostri nonni e indietro e indietro e indietro ancora. L’argine è come se ci fosse sempre stato. Ha qualcosa che lo mette al di fuori del tempo.

L’argine divide questa terra.
Di qui è letto del fiume, è golena, è spazio dove il grande fiume può uscire a gridare le sue antiche litanie sorde ogni volta che vuole.
Di là è terra strappata all’acquitrino. È bonifica, è campi, è grano, è fame scampata per una stagione ancora.
No, prima non era così. Dicono che qui era palude, acqua che si ferma,  quando il grande fiume ad ogni piena decideva con quale capriccio ridisegnarsi. Ma adesso l’argine c’è e ci rassicura.

E stanotte siamo qui, tutti gli uomini abili, a vegliare questa piena. E il fiume sale, sale, sale. Come se non dovesse mai fermarsi. Piantiamo bastoncini lungo la sua banca. Per vedere quanti ci mette a sommergerne la base. E spostiamo di ora in ora in su il livello della nostra paura.
Sgraniamo preghiere e bestemmie allo stesso indirizzo. Non sappiamo più cosa chi come.
Continua a piovere, continua a salire. E guardi il fiume senza capire più se l’acqua che lo sta ingrossando è proprio quella che sta cadendo ora o è quella piovuta nelle ore scorse o nei giorni scorsi nelle settimane scorse. Piove che mi sembra una vita. Fa freddo di notte e anche le ossa sono bagnate. Ma di fronte a questa paura non ce ne lamentiamo. È l’attesa che fa male, non le ossa.

Questo argine lo abbiamo sempre visto come una sponda sicura, come parete di contenitore.
Ma adesso l’acqua filtra, penetra, imbeve. E non la sappiamo maledire, questa acqua, perché è la stessa acqua che abbiamo invocato per bagnare i raccolti. E adesso è un nemico che odiamo e che rispettiamo. Quest’acqua che non si fa contenere ma corrompe.
Nella poca luce che cala fissiamo lo sguardo, appoggiandoci ai badili fermi, sull’acqua marrone scorrere verso destra. E senza accorgerci ci imprigiona, ci fa perdere il senso, ci ruba l’equilibrio. L’amiamo come un errore, prima di riprenderci la nostra vita di equilibri.
Ma l’argine adesso diventa pane nella minestra. Diventa dubbio.

Poi l’argine si rompe, nella notte.  Allora è terrore e inconfessabile liberazione. È incapacità di capire le conseguenze. Stupore di morte.
L’argine si rompe e lo sai che da questo momento esatto non sarà come prima.
Lo riparerai, metterai sacchi di sabbia. E sopra i sacchi terra e sopra la terra speranza, sperando che tenga.
Magari ti saprai riprendere i campi, la casa. Seminerai un altro raccolto.

Ma sai che non sarà più come prima. Perché adesso lo sai che l’argine non è invincibile.
Adesso lo sai che l’argine può cedere. Sai che l’argine cede.

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Che non serve perdere tempo coi sogni

crederealpoTi ho portato qui. Sull’argine del Po. Per farti vedere una cosa importante.
Cosa vedi? Non dici niente. Non avere fretta di rispondere. Non avere fretta di capire.
Vedi solo i campi a righe sotto, eh? Vedi solo la griglia dei pioppeti in golena, verso il letto del fiume? Vedi solo la strada in cresta all’argine, che lo trasforma in una figura geometrica strana?
Ma quello che non vedi è il tramonto. Certo: mancano ore.
Ma quello che non vedi è quel vecchio pioppo lasciato crescere oltre ogni logica da mediatori di legname.
Quando ero piccolo mia zia, una ragazzina di neanche venti anni, ci portava qui a vedere il tramonto. Andiamo a trovare Pippo, diceva. Pippo era il soprannome che aveva dato a questo pioppo. Aspettavamo il tramonto, d’estate, dopo cena.
La casa dove abitava è a poche centinaia di metri dal grande fiume. E mentre ci avvicinavamo lei ci spiegava cosa fosse questo tramonto.
“È un momento bellissimo, quando il sole va a dormire all’orizzonte, tutto si colora di rosso, un momento magico e bellissimo, andiamo a vederlo vicino a Pippo…”
La nostra fantasia si gonfiava di aspettative senza cautele.
E qualche giorno facevamo bene i conti e arrivavamo all’ora giusta per il tramonto. Non sempre eh, non sempre.
Ma mi ascolti? Ti interessa questa storia?
Il sole calava, ma non era mai come l’avevamo immaginato. Non andava a inzupparsi nell’acqua, ma finiva dietro una fila di salici e pioppi, verso la sponda opposta. Il cielo umido della pianura non era mai limpido come l’avevamo disegnato. La incapacità di attendere non ci permetteva di godere la magia di quel momento. Le zanzare, poi, davano alla nostra insofferenza di bambini un motivo in più.
Vedi, se non credo ai tramonti, se non credo alla poesia, se mi dici che sono duro con me stesso è anche per questo.
È che i miei tramonti non avevano il Tirreno e un mare in controluce su cui poggiarsi. Avevano la bellezza imperfetta di quella terra, sì, ma io non la sapevo riconoscere. Una bellezza storta che ti insegna che non puoi credere alla perfezione. Che non serve perdere tempo coi sogni. Che è tutto qui. Che tanto anche il tramonto si accartoccia goffamente sui rami verde scuro. Che tanto…
Che tanto.
Ma mi ascolti? Ti interessa questa storia?
Andiamo dai.

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Questo l’ho scritto e messo anche su Galliziolab

una sedia bassa

Oggi ti mettono sotto terra. Per modo di dire. Perché ormai la terra è un bene di lusso e adesso usano formule grammaticali e architettoniche che sanno di artificiale. Non seppelliscono: inumano. Non scavano una fossa, aprono una cella. Che scherzo per te, che la terra è stato il tuo lavoro tutta la vita.
Io adesso abito lontano e questa è anche la settimana sbagliata per farti un ultimo saluto. Dovevo farlo prima, quando tu, vecchio, aspettavi ogni visita come un regalo.
Ma io avevo da fare. Avevo giovani da vedere, golene da respirare, argini da correre, biciclette da gonfiare, bambini da far giocare. Tutte cose migliori che andare a trovare un vecchio.
Sappi però, che nel mio individualismo giocato da lontano, una frase mi è restata.
“Simone: la vita l’è na stüpidada!”
Una frase lanciata così. Detta con leggerezza, ma seguita da una pausa triste e lunga come una vita.
Una stupidata.
E io che mi chiedevo come mai potesse essere definita così, una vita. L’avevo sentita paragonare a una ruota, a una scala, a una giornata, a un sogno. Ma a una stupidata mai.
Seduto su quella sedia bassa, con le gambe tagliate per usarla per mungere, ci stavi bene. Era fuori dalla stalla, anche quando non avevi più vacche da mungere. Quasi a segnare il territorio. Era un lume acceso sulla finestra. Diceva “vienimi a trovare”. A tutti.
Aspettavi visitatori. Parenti, conoscenti, passanti. Aspettavi che ti raccontassero le storie, i pettegolezzi, i frammenti di quelle settimane.
Io e Marino ogni tanto passavamo. Qualche volta venivamo da te a guardare la tappa del Tour, quando eravamo lì in luglio. Guidone, lo chiamavi, come Bontempi. Ma allora il nostro gran premio della montagna era la salita dell’argine. Il tuo gran premio era già la vecchiaia che era arrivata e ogni tanto ti staccava in salita.

Poi ci sei arrivato ai novanta anni. Che neanche tu l’avresti mai detto. Cerca di farti bastare quella cella, anche senza la tua terra e anche senza la tua sedia bassa. Vengo a salutarti, quando passo di lì.
“La vita l’è na stüpidada”. Adesso lo intuisco.