amori

Distanze focali

danza nuziale delle gru

Qualche scellerato sostiene che per amarsi bisogna essere simili. Qualcun altro sostiene che bisogna essere diversi e che proprio nella complementarietà risiede l’attrazione. Ma di solito ha ragione chi osserva e non ha fretta di trarre legge universali.

Claudio e Silvia si amavano da tempo. Solo che, col tempo, erano cambiati. No, no, no: nessuna noiosa considerazione sulla  passione che viene meno o sui giorni che passando stemperano i sentimenti. Loro due nel quotidiano ci abitavano benissimo.  E forse era proprio questo che li aveva tenuti così uniti e così a lungo.
Non amavano ostentare. Per questo motivo nessuno si ricordava di averli mai visti baciarsi platealmente o vestirsi chiassosamente. Neanche da giovani.
Si avvicinavano e si baciavano. Con una naturalezza che li rendeva invisibili. Assecondavano un loro istinto di vedersi bene, vedersi meglio, vedersi da più vicino.
Chi li scorgeva non li notava mai. E questo è un vero peccato, ripensandoci, perché ci sarebbe stato da fermarsi a guardarli, quei due individui gentili e sorridenti. E magari fermarsi a invidiare un po’ quel modo delicato di vivere.

Con il passare del tempo Claudio e Silvia lentamente cambiarono. Le ginocchia non erano più quelle di una volta e anche il fiato in cima a una scalinata. E poi la vista. La miopia di Silvia era un po’ peggiorata, mentre Claudio, che non aveva mai portato occhiali, aveva iniziato a fare i conti con una naturale presbiopia.
Era restata in loro quella spontanea esigenza di guardarsi bene, da vicino. Solo che adesso la loro messa a fuoco era cambiata. Se lei si avvicinava ancora di più, lui aveva bisogno di allontanarle gli occhi per vederla meglio. Quando si cercavano sembravano gru su un lago ghiacciato, che avvicinano la primavera compiendo le loro indecifrabili danze nuziali. Lui si ritraeva e lei si avvicinava.

Adesso non facevano più tanta invidia. Perché al passante distratto potevano sembrare solo l’ennesima coppia con amori sincronizzati male. Ma la loro reciproca ricerca non era mai finita. Solo doveva fare i conti con nuove distanze focali.

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Sulla balaustra

invalides

“Ma co…?  Ma perché diavolo… Cosa ci fate lì? Su quella balaustra? Scendete di lì, non fate pazzie…”

Ma Michel aveva scavalcato la ringhiera di marmo e si godeva la gloria incommensurabile di quei momenti. Faceva i conti col vento freddo di quel tardo pomeriggio. Un vento sincero che gli sbatteva dritto in faccia e lo faceva lacrimare. Il bavero della giacca era alzato, strano istinto per un aspirante suicida, quello di evitare il raffreddore.

“Mi hanno riferito che eravate qui e mi sono precipitato, amico mio. Vi prego, non fate pazzie… Scendete di lì!”

Michel sentiva appena la voce familiare del vecchio amico, l’unico forse che ne conosceva a fondo la storia e (forse) i tormenti. Guardava in giù senza vertigini. Solo un leggero fastidio per il piano mobile dell’acqua che scorreva inospitale qualche metro sotto.

“Non sarà per quella donna? Scendete, parliamone. Solo io e voi, amico mio. Solo io e voi. Ma vi prego, non fate pazzie”

Michel si chiedeva incuriosito perché morire senza volontà, senza forze, senza messaggi, senza gioventù era considerato cosa degna. Mentre morire giovane, forte, con lucidità fosse così disdicevole.

“Non siate sciocco, non atteggiatevi a poeta incompreso. Voi siete un artista, un artista vero. Non scimmiottate le ballerine di fila, che fanno tragedie per un nonnulla. Quella donna poi lo sapevate dall’inizio che non poteva essere cosa per voi. Ha marito, santo cielo! Non importa quanto amore e quanta pelle vi ha fatto toccare. Lo sapevate dall’inizio che non era cosa per voi, che potevate avere lei ma non i suoi progetti”

Michel si sentiva punto da quelle riflessioni, come da quel vento. Ma sentiva di non avere più nessuna necessità di difendere una dignità di facciata. Le parole dell’amico gli facevano allo stesso tempo bene e male. Era toccato dai loro spigoli vivi,  ma era genuinamente grato di tutta quella sincerità.

“E poi, consentitemi, che senso ha un gesto di questo tipo dal Pont des Invalides? Il Pont des invalides, capite? Guardatevi attorno, non ha niente di memorabile questo ponte. Un simile epico errore andrebbe commesso dal Pont Neuf, per dire. O almeno dal Pont des Arts! Che non sarà un granché ma è senz’altro più evocativo di questo ponte per mezze maniche distratti! La vedete la banalità di questo marmo bianco e regolare?”

Michel era divertito dalla intelligenza del discorso. Questionare di ponti persino di fronte alla prospettiva di mettere fine anzitempo alla propria vita. Sorrise, ma nessuno del gruppo di curiosi fermatosi a rispettosa distanza se ne avvide.

“E poi, non vi ho detto, mio zio Pascal mi ha mandato il suo foie gras dall’Aquitania. Ricordate il foie gras di mio zio Pascal, vero? Accompagnandolo a un Château Latour del 1909 farebbe risvegliare i morti! Scendete di lì, vecchio mio, venite con me”

Michel era assolutamente divertito. Fermamente sicuro del suo amore e nella sua disperazione. Sicuro della sincerità del suo gesto. Sicuro della supremazia dello Château Latour del 1909. Si decise finalmente. Indossò il suo migliore sorriso e fece un piccolo balzo dalla balaustra.

Proust e Rexona

proustrexonaQualche giorno fa leggevo una specie di statistica che misurava quanto internet fosse presente nella storia delle nuove coppie. Non parlo solo di chi si è conosciuto in siti destinati agli incontri (una percentuale minoritaria anche se sorprendentemente alta). Ma anche di chi si è conosciuto frequentando “piazze virtuali”. Amici comuni su facebook, contatti su twitter, commenti ai blog…

I nostri genitori si sono conosciuti con dinamiche tradizionali. Sono nati nello stesso paesino. Oppure frequentavano gli stessi punti di aggregazione. O casualmente si sono conosciuti perché lavoravano assieme. Magari si sono conosciuti su una pista da ballo. O in una vacanza in Romagna.
Oggi la rete è centrale. Io stesso (nel mio piccolo) penso che se nel 1999 non avessi avuto la possibilità di scrivere email a Francesca e leggere le sue risposte, difficilmente mi troverei dove sono adesso. Ok, noi ci siamo conosciuti di persona e poi abbiamo approfondito la conoscenza reciproca con le parole scritte dopo una chiocciolina, ma un po’ è lo stesso.
Rispetto alla generazione precedente, che non aveva questi strumenti, è cambiato tutto. Non so dire se in meglio o in peggio. E forse non mi interessa neanche capirlo. Ma è una riflessione che mi affascina. Il punto è “quanto siamo fatti di parole?”
Internet facilita la conoscenza reciproca. Ci permette di vedere come uno si comporta, cosa scrive, cosa pensa… è molto più facile adesso. Una volta la compagnia si trovava al muretto e nella piazzetta o nel baretto (chissà perché sempre in posti con vezzeggiativi).  E si chiacchierava (come adesso si fa in rete), si cercava di risultare interessanti (come adesso si fa in rete), si cercava di farsi notare dalla persona che ci interessava (come adesso si fa in rete), si raccontavano balle (come adesso si fa in rete), nascevano amori, odii, intrighi (come adesso in rete).
Adesso forse c’è più tempo per esprimerci, per conoscere e farci conoscere. Non siamo più schiavi delle coincidenze di tempo materiale. Possiamo essere in questa nuova piazzetta virtuale  a qualsiasi ora del giorno e della notte. Abbiamo a prima vista più termpo per scambiarci informazioni, per conoscerci a fondo.

Ma allora cosa cambia? Ecco: secondo me quello che manca è la parte animale di ognuno di noi. Insomma: di brutte bestie in rete ce ne sono tante. Non parlo di personaggi abietti, ma semplicemente di gente che parla non dicendo niente. Ma manca il contatto fisico, la chimica, tutta quella parte non verbale di comunicazione. Suoni, sguardi, gesti, odori.
Se Proust fosse vivo direbbe che quella virtuale è l’unica forma di conoscenza possibile, perché noi dell’altro conosciamo solo una forma di proiezione di noi stessi, tutto quello che “avanza” è contrapposizione.
Non basta quindi lo scambio di pensieri. Proust va diluito saggiamente in frequentazioni quotidiane. Tipo mangiare sottaceti e cubetti di formaggio in un’enoteca tra amici. Litigandosi i cetriolini con gli stuzzicadenti (mica palle!).
Una conoscenza troppo sbilanciata sulle parole e troppo poco su tutto il resto quanto resiste alla prova della realtà?
Serve ascoltare Proust, ma bisogna anche potersi guardare senza webcam, potersi annusare. Magari con la mediazione di un qualche ideologo come Rexona.