amici

Marta Sale

salemartaLa guardo da qua sotto, dal pianoro. Guardo Marta che si arrampica su quella roccia. Precisa che sembra avere le ventose. Grazia e silenzio di insetto a quattro zampe.
La guardo e non capisco come faccia. E sì che di fiato ce n’ho. Io che corro, io che una volta all’anno faccio le maratone. Ma lei è sempre stata lì, ai piedi delle montagne. E non si è mai accontentata di guardarle da sotto.
Ripenso a quando, tanti anni fa, facevamo il doppio nodo agli scarponi. E lei era già pronta. Camminate domenicali di milanesi mischiati ai locali. Pregiudizi e amicizie incrociati. Raccontanti poi solo a metà, per prendersi in giro sull’erba della cime. Lei partiva avanti, silenziosa e con le mani dietro. E andava su. Passo inossidabile, preciso, perfetto. No, non era una gara. Lo sapevamo tutti, persino noi di pianura. Solo che ci siamo sempre chiesti come facesse, Marta, ad arrivare su così. Quasi che si dovesse ricongiungere con la cima. Sembrava non sforzarsi, sembrava un ritorno.

Poi ci siamo allontanati. Lei si è fatta crescere i capelli e la voglia di roccia nuda. Di usare anche le mani, per salire. Noi abbiamo preso zaini strani, coi buchi per fare uscire le gambe. Montagna diversa.
E adesso, per caso la rivedo da qui sotto, dal pianoro.
E’ cambiata. Ha uno sguardo più sicuro, più consapevole. L’ho vista bene. Luminosa, viva, sicura. Gliel’ho detto poco fa. Onorando più una vecchia amicizia che una confidenza attuale.
Lei mi racconta al volo che è un momento strano, che è stata mollata dal fidanzato. E che le fa piacere sentire queste cose, questo affetto, questo ottimismo. Dice che le servono, come fossero un appiglio piccolo, ma un appiglio in più. Ma poi parte, lo sapevo che aveva questa scalata da fare.

E restiamo sul pianoro, coi nasi che guardano in su.
Una roccia liscia che mi fa paura. Ma lei sale. Indaga arpiona solleva. Marta sale piano.
Ha tanta tanta voglia di lasciare tutto dietro. Di arrivare in cima alla montagna che ha davanti. Quella con cui neanche la polvere di magnesio ti è poi tanto d’aiuto.
Sono contento di averla incontrata, un po’ per caso, un po’ per cercare vecchi amici. Sono contento di non aver tenuto dentro quella impressione. Di avergliela buttata contro, sbagliando anche il momento. Ma questo l’ho capito dopo.
Sono contento che sia nato uno spunto, un’apertura improvvisa, una valvola che sfiata,  un dolore che aperto piano, adesso evita di incancrenire.
La vedo che sale. E quel macigno ormai è quasi lasciato indietro.
Sorrido, torniamo alla macchina. Intanto che Marta continua a salire.

Riparto con una strana leggerezza.

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Una spinta ancora, un giro ancora

ruota della fortunaVedi, il brutto è che dopo un po’ l’entusiasmo scema. Ci si abitua. Si perde di vista il senso di tutto e persino la grande fortuna di trovarsi qui.
A volte le esperienze peggiori, se riusciamo a non farci annientare, ci lasciano qualcosa di buono. Come il senso della straordinarietà del quotidiano. Che poi “quotidiano” e “straordinario” è una contraddizione, lo so. Ma me lo voglio permettere questo lusso.

Ti ricordi quella cosa di cui discutevamo?
Non so più come siamo arrivati a quel discorso, forse perché la catena di pensieri è davvero importante.  Ma ricordo bene che descrivevamo quell’immagine, quell’attimo.
L’istante in cui alla fiera di paese si fa girare la ruota di bicicletta usata come roulette dei poveri.
No, non la sequenza dell’estrazione. Non la vittoria, il premio, no. Solo quell’attimo dove il braccio del sessantenne in camicia di flanella imprime velocità alla ruota. Tititititiì. Che parte così forte da sembrare eterno. Ma tititititititì lo senti che rallenta subito. Gradualmente. Si fermerà, darà un responso. Ma allora non mi interessa più.
Mi interessa vedere le facce piene di sogni di tutti quelli che hanno un biglietto in mano, una curiosità negli occhi, un sogno nel cuore.
Lo stupore che ti mette il cuore in gola, la speranza tutta in un momento. Tutta.
E discutevamo (Ricordi?) di come sono speciali certi attimi. A saperli leggere. E di come sia difficile coglierli.
Non so cosa mi ha fatto tornare lì, a quell’immagine, a quella fiera, a quel tititì.
Non lo so. Forse la bellezza senza pudore di quell’attimo. Forse l’idea vaga che dovremmo avere davanti ogni momento lo slancio di quella ruota, di quel sogno. O forse solo la noia di una giornata caduta nel buio troppo presto.

L’amore. In comode porzioni monodose precotte.

amoreCi sono volte che mi impegno, che dico quello che mi viene da dentro. Che scavo, che fatico, che rumino parole. Le ripenso correndo, le limo guidando nel traffico. Poi quando le scrivo hanno già le loro schiene dritte.
Altre volte che vorrei scrivere così, da cialtrone. Come se parlassi a un amico dopo una birra doppio malto. Di quelle birre che fuori hanno le goccioline di condensa che ti perdi a seguire con gli occhi e a volte col dito. Senza perdere il filo. Senza dare più troppa importanza all’essere seri, all’essere ligi. E i discorsi che nascono sono puri come quelle goccioline. E non importa se poi fanno la stessa fine, cadendo su tavolini di plastica bianca.
Sarà il doppio malto, sarà la sintonia delle chiacchiere, ma a volte vengono fuori discorsi come questo fatto non ricordo bene dove.

Si parlava di quanto è importante dare un aiuto a un amico. No, non parlo di traslochi. Non parlo di prestiti. Parlo piuttosto della parola giusta. Quella che ingrana la retromarcia di un dolore per reimpostarti il giusto sorriso. Quella che ti fa sentire meno irrimediabilmente solo di quanto iniziavi a volerti buttar giù. E di quanto sia frustrante la sensazione di non esserci. Di non essere lì al tempo giusto, quando le persona a cui vogliamo bene ne hanno più bisogno. Ed è davvero dura se non hai la sensazione che il tuo destino sta a cuore a qualcuno.

Servirebbero, cominciavamo a ipotizzare, delle porzioni monodose di amore. Niente di impegnativo. Un amore precotto in blister. Un insieme di frasi patetiche e costruite bene. Un’adorazione premasticata pronta all’uso. Anche senz’acqua. Un qualcosa senza conservanti, né coloranti e con pochi edulcoranti sintetici.
Una frase sguaiatamente estrema “Ti voglio tanto tanto bene” da lasciare lì, a disinfettare qualsiasi fiorire di muffe depressive.
Un “Ti amo sempre, ti amo da sempre”. Così, senza chiedere il resto.
Oppure un “Mi manchi, sai?” da mettere in un libro, per raccoglierlo quando ci cade per errore sui piedi.
O con una imprevedibile energia “Il passato non mi interessa, ci sei tu”. Spietatamente, senza respiro.
Ma, ascoltami bene: non una sequenza di esche messe in fila verso una trappola. Piuttosto briciole lasciate sulla neve del davanzale. Senza stare a guardare se viene qualcuno a beccarle.
“Ero al telefono, mi ami ancora, vero?” Uno stupore regalato, incartato da sorriso per passare la dogana.
O una sequenza di parole ad argano, per risollevare dai fossi più scivolosi “Non ti posso amare in confort zone. Non ti posso adorare in linea di massima. Non ti posso anelare a targhe alterne. Giochiamoci un assoluto e fanculo se poi cadiamo sulle clausole scritte in piccolo”.
E ancora “Nessun amore di grana grossa per noi” oppure “Tu lo sai che non posso non amarti nemmeno se non vuoi”.
Per poi alzarsi dal tavolino, riportare le bottiglie al bancone della vita e pensare che sì: l’idea scema dell’amore precotto non è mica così male.

E ridere.  E comunque sentirsi meglio. Vedi che funziona?

Ma tutto questo cosa c’entra con la Blogfest2013?

bloffeVolevo descrivere la Blogfest2013. Ma penso che non valga la pena imbarcarsi in analisi che aspirano a una impossibile obiettività. Meglio scendere direttamente di piano, scantonando sulle inutili personalissime sensazioni.
Per me questa kermesse (è tanto che volevo sfoggiare questa parola) è una buona occasione per reincontrare amici, allargare le cerchie di conoscenti, creare relazioni professionali.
Mi ero fatto un programma di massima che, immediatamente è andato a monte.
Sono andato a sensazione. “Oh ma lo sai che c’è Emanuele che presenta il suo libro?” “No, dove? Quando? Andiamo”. Io il libro l’ho già preso. Prima della presentazione. Conquistato dal “va là tognino” che aveva scritto per Schegge e che continuo a considerare una delle cose più belle che abbia letto negli ultimi anni. Anche perché leggo poco, ma questo è un altro discorso.
Alla presentazione del libro “Il Tensore di Torperterra” Emanuele ci parlava con entusiasmo e un po’ di timore. Ma solo all’inizio. Usava senza porto d’armi e senza pudore, parole pericolose come Bellezza. Così, con la maiuscola. Lui la pronunciava con la maiuscola, quando io faccio fatica a dirla sottovoce! Poi ha parlato delle botte di culo e della mediocrità. E la gente come me si ritrova in quelle mezze tinte.
La parte della premiazione dei TwitAwards e dei Macchianera Internet Awards è stata a dir poco dilettantesca. Anche se con Spinoza siamo saliti sul palco in entrambi i contesti, il contorno era davvero imbarazzante. Videoproiezioni più larghe dello schermo, nomi dei quotidiani storpiati bellamente, PC che restano senza batteria, vallette mute che, per riportare trofei dietro le quinte hanno macinato più chilometri di un mediano della Spal. Ho avuto ancora una volta la impressione che il mondo dei blogger sia un insieme di regni con un suddito ciascuno. E che nessuno ne voglia essere consapevole. Quella parte la tralascerei e ho l’impressione che il giro di Macchianera abbia un po’ perso autorevolezza. Troppe categorie che sembrano fatte su misura per gli amici, troppi sponsor tra i premiati, troppo rumore di fondo. Non deve essere stata una impressione solo mia, se alla premiazione quasi nessuno si è presentato. Sembrava una riunione di condominio in prima convocazione. “Neanche questo viene? ma l’ho visto poco fa…”

Ma il bello di queste occasioni sono le persone. Non come categoria collettiva, ma come somma di uomini e donne. Gente che prima esisteva in troppo generosi riquadri 128x128pixel. E che dopo diventa esperienza di mani strette, di discorsi iniziati, di impressioni prese e magari anche lasciate. Mi chiedono “come è stata la Blogfest?”: io penso a queste mani strette. Ma è solo una approssimazione.

Un piano perfetto

picnicC’era uno strano nervosismo quando Sandro, Melissa e Anselmo si trovarono nel parcheggio del Centro Commerciale “La Sorgente”.
Cercarono di lasciare le due macchine vicine, caricarono quei loro bagagli improvvisati sulla terza, quella di Anselmo. Si misero in marcia scherzando un po’ forzatamente.
Il piano era semplice e, quando l’avevano ideato, sembrava perfetto: ritagliarsi una giornata fuori dal mondo.
Non una fuga, non un tradimento delle loro famiglie, non un’evasione da chissà quale cayenna quotidiana. Semplicemente concedersi il lusso di passare del tempo insieme. Proprio loro, tre amici con una sintonia digitale nata tra le tastiere dei loro tanti dispositivi connessi.
Ma oggi era il giorno in cui i social network sarebbero restati fuori. O per lo meno sullo sfondo, visto che poi Melissa non ci sarebbe mai riuscita a spegnere quell’accidente di smartphone.
Il manifesto di quell’improvvisato gruppo di zingari per un giorno era semplice, anche se aveva delle lacune. Troviamo un prato, uno qualsiasi. Tiriamo fuori la chitarra. (La coperta, visti i loro stati di famiglia con prole, era sempre nel baule). Tiriamo fuori la bottiglia di bianco. Ognuno ci aveva messo un pezzo di sogno, un capriccio, una tassello: “I bicchieri li porto di vetro, se portate quelli di plastica non vengo”. “Chissà in fondo a quale cassetto ho messo l’armonica”. “Ma mica andiamo a fare un concerto. Poi io sono stonata, porto un libro e piego le orecchie delle pagine che voglio leggervi”.
Adesso è facile parlarne, trarne  conclusioni. Adesso ne esce un ritratto persino tenero di quei tre. A vederli in questa esatta fase dei loro progetti perfetti, sarebbero addirittura da invidiare.
Il loro problema fu che poi ci riuscirono a partire e a realizzare quel sogno perfetto.

Sandro tirò fuori la chitarra dalla custodia in similpelle marrone. Nessuno dei tre fece caso alla scritta in bianco “Sarpi Strumenti Musicali”. Pubblicizzava il  negozio in cui era stata comprata. Negozio che si era anche fatto una discreta reputazione, prima di cedere il posto, quasi venti anni fa, a un punto di una catena di cellulari.  Sandro accordò lo strumento. Cercò a tastoni l’antica confidenza con quelle sei corde. Istintivamente ripercorse nel suo repertorio quelle canzoni che una volta riuscivano a rompere il ghiaccio, a coinvolgere gli amici distratti in un coro. Ma niente. Cantava con voce troppo incerta e da solo.

Anselmo, che aveva profetizzato una serenità fisica e di pensiero fuori dal normale, si ritrovò a fare i conti con quel terreno di campagna. Sì un’ombra decente l’avevano trovata. Ma quel pioppo cipressino la proiettava sull’inizio di quella stadina di campagna. E il passaggio ripetuto di mezzi agricoli poco sensibili all’estetica dei campi elisi, aveva solcato pesantemente il suolo. Anche cercando il punto migliore, il fondo risultava comunque scomodo. I bicchieri (di vetro certo!) e il vino bianco furono comunque apprezzati. E l’interesse di Sandro e Melissa per la storia di quella vigna dove Anselmo era andato apposta a cercare quel valdobbiadene non era ipocrita. Ma, come ammise subito il sommelier improvvisato, la temperatura era eccessiva. E la imperfetta verticalità di quei tre calici poggiati sulla coperta, dava l’idea di spade piantate sui vinti, dopo una battaglia tragica.

Melissa aveva i suoi libri perfetti. Orecchie ripiegate ad arte e storie collaudate. Le stesse storie che aveva letto con la sua bella voce a ogni uomo nuovo, quando cercava di innamorarsene. Era una specie di rito che adesso, raro privilegio, rivolgeva ai suoi due amici. Era bello sentire quella voce. Sentire quei sentimenti che venivano distillati dalle righe di quel libro. L’attenzione di Sandro e Anselmo somigliava a una devozione sincera verso Melissa (che dicevano entrambi di adorare, con enfasi sovrabbondante). E se Sandro ancora si sforzava di tirare fuori qualche emozione che doveva per forza essere rimasta in impigliata alla sua chitarra, questo non leniva la sua attenzione alle parole declamate dalla sognatice col libro aperto in mano. Per essere del tutto onesti, bisogna precisare che quello che sperava di trasmettere Melissa, non arrivò a destinazione. Non del tutto. Tre pagine, anche le più emblematiche, estratte così di forza da un’opera organica, non potevano non causare un’emorragia di sostanza e di sentimenti. Qualche passaggio fu apprezzato, ma la bellezza del messaggio del libro fu percepito dagli ascoltatori più come atto di fiducia verso Melissa, che come folgorazione per quelle parole.

Imboccarono la strada verso le loro vite quotidiane prima che fosse tardi. E quando si dissero che era stato bello, che andava rifatto, che, che, che… ognuno sentiva di essere sincero ma al contempo di non riuscire a rappresentare davvero quella strana sensazione.
Misura di questo leggero disagio, fu che per un po’ di tempo non si cercarono. Ognuno di loro, nei giorni a seguire, scrisse sui social network frasi sibilline e lapidarie.
Frasi come: I sogni sono battaglie che vanno combattute in solitaria.

Alessia fuori dalla finestra

imposte scuri finestraAlessia si sveglia. Non lascia passare minuti. Allunga a memoria la mano verso l’interruttore, accende la luce. Senza scatti sposta il baricentro del suo corpo e si mette seduta sul letto. Cerca meccanicamente la ciabatta col piede. E poi la seconda, quella che chissà perché va sempre a nascondersi. Si pettina i capelli con la mano e va verso il bagno, lasciando uno sbadiglio così lungo che sembra una scia. Alessia cerca di mettere in ordine nella sua testa gli impegni del giorno, lo fa intanto che muove senza pensarci lo spazzolino in bocca.

Allora: c’è da passare al forno, era per oggi che avevo promesso di ritirare la torta che la zia ha ordinato. Con la macchina vado io, così almeno stavolta arriva intera!
C’è quel lavoro in ufficio che da qualche giorno resta lì, ma oggi devo dare una risposta a Marchini, così me lo tolgo di torno.
C’è da chiamare Roma, per sentire se hanno novità per la richiesta dell’altro mese.
Se resta tempo ci sarebbe da pagare il bollettino in posta.

Alessia ripensa poi alle parole dette e scritte la notte prima. A quella discussione nata tra una mezza dozzina di persone. Quello scambio che si è inacidito in fretta e che è diventato subito un diverbio.
Pensa alle parole che sono volate, a quella sensazione di “non volevo questo”. Pensa a quanto sia precario l’equilibrio di una amicizia, di un gruppo.

E’ quasi pronta Alessia, sta per vestirsi. Ma ancora una volta compirà quel gesto di tutti i giorni. Non uscirà di casa con la faccia da funerale o peggio con una espressione da lunedi mattina a vita. Uscirà indossando il sorriso timido di sempre.
Alessia apre il chiavistello e allunga le due mani in parallelo. Apre le braccia per spalancare le imposte. Entra aria, entra il sole.
Oggi non sarà una giornata cattiva. Anche oggi Alessia, fuori dalla finestra, ha il mare.

Sacro monte

Sacro Monte di Varese Avevo una giacca a vento verde. Così brillante che adesso mi sembra quasi impossibile. Ma allora ci stavo bene. Ce l’avevo da tanti anni. Ricordo che quando l’ho sostituita ho pensato che erano più di dieci anni. E ancora non mi spiego come mai avessi fatto i conti e soprattutto come faccia oggi a ricordare quel ragionamento. Ne ho presa una blu scura. Bella, più sobria, opaca.

Di pomeriggio sono uscito a piedi, era freddo. C’erano lavori attorno al sottopasso pedonale e qualche operaio aveva delimitato il cantiere con una specie di recinzione arancione di plastica bucherellata. L’ho sfiorata con la manica e un fil di ferro sporgente mi ha fatto un taglio di un paio di centimetri. E pensare che in quella vecchia niente, per tanti anni.

La sera ci siamo visti. Ricordi? Era qualche settimana che dovevamo parlare. E non trovavamo mai il momento giusto. L’ho capito dopo, il perché.
Mi hai portato al sacro monte. Era un bel posto per parlare e camminare, soprattutto con il buio. Ma quella volta era strano: c’era la neve negli angoli sotto il muretto, dove il sole non arriva da nessun angolo. Era novembre, forse.
Mi hai parlato di lui. Usando aggettivi goffi, infantili. Ma a quel tempo non ci servivano parole perfette, per capirci al volo. Ho intuito tutto in un momento. Ho visto i mesi precedenti, in cui siamo stati così vicini. Li ho visti sparire, messi da parte. Svaniti.
Non ricordo cosa ho detto. Ricordo la consapevolezza e il dispiacere. Che era di tutti e due. Ricordo che non facevo finta di niente. Ricordo che parlavo dell’incidente con la giacca a vento. Lacerata senza accorgermene.
Rincasando tornavo a pensare alla manica della giacca a vento, capisci? Non sapevo darmi una spiegazione di quella lacerazione.
E sapevo che non avrei potuto rattopparla. Poi ho imparato a conviverci. A non farci caso.

Si rompono

si rompono le ruote delle macchinineSi rompono le ruote delle macchinine. E un figlio viene a chiederti “Papà è la mia preferita, me la aggiusti?”. E allora cerchi di spiegargli che non è una tragedia. Che tutto si rompe, che ne ha tante altre. Che non tutto si riesce ad aggiustare, a volte proprio non si riesce.

Si rompono le tazze. Anche le tazze preferite. Quelle che una sorella con cui litigavi sempre, ti ha portato da un mese di lavoro in Irlanda. E non l’aspettavi. E adesso vale più di tutti i servizi da tè del mondo. E quando si rompono queste cose, non c’è colla o mastice che tenga.

Si rompono le amicizie. Magari per una frase detta con leggerezza e che alla fine non riesci più a recuperare. Ma è solo perché una crepa c’era. Solo che era meno evidente di quella di una tazza. Una crepa fatta di due vite che sono state vicine e che sono cresciute in direzioni diverse. E per fortuna non ci proviamo neanche con la colla, lo sappiamo che sarebbe un errore. Lo abbiamo imparato dalle tazze.

Si rompono gli elettrodomestici fuori garanzia. Magari appena fuori. Comunque sempre prima di quando avevamo pensato di cambiarli. E viene una rabbia impotente, quando ti dicono che l’uscita di quello che dovrebbe venire a vedere il guasto ti costa quasi come comprarlo nuovo. E allora sei costretto a buttare, ricomprare. Nessun riciclo, nessun uso virtuoso. Costretto a ricomprare.

Si rompono le lastre di ghiaccio, sotto gli stivali della nostra infanzia. Quando su pozzanghere ghiacciate ci sognavamo pattinatori. E capisci di essere solo un rompighiaccio infreddolito e goffo.

Si rompono i nostri piani per il futuro. Quello che scrivevamo da piccoli. Quello dove dovevamo fare gli astronauti, i pompieri, calciatori, o salvare il mondo. E ci ritroviamo a indossare cravatte, invece che caschi spaziali.

Si rompono le ruote delle macchinine. E cominci a capire che forse sì: se sai usare gli occhi giusti, può essere una tragedia.

Marshmallow

Mi dilungo sempre nei preamboli. Quindi questa volta non dico che siamo andati a trovare Samuela, dopo anni che non la vedevo, perché è nata Bianca.
Lei è sempre la stessa simpatica, assurda, credibile irrazionale. Tipo che adesso è addirittura medico, ma studia e pratica l’agopuntura. Che lasciamo perdere.
Non ricordo come ma mi ha parlato di un episodio che avevo rimosso. Mi ha raccontato di quando nella notte su macchine buie andavamo nei campi profughi.
C’era un clima particolare in quelle macchine. Umidità che appannavano i finestrini dietro. Tutti ammassati vicini e con le gambe coperte dalle giacche a vento. Qualche cassetta nello stereo e quello davanti che non dormiva per tenere sveglio il guidatore. Si arrivava con un ronzio da motore Fire ancora nelle orecchie e un secco nel palato.
Ma ci univa una consapevolezza. Un senso di unione, di significato di quello che stavamo facendo.
Quella sera al primo autogrill (Verona Nord, obbligatoriamente) un finestrino non voleva richiudersi. All’una di notte è impensabile smontare e cercare di aggiustare.
Ho chiesto in prestito una di quelle caramelle morbide e lunghissime (che ho scoperto anni dopo che si chiamano marshmallow). Quelle gialle e rosa, lunghe una trentina di centimetri. Quelle che hanno l’aspetto di una catena di polimero, più che di sostanza commestibile.
Ho preso quella (diciamo) caramella e l’ho inserita tra finestrino e alloggiamento. Quel gesto cialtrone, contro ogni aspettativa, si è rivelato efficace.
Abbiamo finito il viaggio con il finestrino sigillato e mi sono guadagnato un alone di meritata stima e di invincibilità.

L’avevo dimenticata, questa storia. Ma mi fa piacere che Samuela mi abbia aiutato a disseppellirla dalla memoria. Ci ripenserò quando l’umore sarà grigio. Per farlo diventare giallo e rosa come quei giorni.

Un sogno con la tovaglia a fiori

locanda casa costaQuando era il mio turno, passavo a prenderla per andare alla riunione. Facevamo volontariato assieme. Lei aveva due occhi di un azzurro così chiaro che la notavano tutti. (Se ci fosse quel cretino di Andrea Zago, qui, a leggere queste righe, direbbe che lui si è fermato una spanna e mezzo sotto gli occhi, e che non saprebbe dire di che colore sono. Ma Andrea era irresistibile proprio perché non perdeva occasione di fare il cretino. Ma questa è un’altra storia).
Cinzia non era mai puntuale. Ma arrivava colorata e trafelata, tanto che alla fine giravo il fastidio in benevolenza.
Nel tratto di strada da Cinisello al centro di Milano, parlavamo. Parlavamo tanto: di solito dell’università. O di progetti per il futuro immediato. Qualche volta addirittura di sogni per il futuro. Cose che vedevamo lontanissime e a cui non sapevamo dare una probabilità. Anche se eravamo molto diversi, facevamo volentieri quei tratti di strada. Andata e ritorno.
Cinzia sognava la campagna, la tranquillità di un posto suo. Ma senza rinunciare a quello che offre la città. Bella contraddizione questa frase. Ma è perfetta: questa era la Cinzia di quegli anni.

Poi passano gli anni e ci si perde di vista, anche se ho fatto in tempo a vedere un paio di volte Antonio (che sorprendentemente ha gli stessi occhi chiarissimi). Le bimbe invece solo in foto. Ma ormai sono passati anni. Una volta un matrimonio mi ha portato là vicino e non ci siamo incontrati per poco.

Mi è arrivata un’email qualche settimana fa. Mi chiede come sto e altre frasi di rito.
Poi la scrittura diventa di colpo luminosa. Dice che l’hanno fatta, lei e Antonio, quella pazzia. Hanno preso un vecchio casale in Piemonte e l’hanno trasformato in un locale. Non hanno abbandonato il vecchio lavoro, se ho capito bene, ma dalle foto è un posto magnifico.
Mi viene voglia di andarci, subito, con la mia famiglia. Sopportando ore di auto.
Non tanto per vedere il posto o per vedere Cinzia, Antonio e le bimbe con gli occhi azzurri.
Per vedere un sogno che gente sorridente ha avuto il coraggio di trasformare in muri, tavoli, fiori e aria.

(Non ci sono mai stato quindi come testimonial non sarei molto credibile: ma se il posto è come le foto del sito www.locandacasacosta.it dico che vale la pena farci un giro)