altrove

Altrove

Adesso ti spiego. Ho aperto la porta automatica. Ho preso le scale. Le ho salite fino all’abisso. Poi ho girato a destra, e poi dall’altra parte. Mi sono buttato e sono caduto in su.
Poi sono rimbalzato sul soffitto che mi ha sorpreso per quanto fosse morbido. Ho deciso che era il momento di partire. Il momento giusto. E ho fatto un passo, poi un altro, poi un altro ancora. Poi più forte, più veloce, più in fretta. Fino a fermarmi velocissimamente. Ho continuato a seguire la direzione “altrove”, ma sono arrivato in un altro posto.
Mi sono guardato indietro senza muovere gli occhi, né girare la testa. E ho continuato l’esercizio di rapida immobilità. Ho disegnato un cerchio con un legnetto che non avevo ancora trovato. E ci sono saltato dentro. Contento di quella bella forma piena di angoli e di linee. Che però erano troppo piccole per poterle vedere.
Poi sulla scala a pioli a testa in giù, e non è un esercizio facile, a queste latitudini.

E tu mi chiedi come sto, cosa dico?
È che a volte è tutto un niente da capire. A volte ogni parola sembra dire altro. È che a volte non vale la pena decifrare una sensazione, un silenzio, una pausa.

Oppure no.