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Un solo fiocco di neve

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Lo scooter non lo uso quasi mai. È comodissimo per andare in centro, è la soluzione ideale per andare in quei posti dove non c’è parcheggio, ma non è adatto per andare al lavoro e per portare i bambini a scuola. Quindi è l’ancora di salvezza dei percorsi inusuali.
La conseguenza di questo è che per la maggior parte del tempo resta fermo, legato e col sellino coperto, in attesa che qualcuno si ricordi di lui. Ma questo nostro comportamento sembra non essere tanto compatibile con le logiche da elettrauto. Non usandolo finisce per farci spesso lo stesso scherzo: la batteria si scarica e (quando dobbiamo usarlo) non parte.

Domenica sono stato previdente: visto che in settimana avevo in programma di prendere lo scooter l’ho acceso. E’ partito subito. Tanto che preso dall’ottimismo mi è tornata in mente la frase sentita cinque minuti prima
“Se lo provi, ci sarebbe da prendere il latte”
Sono andato al supermarket più vicino e ho preso il latte. Non uno, ma sei litri. Lo metto nel bauletto, tolgo catene, metto il casco. Nei secondi seguenti ho sentito il motorino di accensione che si schiariva la voce con crescente lentezza e fatica. Ehmehmehm ehm ehm…
“No dai parti! Non adesso…”
Dopo una decina di secondi l’agonia elettrica è finita e la situazione è stata chiara. Ero a piedi, a poco più di un chilometro da casa, con due quintali di motorino e sei litri di latte. In più avevo solo un’ora di luce prima del tramonto e (nonostante il freddo) avevo una gran voglia di andare a correre.

Mi decido: lo spingo fino a casa e lo metto in carica, nel box. Inizio a spingere affrontando con una certa superficialità la pendenza della salita. Sì, quella davanti alla scuola di Luca, sì quella che anche quando sono a piedi mi fa rallentare non poco.
La supero, fermandomi due volte a prendere fiato. A metà strada incontro un amico che mi offre aiuto “Ho i cavi a casa” ma ormai è questione di orgoglio.
Proseguo e ecco che con la coda dell’occhio vedo qualcosa di leggero posarsi sul sellino di fintapelle nera. Scendeva piano, come un petalo. Ma non è stagione. La forma era sferica la dimensione quella di un fiore di mimosa. L’ho guardato, senza smettere di spingere il mio fardello laterale e ho notato che cambiava. Sciogliendosi piano.
“È un fiocco di neve!” ho pensato con lo stupore di un bambino dietro i vetri. Ho subito guardato se ce ne fossero altri, ma no: nessuno. Ho cominciato a pensare alla temperatura, troppo alta per far nevicare. Poi è tornata alla mente la lezione di scienze ripetuta con Luca, quando lui mi spiegava che “per ogni 200 metri di altitudine la temperatura cala di un grado”. Quindi, a occhio e croce, potrebbe essere partito da mille, millecinquecento metri, chi lo sa.
Il bello è che è unico. E questo me lo rende simpatico ancora di più. Non smetto di spingere e, con questa compagnia perdo la nozione del tempo e del modo e arrivo presto.

Attaccando i cavi per ricaricare la batteria, continuavo a pensare a quel fiocco. A quel caso miracoloso che me lo ha fatto atterrare di fianco e al fatto che senza il sellino scuro non lo avrei mai visto…
“Ma è tardi: prima che il sole tramonti voglio andare a correre”.
Magari riflettendo sul fatto che bisogna pensarci prima a certi viaggi e che il cervello è come la batteria dello scooter: va usato costantemente se vuoi che funzioni bene.

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Io devo correre

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Scrivevo tempo fa di un vecchietto sconosciuto, che incontro spesso quando vado a correre. Nella mia mente avevo costruito tutto un personaggio complicato che mi piaceva molto. Ne parlavo ai miei figli dicendo loro “Vorrei avere ancora la voglia di correre, a quell’età”.
Poi nel parcheggio della scuola, un giorno in cui sono andato fuori dagli orari soliti l’ho incontrato.
Mi sono avvicinato con un sorriso e, vedendomi in giacca e cravatta invece che in maglietta e pantaloncini, ci ha messo un po’ a riconoscermi.
“Buongiorno, ci incontriamo sempre la mattina, quando andiamo a correre…” – Aprendo un sorriso che speravo tanto venisse accolto con un altro.
“Ciao bello!  Che piacere”.
Ci siamo stretti la mano, come due vecchi amici.
Volevo verificare se il romanzo che nella mia mente avevo scritto su di lui avesse un qualche riscontro.
Gli sparato una frase molto retorica che però (è questo il brutto) è una cosa che penso davvero. “Ho raccontato ai miei figli che la vedo correre, ho detto Guardate che bravo! Spero di avere sempre voglia di correre quando avrò la sua età…”
E lui senza lasciarmi la mano mi racconta un frammento della sua vita.
“Ma io devo correre. Mia figlia ha due bambini di dieci e cinque anni. E il marito, il compagno, insomma… se n’è andato che lei è ancora giovane…”
Non capisco se l’ha lasciata o se è morto, ma non chiedo. Lui continua.
“Quindi io devo prendermi cura di loro. E non posso farlo come un vecchio. Io devo correre, devo tenermi in forma. Non per me, per loro”
Questa strana rivelazione mi imbarazza, come mi lascia un leggero disagio notare i denti che mancano.
Vorrei dirgli qualcosa di rassicurante, di consolatorio, ma adesso ho solo fretta di liberarmi da quella stretta. Trovo il modo di salutarlo e di complimentarmi per l’impegno nella corsa. Non è un grande argomento, ma non ne trovo di migliori.
Saluto e salgo in auto con un certo sollievo.
Le vite degli altri sono sempre più belle quando le sceneggiamo noi.

Podismo e matrimonio

mizunoCerco di parlare a mia moglie del mio allenamento. Anche se so che non ama la corsa. E tanto meno ama che io gliene parli. Tollera la corsa, ma non le chiacchiere che vorrei fare.
A volte sembra proprio che non ci capiamo.

Provo timidamente ad attaccare discorso: “Io oggi, come da programma,  mi sono messo le mie Mizuno Wave Fortis 5, quelle bianche con le finiture rosse e gli inserti catarifrangenti, hai presente? E poi ho fatto i miei 12 km a ritmo medio, seguendo il programma di allenamento che ho adottato”
E lei: “Io invece ho aiutato Federico a mettersi le scarpe, quelle con le stringhe, insegnandogli a fare il fiocco da solo. Ho detto agli altri due di mettersi le scarpe. Ho ripetuto la richiesta. L’ho ripetuta ancora, ogni volta aumentando il volume e inasprendo le pene minacciate. Visto che c’era uno sprazzo di sole. Mi sono infilata il primo paio di scarpe che è crollato dalla scarpiera e siamo usciti. Senza programma.

Io ci riprovo, cercando contro ogni logica una sua adesione:
Poi sono andato su quella salita, lì davanti alla scuola. E ho fatto cinque ripetute. Salivo di corsa e scendevo lentamente.
E lei: Poi ho messo sul soppalco gli scatoloni del cambio di stagione. Ho dovuto fare cinque giri. Salivo sulla scala e scendevo sulla scala. Ripetutamente.

Insisto, fingendo di non sentire la sua perplessità:
Alla fine dell’allenamento ho fatto un po’ di stretching. Qualche stiramento per non accumulare le tossine.
Mi sento rispondere:
E poi alla fine di tutto ho stirato un po’. Perché non sopporto di vedere i vestiti accumulare nella cesta.

Niente, vedo che non mi vuoi sentire. Vedo che non vuoi condividere le mie passioni. Come sei insensibile: è proprio vero che il matrimonio è la tomba del podismo!