africa

Il seme

Stefania D'Elia Nonno Mandela e l'albero della libertà

Qualche mattina fa, prima delle otto, stavo uscendo di casa quando Francesca mi dice “Ah, dimenticavo: ieri è arrivato questo pacchetto per te”.
“Un pacchetto? Per me?”
Lo prendo e leggo l’indirizzo: sono proprio io. È poco voluminoso, mi viene in mente come un’illuminazione: deve essere il libro su Mandela! Anzi no, non proprio su Mandela, ma che insomma…
Apro il pacchetto, è lui. Rimetto a posto e esco di casa con un sorrisone.

In novembre sono stato a Bolzano dove ho raccontato ai blogger che partecipavano a BdiBlogger l’importanza dell’umorismo nella scrittura. Non solo le battute, ma sentire l’emozione di quello che si sta scrivendo.
Una delle partecipanti, Stefania, mi ha contattato poi su facebook chiedendomi il materiale del corso.
Dopo poco mi ha raccontato che era contenta perché stava per uscire un suo libro. Un racconto illustrato per bambini, ispirato alla vita di Mandela. Le ho chiesto se fosse distribuito e lei si è offerta di mandarmelo. A direil vero me l’ha anche mandato subito, solo che, grazie alle simpatiche poste italiane e alle feste di Natale, è arrivato circa quaranta giorni dopo.

L’ho sfogliato e le illustrazioni erano davvero evocative. Parlavano il linguaggio semplice dei bambini, parlavano di Africa, parlavano di libertà.
L’ho letto a Federico, mettendolo a letto. Il libro in realtà parla di un albero, l’albero della libertà, che cresce nonostante alcuni uomini la vogliano tenere all’ombra. Ma è più forte, segue la sua natura, cresce piano ma inarrestabile.

Prima di addormentarsi Federico mi ha chiesto di raccontargli storia di Nelson Mandela, quello vero. Gli ho detto qualche frase semplice e mi sono ripromesso di raccontargli una storia più completa.
Ho sorriso e ho spento la luce di Federico. Lui era tranquillo, io ero tranquillo. Ecco: in quel momento ho avuto la consapevolezza che il seme della piantina germogliava, anche in casa mia.

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Ma forse non era questo

Don Nanni si siede sulla branda per aprire la lettera, che una specie di postino senza casco gli ha appena consegnato senza scendere dallo scooter impolverato. Timbrata, firmata e sigillata a Roma quasi tre settimane prima.
Nel continente dove la pazienza è alle fondamenta della vita, don Nanni la scorre impazientemente. Cerca le parole chiave. Vuole capire se potrà tenere aperta la missione. Deve capirlo.

Trova quello che temeva. Aggettivi edulcoranti e frasi indirette. “Necessari rapporti di convivenza”… “Occasione per l’econonia locale”… “Ineludibili interessi nazionali”.  Nessun riferimento diretto alla trasformazione della regione in zona industriale. Da quando han trovato il petrolio, è tutto un sottinteso, qui. Qui dove non arrivavano neppure i medici.
Ma non è per le persone, che sono venuto qui diciannove anni fa?
Non è per le loro anime, un domani e oggi per i loro corpi magri senza diete a punti?

E le persone? E il motivo per cui sono qui? Puoi servire il Signore e la Chiesa se non hai più fiducia nelle gerarchie che scrivono lettere come queste? Che parlano di dollari e non di uomini. Avendo una cura eccessiva a non nominare mai né i primi né i secondi?
Abbandona la schiena all’indietro, sdraiandosi.
Pensa alla sua vita, alla sua fede arrivata tardi, dopo la morte di suo fratello. Morte assurda, in moto. Pensa all’ordinazione, a quel “don Giovanni Matalia!” che in Africa ci aveva messo così poco a diventare don Nanni.
Pensa alla missione.
“Ma forse non era questo, non era così”

 

(Dedicato a chi in Africa decide quando è il tempo di andare e capisce quando è il tempo di tornare)