affetto

Acqua benedetta

acquabenedetta
La signorina Caterina ha cinquantatré anni ed è signorina. Lei preferisce dire così, piuttosto che usare quel volgarissimo nubile che gli ufficiali di anagrafe le sbattono in faccia costringendola a farci i conti.
A ottobre sono tre anni che vive da sola: da quando sua mamma (santa donna!) è venuta a mancare.
Nel cercare il mazzo di chiavi della cantina condominiale ha preso la sedia e si è avventurata nell’anta superiore della vetrinetta in noce del soggiorno. Doveva essere lì, nel portafrutta di Murano, con tutti gli altri mazzi di chiavi che si usano molto di rado. Doveva avere un portachiavi giallo, di quelli con l’etichetta da compilare, che viene sempre lasciata in bianco. A parte la facile acrobazia sulla sedia non è stato difficile trovare le chiavi. Ma un oggetto ha attirato l’attenzione della signorina Caterina.
Nella stessa vetrinetta, in fondo, c’era una bottiglia di plastica trasparente da un litro. E’ piena d’acqua e sul davanti ha un’etichetta fotocopiata “Acqua Santa. Santuario della Madonna della Misericordia”. La bottiglia è di plastica del latte e porta una scadenza di sette anni prima.
La guarda con la stessa tenerezza con cui guarda ogni oggetto di sua mamma che le si ripresenta in mano.

La tiene un po’ in mano. Cercando di capire da quale gita parrocchiale della mamma arrivasse. Inizia a fare i conti sul tempo passato da quando è stata messa in quel mobile per non uscirne più. La signorina Caterina è una donna pratica. Capisce che non ha senso tenerla ma non sa come disfarsene. Ricorda che una volta, raccogliendo un vecchio santino ammuffito lo aveva buttato nella spazzatura. La mamma inorridita le aveva detto “Ma cosa fai? Non sai che non si buttano nell’immondizia queste cose? Sono benedette! Andrebbero bruciate, andrebbero”.
Lei non fece obiezioni, si fidò della dogmatica indicazione materna e riprese santino e rimbrotto. Una volta lisciato lo infilò tra le pagine della Bibbia e la rimise nella biblioteca. “Deve essere ancora lì”, pensò. Ma il problema era un altro: per liberarmi di questa bottiglia di acqua benedetta come devo fare? ”
Certo la mamma chissà dov’è e chissà se mi vede” pensò “ma non posso liberarmene in un modo che le sarebbe sgradito”.
Pensò di portarla in Chiesa. Versarla nell’acquasantiera, chiudere la questione con un segno della croce e andarsene. Mise chiavi e bottiglia nella borsa e si incamminò. Ma ad ogni passo pensava che forse non era una bella idea. Forse avrebbe dovuto chiedere. Sembrava più un blitz da ecoterrorista, di quelli che avvelenano i pozzi. E poi chissà da quanto è qui, se è ancora pulita, se la carica batterica…
Le balenarono tanti brutti pensieri che alla fine tornò sui suoi passi e rincasò.
Posata la bottiglia sul tavolo della cucina, si sedette di fronte guardandola. E se la regalassi a una sua amica? Una che sa cosa farsene. Potrei dire che è un caro ricordo di lei… Ma si presenta così male in questa bottiglia di plastica invecchiata… no, no, ci farei una brutta figura…
Pensò allora di usarla. Ma come si usa? Come un profumo, uscendo di casa, poche gocce sui polsi a benedire tutta la giornata davanti? Ma questa pratica è orribile: sembra un rito di chissà quale sciamano. Superstizione, superstizione pura. No, no, non si può fare.
La signorina Caterina è triste. Non sa come uscirne. E quando si sente in questa condizione senza scampo tira fuori la bottiglia del Cynar e beve un bicchierino. La bottiglia è sempre lì davanti a lei. Cosa fare? Cosa farne?
Un altro bicchierino fa sentire la testa più leggera e comincia a fantasticare sulle soluzioni più fantasiose.
Il giorno cala piano senza che la signorina Caterina si preoccupi di una cena, di un programma. Ha davanti il suo problema e lo vuole affrontare.
Ad un certo punto prende la bottiglia, svita il tappo verde e la beve. Tutta, sorso dopo sorso. Non è fresca, non ha un buon sapore, ma la beve. Non capisce se l’amaro in bocca è dovuto al Cynar o all’acqua benedetta ma contina, fino alla fine.

Va a letto senza cena e senza un’idea precisa dell’ora che si è fatta. Un po’ la stupisce il buio così fitto quando abbassa le tapparelle.

Di notte le tocca alzarsi per andare di corsa al gabinetto. Una corsa davvero. Un mal di pancia che libera le sue fitte in una seduta scomodissima.
Sarà l’alcol, sarà la tensione, ma adesso è lì la signorina Caterina, coi pantaloni del pigiama alle caviglie che ringrazia il Cielo di questa benedizione. Lei che è sempre così problematica nel liberarsi. In quella manifestazione non ci legge l’effetto di colonie batteriche ma l’aiuto dell’acqua benedetta.
Torna a letto che sta quasi bene. Si sente fortunata, la signorina Caterina.
Vorrebbe raccontarla a qualcuno, questa grazia, ma come si fa!

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L’amore. In comode porzioni monodose precotte.

amoreCi sono volte che mi impegno, che dico quello che mi viene da dentro. Che scavo, che fatico, che rumino parole. Le ripenso correndo, le limo guidando nel traffico. Poi quando le scrivo hanno già le loro schiene dritte.
Altre volte che vorrei scrivere così, da cialtrone. Come se parlassi a un amico dopo una birra doppio malto. Di quelle birre che fuori hanno le goccioline di condensa che ti perdi a seguire con gli occhi e a volte col dito. Senza perdere il filo. Senza dare più troppa importanza all’essere seri, all’essere ligi. E i discorsi che nascono sono puri come quelle goccioline. E non importa se poi fanno la stessa fine, cadendo su tavolini di plastica bianca.
Sarà il doppio malto, sarà la sintonia delle chiacchiere, ma a volte vengono fuori discorsi come questo fatto non ricordo bene dove.

Si parlava di quanto è importante dare un aiuto a un amico. No, non parlo di traslochi. Non parlo di prestiti. Parlo piuttosto della parola giusta. Quella che ingrana la retromarcia di un dolore per reimpostarti il giusto sorriso. Quella che ti fa sentire meno irrimediabilmente solo di quanto iniziavi a volerti buttar giù. E di quanto sia frustrante la sensazione di non esserci. Di non essere lì al tempo giusto, quando le persona a cui vogliamo bene ne hanno più bisogno. Ed è davvero dura se non hai la sensazione che il tuo destino sta a cuore a qualcuno.

Servirebbero, cominciavamo a ipotizzare, delle porzioni monodose di amore. Niente di impegnativo. Un amore precotto in blister. Un insieme di frasi patetiche e costruite bene. Un’adorazione premasticata pronta all’uso. Anche senz’acqua. Un qualcosa senza conservanti, né coloranti e con pochi edulcoranti sintetici.
Una frase sguaiatamente estrema “Ti voglio tanto tanto bene” da lasciare lì, a disinfettare qualsiasi fiorire di muffe depressive.
Un “Ti amo sempre, ti amo da sempre”. Così, senza chiedere il resto.
Oppure un “Mi manchi, sai?” da mettere in un libro, per raccoglierlo quando ci cade per errore sui piedi.
O con una imprevedibile energia “Il passato non mi interessa, ci sei tu”. Spietatamente, senza respiro.
Ma, ascoltami bene: non una sequenza di esche messe in fila verso una trappola. Piuttosto briciole lasciate sulla neve del davanzale. Senza stare a guardare se viene qualcuno a beccarle.
“Ero al telefono, mi ami ancora, vero?” Uno stupore regalato, incartato da sorriso per passare la dogana.
O una sequenza di parole ad argano, per risollevare dai fossi più scivolosi “Non ti posso amare in confort zone. Non ti posso adorare in linea di massima. Non ti posso anelare a targhe alterne. Giochiamoci un assoluto e fanculo se poi cadiamo sulle clausole scritte in piccolo”.
E ancora “Nessun amore di grana grossa per noi” oppure “Tu lo sai che non posso non amarti nemmeno se non vuoi”.
Per poi alzarsi dal tavolino, riportare le bottiglie al bancone della vita e pensare che sì: l’idea scema dell’amore precotto non è mica così male.

E ridere.  E comunque sentirsi meglio. Vedi che funziona?

Telefona quando arrivi

Oggi ho accompagnato mia mamma alla stazione. Dopo due settimane passate da noi, tornava a casa. L’ho salutata, l’ho ringraziata, le ho detto di stare attenta in stazione. E “Telefona quando arrivi”.

Poi la mente ha fatto un bel salto. E ho pensato al funerale a cui ho partecipato qualche giorno fa. Era quello della mamma di un collega. Lui ha circa la mia età e (pur non essendo amici intimi) ci capita spesso di pranzare assieme.
Ai funerali io non ci vado volentieri. Un po’ perché ho la fortuna di non avere avuto tante occasioni. Un po’ perché la mia sensibilità e la mia inettitudine mi fanno sentire fuori posto. E per insofferenza, credo. Ai funerali si dicono tante cose dovute, si interpretano ruoli, si recita seguendo copioni. “Condoglianze”. Che poi vorrebbe dire “soffro con te, soffro come te”, ma cosa diavolo posso capire di come soffre uno che perde una madre, un padre o un figlio? Sono parole vuote, solo forma.
Consigliato perentoriamente da mia moglie (“Nel dubbio vacci: ai cari fa piacere!”) alla fine ho partecipato.
Uno splendido pomeriggio di novembre. Il litorale romano. Gente normale, composta, silenziosa, non tirata.

Fila tutto secondo le liturgie fino alla fine. Poi d’improvviso, il parroco passa il microfono “alla famiglia, che vuole leggere un saluto”. Mi sembra strano, apro gli occhi e le orecchie. La ragazza del mio collega parte con la voce tremante, ma senza fermarsi mai. La lettera l’ha scritta lui e parla di cose che toccano. Dice che gli spiace di non aver fatto in tempo a darle dei nipoti. Dice di averla amata in modo assoluto. Dice che avrebbe voluto regalarle qualche anno dei suoi.
Senza mediazioni. Senza pudori. Senza vergogna. Intanto che ascolto la lettera, mi fermo a pensare al coraggio di quei due ragazzi. Lui che ha scritto quella lettera assoluta. Lei che con la voce commossa, ma senza esitazioni, la sta leggendo.

Ecco: lasciando mia mamma alla stazione, ripenso a quel pomeriggio al funerale. Alla mamma di un altro, che poteva essere la mia. Alla lettera di un altro, che non avrebbe potuto essere la mia. Perché io non so essere immediato nel voler bene ai miei cari. Non so essere spudorato nei “ti amo”. Non so essere senza vergogna nel manifestare amore a chi me ne ha dato montagne.