vita quotidiana

La borsa con scritto saldi.

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Il pomeriggio di domenica avevo un appuntamento con un’amica che non vedevo da tempo e a cui volevo chiedere qualche consiglio su come proporre un libro bellissimo che sto cercando di fare conoscere.
Ma c’era troppo freddo per andare in scooter, allora ho preso la metropolitana studiando prima il percorso più veloce. L’altoparlante della metropolitana, a un certo punto,  ha annunciato rallentamenti su una parte della tratta per guasti non meglio precisati. Non capisco come un guasto possa rallentare (e non bloccare) un treno sotterraneo. Ma cambio percorso e scendo alla fermata Repubblica. Noto, con un po’ di fastidio, che quasi tutti hanno le loro belle borse di carta con scritto saldi o con il logo di un negozio. Il mio senso di superiorità svanisce velocemente quando realizzo che la mattina stesso avevo anche io le mie belle borse di carta con dentro scarpe e pantaloni di cui da troppo tempo rimandavo l’acquisto.
Ma con l’imprevisto dei guasto alla linea esco pensando che devo cercare il percorso a piedi. Più o meno so la direzione ma devo trovare la strada esatta.

Una ragazza si muove leggera qualche metro davanti a me sulle scale che portano fuori dalla metropolitana, nella piazza rotonda Anche lei ha la sua borsa di carta. Esce all’aria aperta e d’improvviso cambia direzione. Va verso il portico, dove ci sono due grumi di coperte che non si capisce bene se siano portate dal vento gelato o ci sia dentro qualcuno.
La ragazza si avvicina e dice qualcosa. La coperta si apre e si trasforma in un uomo con barba e capelli sporchi. Lei tira fuori con cura qualcosa di caldo dalla borsa. Incartato con precisione, presentato con calma e (c’è da scommettere) preparato con la stessa cura.
Senza accorgermene rallento nel guardare questa scena. Lei non si limita a lasciare il cibo di fianco e andarsene frettolosamente, come probabilmente avrei fatto io. Glielo presenta, parla con lui, lo tratta da essere umano. Una ragazzina che non avrà avuto neanche venti anni.

Io che ho una certa antipatia per la superficialità della maggior parte dei teenager che incontro me ne vado riflettendo sui miei limiti. L’avevo catalogata immediatamente come l’ennesima appassionata di shopping compulsivo. Invece mi ha insegnato qualcosa. Mi viene voglia di copiarla, di fare lo stesso. O meglio ancora: di portare Chiara a fare la stessa esperienza (proprio Chiara che nel weekend ha voluto testare fino al limite la pazienza di entrambi i genitori).
Trovo la mia strada copiandola da quella disegnata sul display dello smartphone e mi accorgo che, invece della borsa di carta con scritto saldi ho anche io un bagaglio nuovo: mi è restato addosso un sorriso di cui non mi vergogno. U nsorriso pieno di voglia di fare cose belle.

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Se una notte di inverno una lettrice

anonimo

D’accordo, non era inverno ma tarda primavera. D’accordo, non era un viaggiatore ma una lettrice. D’accordo, il richiamo al titolo di un grande autore è una fanfaronata. Ma sono ancora così colpito da quello che mi è capitato da non trovare un titolo migliore.

Mi arriva una email da una sconosciuta. Dice che legge quello che scrivo e che vuole raccontarmi una cosa. Abita in un posto dove sono passato una o due volte, mi pare. Forse per andare a un concerto, quindi senza nessun interesse per il posto stesso. E inizia a raccontarmi una storia, una storia privata, una storia terribile.

Usando solo la tastiera del cellulare mi scrive un lungo pezzo fatto di pranzi familiari, di riunioni natalizie, di parenti del sud  e di abusi domestici. Sì, proprio di quello. Io sgrano gli occhi. Rileggo, ma non c’è niente che si può fraintendere. Io non capisco: perché lo sta scrivendo proprio a me? Ho capito bene? Chiedo particolari, ma lei si chiude. La non contemporaneità delle email aiuta a essere reticenti e a rifuggire quelle zone d’ombra dove non vuoi portare i riflettori.

Andiamo avanti, con pause irregolari, per un paio di settimane. Alla fine mi chiede una mano per aggiustare il pezzo che ha buttato giù prima di scrivermi. Per renderlo meno estemporaneo. Come se arrivare a raccontare quello che le è successo fosse un altro passo per lasciarsi tutto alle spalle. Io sono combattuto. Da una parte vorrei scappare, non mettermi in questa storia più grande di me. Dall’altra mi faccio entusiasmare dal fatto che lei abbia pensato proprio a me per raccontare la sua vita. E preso da questa euforia immotivata, lascio cadere tutti i miei dubbi di inadeguatezza. Compresi quelli legati al fatto di non consocere il tema. Allora (coi miei tempi) ci ho messo le mani e scritto e riscritto (e fra qualche giorno lo metterò sul mio blog cambiando nomi, luoghi e altri elementi che la rendano riconoscibile).

Ma una cosa ci tengo a dirla in chiaro. Lei ha superato, dopo anni, questo enorme senso di colpa che io non riuscivo neanche a inquadrare. Una vergogna e un senso di colpa per essere stata vittima di una ingiustizia. Nella convinzione (fondata o meno) che se avesse raccontato questa storia a qualcuno, avrebbe dovuto fare i conti con accuse o, più pesanti ancora, con sguardi di condanna. Proprio in famiglia. Quindi non ha detto niente, mai niente a nessuno. Ha deciso di crescere lo stesso, guardare oltre, seppellire questo dolore nel suo giardino. Solo da adulta è andata a raccontare queste cose a una psicologa e a tirarle fuori a poco a poco. Oggi mi racconta di essere sposata, di avere due bimbe e di fare una vita normale. E mi dice che ancora a nessuno (nessuno!) ha mai raccontato questa storia.

Testa di nuvola

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Passa un tipo con i capelli bianchi, bianchissimi. Non è vecchio, avrà cinquant’anni. Lo trascina un rassegnato cane da cacca urbano, che tra gli antenati di razza probabilmente ha avuto cani da caccia capaci di una ferma al fagiano, ma che ormai ha perso ogni istinto assieme alla i dell’ultima sillaba. Ma noi guardiamo dall’altro lato del guinzaglio, l’umano coi capelli bianchi e vaporosi. Una chioma curatissima e lunga. Mi ricorda un po’ il logo della sorbetteria di Ranieri. Luca dice che sembra Mozart. Federico ride e basta. Chiara mi fa una domanda strana: ma tu se potessi avere tutti i capelli a condizione di tenerli così, accetteresti?
Ecco, questa è una bella domanda. Una di quelle a cui non so rispondere con un sì o con un no. Da anni mi sono abituato a tenere i capelli cortissimi. Questo look, nato come una risposta frontale ad un’inesorabile avanzata della pelataggine, è diventato una abitudine che mi allevia il caldo (ma come fate d’estate con quelle chiome che sembrano berretti di lana?) e mi fa risparmiare molto tempo (esco dalla doccia e mi asciugo in un attimo).
“Vedi Chiara” – le dico – “sono pelato ma non ho il complesso di essere brutto perché sono pelato. Ma se potessi avere i capelli sarei più contento.”
“Non hai risposto” (Se mai dovesse essere una giornalista, sarà una grande giornalista!)
“Sì in effetti non so se accetterei, se il prezzo fosse tenerli così: lunghi, curati, vaporosi”
Poi ci mettiamo a parlare di quelli che (quando io avevo la loro età) vivevano la calvizie come una menomazione. E si sacrificavano sull’altare di artifizi ancora peggiori. Come il riporto. Farsi crescere capelli da una parte e incollarseli sulle zone diradate, come se non si vedesse che quel tappetino è artificiale e ridicolo. Come se chi ti guarda potesse credere, per un attimo, che tu sei ancora giovane e ancora bello e capelluto.
E un po’ la logica del riporto ha fatto scuola. Mi avanza un numero, non so dove metterlo e lo vado a mettere in testa alle decine (che già avevano i loro problemi).
La logica del riporto (tricologico) ci ha insegnato che ci sono due modi di gestire un problema: affrontarlo oppure nasconderlo. E di persone che vivono con l’etica sublime del riporto ne ho incontrate tante. Quelli che sul lavoro cercano di incastrare gli altri per le cose più noiose. Quelli che rimandano una decisione per la paura delle conseguenze. Quelli che sanno dire i no ma non si sono mai messi a cercare i propri sì.
Lo so che sono fuori tempo massimo, ma ho una risposta per Chiara. Mi va benissimo la mia pelata. Senza boccoli argentati. Senza riporti. Senza sospesi.

Un solo fiocco di neve

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Lo scooter non lo uso quasi mai. È comodissimo per andare in centro, è la soluzione ideale per andare in quei posti dove non c’è parcheggio, ma non è adatto per andare al lavoro e per portare i bambini a scuola. Quindi è l’ancora di salvezza dei percorsi inusuali.
La conseguenza di questo è che per la maggior parte del tempo resta fermo, legato e col sellino coperto, in attesa che qualcuno si ricordi di lui. Ma questo nostro comportamento sembra non essere tanto compatibile con le logiche da elettrauto. Non usandolo finisce per farci spesso lo stesso scherzo: la batteria si scarica e (quando dobbiamo usarlo) non parte.

Domenica sono stato previdente: visto che in settimana avevo in programma di prendere lo scooter l’ho acceso. E’ partito subito. Tanto che preso dall’ottimismo mi è tornata in mente la frase sentita cinque minuti prima
“Se lo provi, ci sarebbe da prendere il latte”
Sono andato al supermarket più vicino e ho preso il latte. Non uno, ma sei litri. Lo metto nel bauletto, tolgo catene, metto il casco. Nei secondi seguenti ho sentito il motorino di accensione che si schiariva la voce con crescente lentezza e fatica. Ehmehmehm ehm ehm…
“No dai parti! Non adesso…”
Dopo una decina di secondi l’agonia elettrica è finita e la situazione è stata chiara. Ero a piedi, a poco più di un chilometro da casa, con due quintali di motorino e sei litri di latte. In più avevo solo un’ora di luce prima del tramonto e (nonostante il freddo) avevo una gran voglia di andare a correre.

Mi decido: lo spingo fino a casa e lo metto in carica, nel box. Inizio a spingere affrontando con una certa superficialità la pendenza della salita. Sì, quella davanti alla scuola di Luca, sì quella che anche quando sono a piedi mi fa rallentare non poco.
La supero, fermandomi due volte a prendere fiato. A metà strada incontro un amico che mi offre aiuto “Ho i cavi a casa” ma ormai è questione di orgoglio.
Proseguo e ecco che con la coda dell’occhio vedo qualcosa di leggero posarsi sul sellino di fintapelle nera. Scendeva piano, come un petalo. Ma non è stagione. La forma era sferica la dimensione quella di un fiore di mimosa. L’ho guardato, senza smettere di spingere il mio fardello laterale e ho notato che cambiava. Sciogliendosi piano.
“È un fiocco di neve!” ho pensato con lo stupore di un bambino dietro i vetri. Ho subito guardato se ce ne fossero altri, ma no: nessuno. Ho cominciato a pensare alla temperatura, troppo alta per far nevicare. Poi è tornata alla mente la lezione di scienze ripetuta con Luca, quando lui mi spiegava che “per ogni 200 metri di altitudine la temperatura cala di un grado”. Quindi, a occhio e croce, potrebbe essere partito da mille, millecinquecento metri, chi lo sa.
Il bello è che è unico. E questo me lo rende simpatico ancora di più. Non smetto di spingere e, con questa compagnia perdo la nozione del tempo e del modo e arrivo presto.

Attaccando i cavi per ricaricare la batteria, continuavo a pensare a quel fiocco. A quel caso miracoloso che me lo ha fatto atterrare di fianco e al fatto che senza il sellino scuro non lo avrei mai visto…
“Ma è tardi: prima che il sole tramonti voglio andare a correre”.
Magari riflettendo sul fatto che bisogna pensarci prima a certi viaggi e che il cervello è come la batteria dello scooter: va usato costantemente se vuoi che funzioni bene.

La temibile compagine bielorussa e il bar di Star Wars

Champions League

Luca è appassionato di calcio. Essendo uno sport di massa, il mio snobismo mi ha portato sempre a porre un freno a questa passione. Non voglio che diventi uno dei tanti che parla usando cori da stadio e che sostituisca alla sua opinione quella del Biscardi di turno. Quindi se da un lato l’ho sempre incoraggiato a giocare a pallone (in cortile, in spiaggia, al doposcuola), dall’altro non ho mai sottoscritto abbonamenti a canali di calcio né assecondato le sue richieste di mollare la piscina per il campetto.

La sorte, per compensare questa mia mancanza, mi ha offerto un specie di chance. Unicredit, infatti, ha indetto un concorso che si chiama RefereeMascot con il quale si offre a un bambino la possibilità di accompagnare in campo un componente del team degli arbitri. Si vestono negli spogliatoi, entrano in campo prima del fischio di inizio e poi i bimbi si rivestono e raggiungono i genitori in tribuna per guardare la partita di Champions League.
Sono in ufficio. Mi arriva una telefonata strana “Vuole portare suo figlio a vedere Roma – Bate Borisov? “

Consulto qualche amico con il figlio della taglia giusta, diamo le conferme e dopo un paio di giorni inizia la nostra avventura. A dire il vero la serata è stata una alternanza di momenti di gloria e di panico, nella migliore tradizione della tragedia classica.

Siamo arrivati allo stadio e ci siamo accorti che il punto di ritrovo era dentro, ma noi eravamo fuori e senza i biglietti. Il nostro contatto era una giovchampions2ane donna molto in gamba, Serena di Unicredit. Abbiamo chiesto agli steward di poterla avvisare ma sono stati irremovibili. Quando poi è uscita ci siamo accorti che i nostri biglietti erano in albergo ma i nostri figli dovevano entrare. Allora la povera Serena si è improvvisata mezzofondista e ha percorso i due chilometri verso il suo hotel per permetterci di entrare. Nel frattempo i nostri figli sono stati portati negli spogliatoi e noi genitori siamo restati fuori dai tornelli e dentro le cancellate. Una specie di zona di interdizione che ricordava un po’ Staten Island, ma con più giornalisti e meno sogni.

Dopo un po’ la valente mezzofondista per cui tifavamo è tornata, ha ritirato le liberatorie (che avevamo firmato appoggiandoci sull’auto ufficiale), ci ha dato i biglietti che abbiamo sventolato davanti agli increduli steward (osteggiando la faccia da “hai visto che ce li avevo!”) e siamo entrati.

Quando i bambini sono entrati in campo è stata un’emozione. L’inno della Champions League, la corsetta e lo schieramento in campo. Luca era vestito di bianco con la scritta RESPECT e mi ha confessato che tremava.
“Perché tremavi? Avevi freddo?”
“No, non era quello…” è stato il suo commento emozionato elasciato volutamente in sospeso.

La partita è andata bene, i bambini hanno arricchito il loro repertorio di parolacce, grazie alla simpatica famiglia di nobili inglesi in gita in tribuna Monte Mario. Ma sono abbastanza grandi da riderne senza ripeterle. In realtà il match con la temibile compagine bielorussa è finito zero a zero tra i fischi dei tifosi romanisti arrabbiati con il mister, ma a noi questo importava poco.

Siamo usciti e abbiamo trovato una brutta sorpresa. Il bauletto dello scooter era stato forzato. E il coperchio tolto di netto (costa esattamente come i due biglietti di tribuna). Nel cercare di rimetterlo a posto ho rotto la chiave nella serratura. Il problema è che la chiave era la stessa chiave dell’avviamento. Quindi ci siamo trovati alle undici di sera, lontani da casa e a piedi.

Luca era molto scosso dal tentato furto e stanco per l’orario e continuava a ripetere “Ma se i ladri tornano e ci rubano il motorino?”. Ho cercato di rassicurarlo con parola a vanvera, ma pronunciate con dolcezza. E forse ci sono riuscito. champions3
Stavo cercando un taxi col cellulare e ne ho visto uno passare. Lo abbiamo preso al volo, come nei film. Anche lo slang del tassista ricordava un personaggio alla Taxi Driver, ma un po’ piu der Tufello che della grande mela. Ma l’abitacolo era caldo e siamo arrivati a casa abbastanza in fretta.

L’indomani mattina sono andato a riprendere lo scooter. Ho accompagnato i bambini a scuola e poi a piedi verso la metropolitana. Ho preso al volo un bus sovraffollato con gente che si ripeteva come una litania i discorsi di ogni mattina “Per fortuna che a doveano potenzià, ‘sta linea!”.

Arrivo allo scooter e mi accorgo che il parcheggio sul lungotevere lo ha esposto al freddo e a un’umidità che non avevo considerato. Provo con la chiave di riserva. Entra: è già qualcosa. Provo ad accenderlo ma non parte. Ad ogni giro del motorino di accensione la mia speranza di vederlo partire si allontana di un po’. Alla fine sono fermo. Lancio un uffa che fa rima con imbarazzo e mi fermo un attimo a pensare. Non ho voglia di tornare a casa per ricaricare la batteria e tornare un altro giorno. Trovato! Guardo se c’è un meccanico in zona. Lo trovo, benedicendo i prodigi della rete mobile: è nella terza traversa a destra. Spingo lo scooter fino a lì.

“Buongiorno, mi aiuta a farlo partire?”
“Devi da toglie a batteria”
“Certo. Sa me l’hanno forzato ieri sera vicino allo stadio e adesso non parte…”
“Sei annato a vede’ sta Roma der c…. ?!?”
Sorrido. Non so cosa rispondere. Non ho capito se è un laziale o un romanista critico. Altre ipotesi sono fuori dall’ordine delle cose dell’elettrauto romano.
“Non siamo tifosi, ho portato mio figlio perché doveva entrare in campo con gli arbitri” L’uligano si rasserena.
Io trovo molto azzeccata la mia frase ecumenica da bar di Star Wars. Non mi ha fatto schierare né con la Roma, né contro, né con Garcia, né con Dart Vader.
Alla fine sorrideva e ha signorilmente respinto la mia richiesta del quanto le devo.

Tornando a casa il bauletto si è rotto del tutto ed è stato tumulato in un cassonetto per la plastica. Ho scoperto poi che il suo costo è praticamente pari al valore dei due biglietti della tribuna. Ma non importa.

Riflettevo sulle persone incontrate. Su Serena di Unicredit, che si è presa la briga di correre a recuperare i biglietti con un attaccamento al lavoro che mi piacerebbe che i suoi capi conoscessero. Sui tifosi che passano agli ottavi e fischiano la loro squadra. Sull’elettrauto a suo modo gentile. Sui fratelli di Luca che erano fieri di vederlo in tv, anche se solo per pochi secondi. Sulla gente che sui mezzi pubblici si lamenta senza fantasia. Sul ladro che per frugare in un bauletto mi ha fatto un danno da ridere e che adesso (se le mie preghiere sono esaudite) è seduto su un water in preda a una dissenteria da guinness…

Ma Luca oggi parla di questa esperienza e mostra la sua maglia con scritto “Respect” con l’orgoglio di un veterano. E questo mi fa dire che ne è sicuramente valsa la pena.

(Certo se adesso mi mandassero un bauletto nuovo con dentro un pallone della champions sarebbe proprio perfetto…)

 

orgogliosamente

arcobaleno

Domani a Roma c’è una manifestazione. Si chiama pride. Nasce da quella che si chiamava gay pride, ma ha cambiato nome inserendo al posto di gay il nome della città. In effetti il nome era sbagliato in ciascuna delle due componenti. Sembrava quasi volesse sottolineare una differenza. L’orgoglio di essere gay. No: l’orgoglio deve essere di poter essere liberamente quello che si è. E quindi l’orgoglio (di tutti) dovrebbe essere quello di vivere in una società arrivata a un livello di civiltà in cui essere gay o etero o non so/non risponde non fa la differenza.

Coi miei figli (che sono alle elementari) ho affrontato domande sulla omosessualità. In un modo che probabilmente avrebbe dato fastidio sia ai sostenitori a oltranza della libertà totale, sia api paladini delle tradizioni chiuse.
Ho detto che normalmente un uomo ama una donna. Ma ci sono uomini che amano uomini e donne che amano donne. E che se una società è libera non tratta male chi ama una persona del suo stesso sesso. Anzi: il livello di civiltà di vede da come sono tutelate le posizioni più deboli. Ecco: l’ho fatto così, ma senza tralasciare di passare il concetto di normalità. Ho paura infatti che i bambini non sappiano fare la differenza e finiscano per assorbire un concetto confuso.

“Ah siete tutti bravi a parole, ma voglio vedere se tuo figlio ti dice che è gay come ci resti”.
Questa frase me la sono sentita dire tante volte e ci ho riflettuto. A prima vista è vero: sarebbe un dolore per me. Non tanto perché un mio ipotetico figlio non andrebbe a soddisfare ipotetiche aspettative che ho riposto in lui o in lei. Quanto perché sarei seriamente preoccupato che possa subire dei torti maggiori degli altri suoi coetanei e essere meno facilmente felice. Ma poi mi viene voglia di scrollarmi di dosso tutti questi pensieri ammuffiti e di andarci, alla manifestazione, con tutta la mia famiglia. Tutti assieme per vedere da vicino che siamo tutti uguali. Sarebbe il modo giusto per relegare sullo sfondo il solito brusio di chi ha le idee chiare soprattutto sulla vita degli altri.
Sorrido al pensiero, ma poi mi ricordo che questo weekend abbiamo così tanti impegni da togliere alla ipotesi qualsiasi realismo. Pazienza, magari lo faremo un’altra volta:

Ti chiedo scusa fratello acaro

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Quando mi hanno dato questo nuovo avveniristico aspirapolvere, io non ho sospettato nulla. Non pensavo che lo avrei usato con questa naturalezza. Non pensavo che mi avrebbe cambiato. Ma andiamo in ordine. È una storia che vale la pena di essere raccontata.

Sono entrato un po’ per caso in una discussione di marketing e di aspirapolveri ai margini di un evento. Discutevano  dei prodotti Dyson. Di come fossero eleganti, efficaci e innovativi. Io, che sono più  allergico agli slogan che alle graminacee, non ho detto niente. Mi limitavo ad ascoltare, nascondendo la mia curiosità. Poi sono entrato nella discussione sul contenuto innovativo e sulla differenza con altri prodotti. Cosa avrà di nuovo un aspirapolvere?

Alla fine mi è stato proposto di provarlo e di raccontare la mia esperienza. Il patto era semplicemente questo: “Noi ti diamo questo nuovo aspirapolvere, tu lo provi, poi scrivi quello che ne pensi”
“Ma davvero posso scrivere tutto quello che ne penso? Anche che non mi piace affatto? Anche che l’ho trovato del tutto identico agli altri?”
“Sì, sì: puoi dire tutto. Basta che lo motivi e soprattutto che usi il tuo stile”
L’offerta mi sembrava invitante e quindi ho accettato.

Quando è arrivato il pacco l’ho aperto con la curiosità di un bambino che scarta una sorpresa, pur sapendo bene cosa si nasconde dentro la carta colorata. La componente tecnologica, il nome del prodotto Dyson DC43H, l’eleganza nerd dello scatolone mi hanno fatto pensare subito agli androidi di Star Wars. Macchine chiacchierone programmate per aiutare noi esseri umani contro l’Impero, insomma. Ma non mi sono fermato lì: era già carico quindi non ho perso tempo per iniziare a usarlo. Francesca quando mi ha visto con un aspirapolvere a forma di mitraglietta mi ha detto: “Che cosa sarebbe questa nuova trovata che ti sei comprato?”
“No, guarda, posso spiegarti tutto!”
A dire la verità, questa frase avevo immaginato di usarla in circostanze ben più drammatiche, ma nella vita bisogna sempre accontentarsi. Ho dato un’occhiata sommaria alle istruzioni (senza leggerle, è una questione di principio!) e sono andato a caccia.

Già dalla confezione questo prodotto si vantava di essere il non plus ultra a per la lotta agli acari. Acari? Non ci ho mai pensato.
Nella mia famiglia non siamo grandi estimatori degli animali domestici: non abbiamo cani, non abbiamo gatti, non abbiamo acquari o canarini: gli unici animali che girano per casa sono esemplari di merluzzo parallelepipedali, opportunamente impanati e stivati nel freezer. Però gli animali ci piacciono eccome: ci piace vederli liberi e pensarli felici nel loro habitat, ci piace cercare di capirli.
A dire il vero l’habitat dell’acaro della polvere è proprio il materasso. Questi minuscoli invertebrati si sono evoluti imparando a nutrirsi di invisibili scaglie di pelle morta che noi esseri umani perdiamo inconsapevolmente.

Preso dalla smania infantile di provare questo nuovo giochino ho iniziato la mia guerra spietata a tutto ciò che poteva essere ingoiato dall’aggeggio. All’inizio è stato facile trovare briciole sul tavolo della colazione e sotto il tavolo stesso, perché quando i miei figli fanno colazione si ricordano di tutti gli animali selvatici che hanno osservato in natura e si comportano più o meno allo stesso modo. Ma dopo pochi minuti di aspirazione, le briciole per terra cominciavano a scarseggiare. Ho cambiato accessorio e sono andato a cercare la polvere nei posti dove di solito la tollero: tra gli elementi di un termosifone, su un battiscopa imboscatissimo, sopra i pensili della cucina. Ma anche lì il gioco è finito presto. Torno a guardare un po’ smarrito l’imballo originale e capisco che l’unico gioco che mi è restato è quello suggerito dallo slogan sul lato corto. Ho innestato l’utensile antiacari con lo stesso sguardo preoccupato con cui il prussiano innestava la baionetta prima dello scontro finale e mi sono diretto verso il letto di battaglia.
Si sa che le guerre sono sempre ingiuste e si sa anche che a soccombere sono sempre le moltitudini di piccoli, quelli senza voce, quelli che non vengono chiamati per nome ma per numero,  così fa meno impressione. Ma secondo una stima prudente, quel giorno potrei avere sterminato un numero vicino ai due milioni di acari. Certo: i soliti negazionisti dicono “al massimo mezzo milione” ma non è comunque un numero che permette di dormire tranquilli.

Quando mi hanno dato questo aspirapolvere io non sospettavo nulla. Ma adesso sono diverso. Più cinico forse, più silenzioso.
Si sa che la storia la scrivono i vincitori e anche questa volta non si faranno eccezioni. Si sa che chi vince poi ha mille e mille spiegazioni razionali per quello che ha fatto: Francesca è allergica alla polvere e adesso sta meglio, il decoro e la pulizia della casa ne hanno tratto giovamento, noi abitavamo qui da prima di loro, noi siamo quelli che difendono la democrazia e la libertà (ok, non c’entra, ma ce la mettono sempre!).

Alla fine ho riposto l’arma nella sua confezione e Francesca mi dice “Hai uno sguardo strano”. Mi sono tolto la fascia dalla fronte e ho accennato un sorriso. Non ho risposto, non ne avevo la forza. Tanto non avrebbe capito.

“Certo che sei strano, tu!”

Volare basso volare alto

takeoff

Spesso noi genitori ci troviamo la mattina in mutande a urlare “Vèstiti e non fare casino a quest’ora”. Che a pensarci bene non è proprio il massimo della coerenza. Ma alle sette e dieci di mattino la FIFA ha vietato le partite condominiali tra giocatori di sette e otto anni. E soprattutto le risse in campo e le rovesciate.
Quindi mentre mi faccio la barba mi capita di intervenire e di squalificare campi, espellere giocatori, comminare giornate di squalifica.

Visto che i vari DASPO contano poco, viene il sospetto che i piccoli giocatori-hooligan non vengano su nel modo migliore. Sembra che inizino a “rispondere” in modo maleducato e soprattutto a dover essere controllati perché cercano sempre di fregarti. Le partite infatti sono a porte chiuse, nel senso più stretto del termine. Sapendo di fare qualcosa di sbagliato si chiudono in camera e comincia l’incontro.
Magari con lo spazzolino in bocca, magari con il grembiulino blu, magari più che segnare lo scopo è fare a botte.
Ma quello che li accomuna è che, quando arrivano le ispezioni sono tutti angioletti. La palla è sparita in pochi millisecondi, le braccia sono aperte coi palmi in su (per dichiarare innocenza) e soprattutto gli occhi sono sgranati e increduli, che neanche il miglior Totò Schillaci!

Sbuffiamo, sgridiamo, andiamo avanti e un dubbio di non essere abbastanza bravi come genitori ci viene.
Poi capita che andiamo qualche giorno a Barcellona per le vacanze di Pasqua. Durante la preparazione per il decollo Federico si mette a disegnare, facendosi richiamare per il tavolino aperto. Chiara si mette a leggere. Luca invece è silenzioso. Si gira verso di me (che sono dall’altro lato del corridoio) e ammette mal volentieri “Non sono tanto tranquillo”.
Capisco che, imprevedibilmente, ha paura del decollo e sta chiedendo aiuto. Faccio un cenno con gli occhi a Chiara che, meravigliosamente, capisce al volo. Protettiva e sorella maggiore come non mai gli dice “Non preoccuparti” e gli sorride. L’aereo prende velocità e decolla e io guardo le due manine, una sull’altra, appoggiate sul bracciolo della fila 33. Luca è meno preoccupato. Chiara è silenziosamente fiera del suo ruolo.

E io penso che forse sì, forse stiamo facendo un buon lavoro.

festa del vernidas

vernidasMi sembra ieri che li facevo io quei bigliettini per la festa del papà. Portacenere di das (quando c’era tempo col vernidas) oppure una cravatta di cartone da mettere attorno alla bottiglia di whisky. Perché i papà degli anni Settanta evidentemente erano tutti delle bestie che fumavano e bevevano in continuazione. Questo almeno nell’immaginario delle maestre e dei pubblicitari degli anni Settanta.
Spariti i portacenere, sparita la pubblicità dei liquori, sparito il das (anche se qualcuno giura di averlo visto in qualche vecchio negozio) restano i papà. Diversi da quelli di allora: con meno autorità, meno basette, meno zampe di elefante. Forse anche con meno speranza di una volta. Perché il mondo non è più quello governato da un indiscriminato aumento del PIL e delle possibilità. Non è più quello per cui ogni nuova generazione sta matematicamente meglio di quella precedente.
Mi guardo allo specchio e, invecchiando, vedo tratti di mio padre. Non so se mi disturba invecchiare o sentirmi uno stampino addosso (bello o brutto che sia). Poi in fondo sono simile anche in certi aspetti del carattere: tipo quando nell’abitacolo della mia macchina sono il più grande rompimaroni dell’emisfero boreale…

Stamattina facendo colazione ho detto che non sono tifoso e Luca mi ha detto “Ma come! Tu tifi per il Mantova”.
“Ma no, non sono tifoso”
“Ma io l’ho scritto sulla scheda per la festa del papà”
Allora non me la sono sentita di insistere e ho detto che sì, che tifo il Mantova. E in quel momento non era una forzatura. Era assolutamente vero. Perché se me lo chiedono loro tifo anche il Mantova. O la Juventus. O persino la Roma (no, be’ non esageriamo).
Voglio che questi regali politically correct siano una soddisfazione, almeno per i miei figli che ci hanno lavorato. Non importa se finiranno nel secondo cassetto del comodino, che ormai non si chiude più.

Panni stesi sulla ringhiera

panni sulla righiera Mi è capitato di recente che mi presentassero persone nuove. Incontri fatti un po’ per caso. Amici di amici, come dicono i social network copiando la locuzione dalla mafia. E la cosa che più mi ha colpito è che qualcuno di loro mi ha detto “Ah, ho capito chi sei, sei quello che scrive qui e là!” Dove qui e là non erano posti vaghi ma l’indirizzo esatto degli account e dei siti che uso. La prima reazione è stato sentirmi spiato, radiografato, trafitto dalle loro letture a raggi x. Poi ho sentito immediatamente un calore strano. Forse le guance che arrossivano come mi succedeva alle medie oppure era proprio l’effetto della esposizione a quella radiazione inaspettata. Subito dopo ho ascoltato una immensa soddisfazione. Come se scrivere battute e racconti e qualche storiella avesse un senso. Perché, pensavo, scrivere non è mai un atto compiuto. L’azione dello scrivere si compie quando il messaggio arriva a qualcuno e lo cambia. Non parlo di grandi cambiamenti, parlo semplicemente di generare una riflessione o addirittura (esagero) un’emozione. Il pensiero di essere davanti a un video e a una tastiera e di riuscire a combinare le parole in modo che da qualche altro lato del mondo qualcuno legga e sorrida è qualcosa di sublime. Dice Alessio che “la scrittura è l’atto più privato che possa esserci” e che lui di conseguenza ha molte ritrosie nel farlo. Proprio lui che ragiona in modo conseguente, sceglie le parole giuste e le trova in fretta. È vero, è tutto vero. Ma anche un sorriso o una lacrima o un’incazzatura sono un moto privato. Eppure a volte ci sembra inevitabile mostrarle. Diventano un modo di stare al mondo, un gesto politico. Sono cresciuto in una realtà non omertosa, ma sicuramente riservata. Dove il voto e la busta paga sono cose da non discutere, neanche con gli amici. Una realtà dove i panni sporchi si lavano in casa e magari anche lo stendino va messo all’interno, in ossequio al decoro del condominio. Io non sono certo coraggioso. Ma mi sto prendendo il rischio di metterli a stendere sulla ringhiera che dà sul cortile, quei panni. E di sporgermi di fianco per salutare i vicini che passano.