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Storia bonsai

bonsaiPoi quel giorno è arrivato in ufficio con una scatola. Con l’aria di un bambino ansioso per aprire la scatola del nuovo giocattolo. Aprendolo ci spiegava che contiene un seme di bonsai. Che bastava annaffiarlo e sarebbe nato un bonsai.
Il collega presuntuoso, quando non millanta conoscenze altolocate, in fondo è simpatico. Con quel suo entusiasmo fuori luogo e coi suoi discorsi infondati.
Non sono valse a molto le nostre domande “Ma i bonsai non vengono da pazienti lavori di potatura, di rami e radici?”
“Ma sei sicuro che basta innaffiare e cresce un bonsai? Così: senza sforzo…”
Niente: gli imbecilli eravamo noi.
Quindi per due o tre mesi un po’ di acqua della bottiglia di plastica presa ai distributori automatici finiva in questo piccolo vaso blu. Inumidiva quel misto di terriccio e corteccia, ma niente.
Ad ogni annaffiatura l’unica cosa che germogliava erano le nostre derisioni.
Piano piano anche il collega presuntuoso si è arreso e ha ridotto l’enfasi dei suoi “Voi, come al solito, parlate e non capite un cazzo”.
È stato allora che mi è venuto in mente che io, in fondo sono caritatevole. E che io, quando piantavo le lenticchie nella vaschetta col cotone, quelle nascevano per davvero.
Ho portato qualche decina di lenticchie e le ho sotterrate. Ho lasciato che l’esperto di bonsai versasse altra acqua e ho aspettato. Godendomi il suo successo fatto di “Visto, che avevo ragione io?”

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Baci(nici) per S. Valentino

Basta con questa forzatura di San Valentino. Amore e cioccolato a tutti i costi.  E tutti a cercare le frasi migliori, tutti a cercare idee banalmente originali.
Io ho deciso di smetterla con Peynet, Moccia e Neruda. E scrivere finalmente delle frasi più veritiere. Quelle che vorrei che qualcuno finalmente leggesse aprendo un cioccolatino (con nocciole) per ritornare finalmente coi piedi per terra.

 

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Naturalmente accetto altri suggerimenti (che non prevedano pene corporali per l’autore).

 

Lavoro, rispetto e carnivori

fainaaLe due famiglie ai tempi erano affiatate, a quei tempi. Facevamo vacanze assieme in campeggio d’estate. E quella volta siamo finiti in Trentino.
La parte della pizzeria in cui ci avevano messi a sedere aveva le pareti ricoperte di legno. Noi bambini, poco abituati a uscire la sera, eravamo elettrizzati da questa novità.
Il cameriere aveva dei baffetti chiari, che a noi di pianura sembravano non intonati alla sua età. Si è affacciato come un piccolo animale nervoso. Fiutava l’aria e noi ci siamo girati a guardarlo. Avendo tutti gli occhi addosso ha detto “Scusate, voi non sentite odore di bruciato?” E ha continuato la sua ricerca.
Anni dopo ho imparato quanto i popoli di montagna siano legati al legno. E quanto il legno sia legato al fuoco. E oggi quell’atteggiamento da faina allarmata non mi sembra così insensato.
Ma allora lo trovavamo spassosissimo. Tanto che, appena girato l’angolo, ci siamo messi a ridere e a imitarlo. In piedi sulla panca a fiutare l’aria. Io, mio fratello. Mentre nostra sorella, più piccola, ci trovava ottimi attori e rideva di gusto.
Dopo pochi secondi di quel teatro da due lire, mio padre ci guarda e ci dice: “Guardate che quel cameriere sta lavorando. Chi lavora va sempre rispettato. Sempre”.
Allora non abbiamo capito bene il senso della frase, ma da quel tono preciso e rispettoso abbiamo capito che l’insegnamento era importante.
Sono poche le frasi che mi sono rimaste in mente come quella. Ma ogni volta che sento parlare di lavoro e di rispetto mi viene in mente quel cameriere, il suo naso da carnivoro selvatico, la nostra risata da stupidi.
E quell’insegnamento semplice.

A Natale siamo tutti più buoni

offertadinataleAdesso rispondetemi di getto, senza pensarci troppo: a Natale siamo tutti più buoni. Vero? Alzi la mano chi non si è sentito dire questa frase almeno una dozzina di volte. A Natale siamo tutti più buoni, indistintamente. Inevitabilmente.
Io però ho cominciato ad annotare le cose che non sopporto di questo luccicante periodo. E cerco di elencarle.

La porporina. Ho già parlato, al mio analista e nel mio blog del mio odio per i brillantini, luccichini e porporina. La porporina è ovunque. E io odio la porporina. E non importa se quando scandisco questa frase mi dicono che assomiglio al puffo qualcosa.
Ma più il mio odio si fa sordo e battente, più mi ritrovo la maledetta porporina ovunque. Me la ritrovo in macchina, sullo zerbino di casa, sulla tastiera del computer. Penso che se dovessi fare le lastre mi ritroverebbero pagliuzze luccicanti che formano sagome natalizie. Me la ritrovo persino in faccia, come se la notte scorsa fossi andato in giro con un boa di struzzo e un vestito di paillettes. Liberatemi da questa sciagura. Subito.

Le simpatiche canzoni di Natale in una nuova compilation. In autunno i vecchi cantanti si ricordano di avere un mutuo molto esoso, contratto a tasso fisso e non indicizzato al declino della loro ispirazione. Quindi vanno in sala d’incizione. I brani glieli consiglia il commercialista (“Vai sul tradizionale, non paghi autori e vendi in automatico”). Le immmancabili tristissime cover di Natale hanno il loro simbolico presepio in cui Maria e Giuseppe sono Mariah Carey e Micheal Bolton. Mentre noi siamo relegati al ruolo di pecorelle, buoi e asinelli. E non serve a niente rifuggire queste immancabili perle, c’è sempre qualche amico o familiare che si premura di premere play sul tasto del lettore.

Le comunicazioni fuori tempo. Penso sia un retaggio dei bigliettini d’auguri mandati per posta, quando le poste non avevano i disturbi bipolari di oggi e non credevano di essere una banca. Allora dovevi procurarti il bigliettino, trovare le frasi, mettere gli indirizzi, raccogliere tutte le firme, affrancarlo e spedirlo. Adesso se mandi un bel messaggio email non devi pensare di mandarlo in anticipo. Ma cominciano ad arrivare a metà dicembre. Lo stesso messaggio a cani e porci. Tanto da non riuscire a capire in quale delle due categorie ti abbiano arruolato. A me i bigliettini piacciono perché ci ho sempre letto una cura e un’attenzione. E anche le email mi piacciono. Ma ho decido di usarle in modo attento. Ogni anno faccio una foto dei miei bimbi e seleziono con molta cura a chi mandarla. Solo a quelli a cui spedirei una lettera pagando un francobollo, uscendo dalla logica “tanto è gratis”. Il mio tempo non lo è, quasi mai.

Ampio parcheggio. Se è vero che siamo tutti più buoni, perché vedo gente incolonnata con la bava alla bocca e gli incisivi piantati sul volante? Forse perché, presi dal simpatico vezzo degli acquisti, si sono messi in auto tutti assieme, per raggiungere tutti gli stessi luoghi, in un delirio suicida che in confronto i lemmings erano degli asceti tibetani. Non importa se questo serpentone di automobilisti iracondi si muova a velocità impercettibile verso un tipico  centro commerciale o verso l’angolino tipico con le luminarie tipiche. Tanto il risultato è lo stesso: una volta arrivati non ci sarà parcheggio.

I messaggi dell’ufficio. Il Natale è davvero triste quando diventa un argomento su cui fare leva per il buonismo aziendale finalizzato ai risultati. Mi risuonano nelle orecchie auguri manageriali come “Godetevi questi giorni con le vostre famiglie, col cellulare acceso, e rilassatevi in modo da essere più pronti alla ripresa dei lavori”. Ma anche i colleghi danno il meglio, inondandoti la posta di simpatici e pesantissimi alberelli con le gir animate. Fino a ieri non mi rivolgevi la parola, non serve che oggi mi mandi il coniglietto che saltella sulla neve ignaro del suo destino culinario. Davvero, non serve. Lavoriamo senza perdere tempo in queste cose, in modo da poter festeggiare ognuno con chi preferisce.

The day after. C’è qualcosa di magico nei prezzi del Natale. Panettoni che costavano 6,99€ con tanto di cartello di richiamo appeso con fili di seta, vengono venduti, la mattina del 27 dicembre a 1,99€. Senza enfasi. Senza clamore. Con una punta di vergogna. Come se venissero da un camion che si è ribaltato in un fosso nella campagna di Fukushima e adesso non si sa bene come liberarsi della preziosa merce diventata improvvisamente ingombrante.

No, ma a parte questo è vero che a Natale siamo tutti più buoni.

Da come scrivi

scriverePenso che le persone si possano conoscere (un po’) dalle cose che scrivono. Soprattutto se non sono autobiografiche. Dalla scelta delle parole: chi usa le parole che ti direbbe guardandoti negli occhi, chi le sceglie complicate come una circolare delle Ferrovie. Dalla cura nel delineare sfumature, dalla lunghezza dei periodi.
Da quante volte dice io, piuttosto che noi. Dal numero di parentesi e di incisi e di premesse.
Conto gli a capo.
Conto la punteggiatura mancante. Immagino i libri che, uno che scrive proprio così, può aver amato.
Riesco a immaginare con presuntuosa precisione chi sa ancora tenere una penna in mano e chi ormai solo una tastiera.
Schernisco, distinguo, ghettizzo chi butta gli apostrofi e gli accenti come un seminatore pigro. Lanciamone un po’ lì, poi magari attecchiranno.
Odio in modo inconfessabile chi cerca di nascondere l’aridità dei contenuti dietro a barricate di parole complesse. Costruendo palizzate di termini tecnici, erigendo casematte di gerundi acuminati.

Mi rendo conto, di fronte a questi ragionamenti superficiali, di quanto sia in torto. Io, io per primo.
Io che non rileggo, io che suppongo di essere capito sempre. E quando non accade non è mai colpa mia. E che poi sulle cose lunghe non mi ci metto neanche. Io che dico troppe volte io.

Io che… ma sì è lo stesso.

Cespuglio

Non ne posso più di tutte queste balle!
L’enfasi è indebolita dallo sforzo di rialzarsi da terra. Drizzandosi in piedi con la giusta lentezza, si pulisce da qualche foglia secca rimasta impigliata al velluto. Nella frase non c’è rabbia. Solo fermezza. E forse un po’ di insofferenza. Ma non astio, non rivalsa.
Non ne posso più di stare chinato, in questo cespuglio, a suggerir parole. E sì che con le parole sono bravo, quasi come con la spada.
Rossana, non vi seguo più. M’illudo di conoscere la natura femminile. O almeno di sapere molto, sapendo che non la posso conoscere se non in superficie.
Ma voi, Rossana, mi avete tolto ogni voglia di lanciarvi i miei versi. Cristiano è un bel giovane, di bell’aspetto e dalla voce calda. Sa prendere su di sé parole altrui. Le sa lanciare in alto, verso il cielo e oltre: fino al vostro balcone. Ma ho sempre saputo che non sapesse far durare in eterno questa costruzione.
Non avevo dubbio alcuno che sarebbe stato mascherato. Temevo solo il quando. Adesso, Rossana, sono qui io. Sentite questa voce, guardate questo naso, fate i conti con questo aspetto.
Ma era della voce o delle parole che vi siete innamorata?
O piuttosto dell’idea che vi siete fatta, tutta sola, di questo spasimante che poetava nella notte?
Non era una persona, non era un autore, non era un interprete. Era solo un’idea. Senza aspetto senza voce. Senza necessità alcuna di vivere nel mondo del reale.
La voce, per quanto non cavernosa e rassicurante, è ferma. Di una sicurezza consapevole, padrona.
E allora, Rossana, non ce l’ho con voi. Ma esco da questo cespuglio. Scioglierò queste membra, tornerò ad allungare braccia e gambe che sono state troppo tempo piegate per tenermi chino. Raddrizzerò la schiena, aprirò il torace, tornando a respirare.
Vi lascio tutte le mie figure retoriche, tutte le mie parole, vi lascio questo cespuglio. Vi lascio persino Cristiano. So che saprete come usarlo per popolare le vostre idee. Teneteveli buoni. Teneteli tutti. Credete a me: è un affare.

A tempo perso

tempo, gestione del tempo, scadenze, stress, schedule, to do, metodo di gestione del tempoNormalmente non sono ansioso. Normalmente ho imparato a guardare in faccia lo stress. Evito di chiamarlo col suo nome. Piuttosto gli sorrido e lui se ne va, deluso di non essere riuscito a rovinarmi la giornata.
Ma ci sono giorni in cui mi sembra di non riuscire a vedere la fine di quello che sto facendo. Mi sembra di essere sempre in ritardo. Sento che non riuscirò a rispettare le scadenze, i tempi, gli appuntamenti.
E come reazione mi comporto in modo irrazionale.
Per esempio se ho un libro da studiare o un lavoro da finire cerco di stimare quanto mi manca per finirlo. Conto le pagine, stimo la fine dei lavoro. Ma facendo così perdo ancora più tempo e non procedo di un passo.
Ma oggi ho trovato un nuovo modo di perdere tempo: scrivere questo post sul tempo perso.
A tempo perso.

Calcio retro.

A saperlo prima non sarebbe andata così. Era la fine del primo tempo. Me lo ricordo come fosse adesso. Anche perché sono pochi i minuti che giocavo in quella squadra molto più forte di me. Giocavo a uomo, in quella difesa lontanissima dalla porta avversaria. Nel mio piccolo riquadro di campo m’importava non fare arrivare la palla all’ala o alla mezzala che mi veniva assegnata. E spesso ci riuscivo. Ma su quel campo a Muggiò, sullo zero a zero da partita seria, dovevamo battere un corner. Tutti su! Anche noi terzini. Mi piazzo un metro fuori dall’area di rigore, sulla destra. Per la prima volta “me la sento che arriva qui”. Battono il calcio d’angolo e il grumo di giocatori la respinge proprio dove sono io. Tiro di prima. Convinto. Il tempo sembra fermarsi.

Alto. Alto di circa un metro, sopra l’incrocio dei pali alla sinistra del portiere. Ma alto. Rimessa dal fondo per gli avversari. Ritorno di corsa, coscienziosamente verso la mia posizione, prendendo un paio di “bravo” dai compagni.

Se dopo tanti anni fossi diventato qualcuno forse quella partita la farei andare diversamente. Pagherei qualcuno per fare un lodo calcistico con efficacia retroattiva. E non finirebbe così. Riavvolgendo il nastro avrei spostato il baricentro del corpo più in avanti per tenere il pallone basso. Basso quel tanto che basta. Ma segnando quel gol non mi avrebbero mandato a fare la doccia dopo il primo tempo. O forse sì, ma sarei uscito da campione. Un lodo retroattivo anche per quel Muggiò-Lancieri. Sì un bel lodo calcistico retroattivo.