riflessioni

La borsa con scritto saldi.

pastocaldo

Il pomeriggio di domenica avevo un appuntamento con un’amica che non vedevo da tempo e a cui volevo chiedere qualche consiglio su come proporre un libro bellissimo che sto cercando di fare conoscere.
Ma c’era troppo freddo per andare in scooter, allora ho preso la metropolitana studiando prima il percorso più veloce. L’altoparlante della metropolitana, a un certo punto,  ha annunciato rallentamenti su una parte della tratta per guasti non meglio precisati. Non capisco come un guasto possa rallentare (e non bloccare) un treno sotterraneo. Ma cambio percorso e scendo alla fermata Repubblica. Noto, con un po’ di fastidio, che quasi tutti hanno le loro belle borse di carta con scritto saldi o con il logo di un negozio. Il mio senso di superiorità svanisce velocemente quando realizzo che la mattina stesso avevo anche io le mie belle borse di carta con dentro scarpe e pantaloni di cui da troppo tempo rimandavo l’acquisto.
Ma con l’imprevisto dei guasto alla linea esco pensando che devo cercare il percorso a piedi. Più o meno so la direzione ma devo trovare la strada esatta.

Una ragazza si muove leggera qualche metro davanti a me sulle scale che portano fuori dalla metropolitana, nella piazza rotonda Anche lei ha la sua borsa di carta. Esce all’aria aperta e d’improvviso cambia direzione. Va verso il portico, dove ci sono due grumi di coperte che non si capisce bene se siano portate dal vento gelato o ci sia dentro qualcuno.
La ragazza si avvicina e dice qualcosa. La coperta si apre e si trasforma in un uomo con barba e capelli sporchi. Lei tira fuori con cura qualcosa di caldo dalla borsa. Incartato con precisione, presentato con calma e (c’è da scommettere) preparato con la stessa cura.
Senza accorgermene rallento nel guardare questa scena. Lei non si limita a lasciare il cibo di fianco e andarsene frettolosamente, come probabilmente avrei fatto io. Glielo presenta, parla con lui, lo tratta da essere umano. Una ragazzina che non avrà avuto neanche venti anni.

Io che ho una certa antipatia per la superficialità della maggior parte dei teenager che incontro me ne vado riflettendo sui miei limiti. L’avevo catalogata immediatamente come l’ennesima appassionata di shopping compulsivo. Invece mi ha insegnato qualcosa. Mi viene voglia di copiarla, di fare lo stesso. O meglio ancora: di portare Chiara a fare la stessa esperienza (proprio Chiara che nel weekend ha voluto testare fino al limite la pazienza di entrambi i genitori).
Trovo la mia strada copiandola da quella disegnata sul display dello smartphone e mi accorgo che, invece della borsa di carta con scritto saldi ho anche io un bagaglio nuovo: mi è restato addosso un sorriso di cui non mi vergogno. U nsorriso pieno di voglia di fare cose belle.

Ah ma invece quest’anno

foto di Maddalena Pisani - Studio Madesign

Sono stato al FreelanceCamp nel settembre 2017. Per me era la seconda volta. Un anno fa ci sono capitato un po’ per caso: c’era gente che conoscevo in rete e con cui volevo entrare in contatto di persona, c’era la combinazione di un periodo dell’anno non proprio scomodissimo, c’era la coincidenza un po’ cercata del “Ma perché non prepari un intervento anche tu?”. E senza farmi troppe domande sono andato.
L’anno scorso non ho scritto niente per il mio blog perché non sono abbastanza bravo a caldo e i resoconti a troppa distanza da un evento mi lasciano sempre quel senso di approssimazione che hanno i compiti delle vacanze fatti l’ultimo pomeriggio d’estate.

Rispetto all’anno scorso mi sono imposto di non parlare troppo di me (anche se quello resta il mio argomento preferito) ma di mettermi nei panni di chi ascolta.
Alla prima edizione avevo visto, in mezzo a interventi utilissimi e illuminanti, anche qualche racconto simpatico ma inutile. Io, mi sono detto, voglio mettere qualcosa nel trolley di ognuno.
Oh, anche risultare simpatico, certo. Quello è il mio pallino. Ma magari chi riparte ama di più una frase che possa risuonare nella sua mente e innescare qualcosa, piuttosto che una battuta scema che lo abbia fatto ridere.
Questa volta non ho fatto l’errore di stampare il programma e di evidenziare in giallo gli speaker e gli argomenti da non perdere. Tanto io quando vado poi frequento anche se non prendono le firme.

Perché poi, questo lo avevo intuito da subito, il vero valore di questi incontri non è riassumibile in nessun powerpoint. È nella possibilità di guardarsi in faccia e dirsi tutti gli “invece secondo me”, tutti gli “spiegami meglio” persino qualche “oh, ma quella cosa è una figata!” magari seduti svaccati al cambio dell’ora. E questo fare networking (la definizione è delle acute organizzatrici) è la chiave di tutto. E Silvia e Alessandra sono state così brave da esserci e non esserci. Non avevano verità da propinare (sai che palle!) avevano cose da far succedere. A rileggerla così quelle due mi fanno un po’ paura, ma io mica mi spavento per queste cose, sai! (Ok, non mi spavento ma lascia la luce accesa, grazie).

Mi sono organizzato meglio il viaggio, offrendo e cercando passaggi per fare il viaggio assieme, convinto che anche un po’ di coda possa essere utile a fare rete. E a guardarla bene, la E45 è un po’ come la Route66: ne conosci grossomodo il percorso, ma non puoi prevedere cosa ti insegnerà oggi. Sì, lo so, sembra una frase di On the road di Jack Kerouc, ma credetemi: mi ispiro più a Saetta McQueen di Cars.

Stavolta ho fatto bene a portare la chitarra (poi ti spiego) e a non lasciarla nel baule della macchina (quando la porto resta sempre lì, chiusa dentro i miei “ma poi…”). Ho fatto bene anche ad alzarmi presto e a fare qualche chilometro di corsa, peccato non aver trovato altri compagni in queste mie imprese inutilmente epiche.
Poi per fortuna non avevo quel fastidioso taglio sotto il piede che l’anno scorso mi ha impedito di andare in giro in ciabatte (voi che siete chic magari le chiamate sabot o le chiudete in espressioni eleganti tipo dresscode: infradito). E il fatto di non avere il cerotto mi avrebbe anche permesso di mettermi in mezzo, mischiandomi a quei fricchettoni che facevano “tipo” ginnastica sulla spiaggia. Tipo saluto al sole, ma visto che era sera forse era un arrivederci. Una cosa che somigliava a Karate Kid, ma senza i gabbiani e i piloni del molo. Erano bellissimi da vedere in quella luce gialla: coi loro movimenti lenti e armoniosi che chissà quanto equilibrio e respiri c’hanno dentro, quelli lì. L’anno scorso ho dato la colpa al taglio sotto il piede, quest’anno invece la responsablità di non essermi buttato devo prendermela tutta io. Ma devo avere margini di miglioramento, mica posso avere imparato tutto in un anno solo!

Ah ma poi quest’anno ho fatto bene a non fare lo spiritoso con la barista didascalica. Quella a cui l’anno scorso ho detto “un mojito [pausa drammatica] lungo”. Perché quella l’anno scorso deve avermi preso per uno che voleva far finta di bere e mi ha porto un bicchiere dicendo “Ecco il tuo mojito, te l’ho allungato con l’acqua!”

Se una notte di inverno una lettrice

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D’accordo, non era inverno ma tarda primavera. D’accordo, non era un viaggiatore ma una lettrice. D’accordo, il richiamo al titolo di un grande autore è una fanfaronata. Ma sono ancora così colpito da quello che mi è capitato da non trovare un titolo migliore.

Mi arriva una email da una sconosciuta. Dice che legge quello che scrivo e che vuole raccontarmi una cosa. Abita in un posto dove sono passato una o due volte, mi pare. Forse per andare a un concerto, quindi senza nessun interesse per il posto stesso. E inizia a raccontarmi una storia, una storia privata, una storia terribile.

Usando solo la tastiera del cellulare mi scrive un lungo pezzo fatto di pranzi familiari, di riunioni natalizie, di parenti del sud  e di abusi domestici. Sì, proprio di quello. Io sgrano gli occhi. Rileggo, ma non c’è niente che si può fraintendere. Io non capisco: perché lo sta scrivendo proprio a me? Ho capito bene? Chiedo particolari, ma lei si chiude. La non contemporaneità delle email aiuta a essere reticenti e a rifuggire quelle zone d’ombra dove non vuoi portare i riflettori.

Andiamo avanti, con pause irregolari, per un paio di settimane. Alla fine mi chiede una mano per aggiustare il pezzo che ha buttato giù prima di scrivermi. Per renderlo meno estemporaneo. Come se arrivare a raccontare quello che le è successo fosse un altro passo per lasciarsi tutto alle spalle. Io sono combattuto. Da una parte vorrei scappare, non mettermi in questa storia più grande di me. Dall’altra mi faccio entusiasmare dal fatto che lei abbia pensato proprio a me per raccontare la sua vita. E preso da questa euforia immotivata, lascio cadere tutti i miei dubbi di inadeguatezza. Compresi quelli legati al fatto di non consocere il tema. Allora (coi miei tempi) ci ho messo le mani e scritto e riscritto (e fra qualche giorno lo metterò sul mio blog cambiando nomi, luoghi e altri elementi che la rendano riconoscibile).

Ma una cosa ci tengo a dirla in chiaro. Lei ha superato, dopo anni, questo enorme senso di colpa che io non riuscivo neanche a inquadrare. Una vergogna e un senso di colpa per essere stata vittima di una ingiustizia. Nella convinzione (fondata o meno) che se avesse raccontato questa storia a qualcuno, avrebbe dovuto fare i conti con accuse o, più pesanti ancora, con sguardi di condanna. Proprio in famiglia. Quindi non ha detto niente, mai niente a nessuno. Ha deciso di crescere lo stesso, guardare oltre, seppellire questo dolore nel suo giardino. Solo da adulta è andata a raccontare queste cose a una psicologa e a tirarle fuori a poco a poco. Oggi mi racconta di essere sposata, di avere due bimbe e di fare una vita normale. E mi dice che ancora a nessuno (nessuno!) ha mai raccontato questa storia.

E li guardi partire

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Ah ma non è sempre stato così! I primi tempi questi figli sembra che non crescano mai, che non diventino grandi abbastanza in fretta. Tu vorresti parlare con loro di quel film, fargli ascoltare quella canzone che appena finita riascolti e riascolti e riascolti. O giocarci a pallone o accompagnare in bici. Ma questi figli non hanno fretta e ancora passano le giornate a mangiare, dormire, piangere e riempire pannolini.

Sembra che il tempo che serve per vederli grandi sia infinito. E che ti dovrai accontentare a giocare a pallone contro il muretto ancora per decenni e a tenere lo stupore che ti danno quelle canzoni da riascoltare tutto per te.

Poi ad un certo punto, a guardare indietro non so bene tanto, iniziano a crescere con una velocità assurda. Imparano a parlare a litigare a sbagliare.

E ti rendi conto che il tuo ruolo di genitore non è come lo vivevi prima. Noi sei tu a dovergli dare tutto, devi lasciare che ci mettano del loro. Non sei tu a costruire per loro una vita davanti, ma devi assecondare e correggere la vita che si stanno costruendo.

Ma la cosa più difficile è quando li guardi partire. Li guardi partire alla gita del nido, che così piccoli dove vuoi che vadano. Ma vanno eccome, in file fiere e impaurite. Ma vanno.

Li guardi partire quando vanno a dormire dai nonni. Che non sarà il giro del mondo ma è sempre dormire fuori.

Li guardi partire quando vanno fuori la domenica con gli scout, non importa se estate o inverno, se c’è il sole o piove. Loro vanno. E tornano così sporchi, stanchi e contenti che vorresti che ti raccontassero di più. Ma devi abituarti a un “Bene” come risposta.

Li guardi partire quando per escono per una settimana, zaino in spalla e tante cose da fare.

Li guarderemo partire per un lavoro stagionale in riviera, per prendere un po’ di soldi che ti verrebbe da dire “Ma te li do io” pur di tenerli vicini, ma sai che non sarebbe lo stesso.

Li guarderemo partire per studiare in un’altra  città, per incontrare un amore acerbo, per lavorare, per seguire la vita.

E non è detto che noi genitori, noi adulti per definizione, sapremo ogni volta essere all’altezza di queste partenze. Non è detto che sapremo trovare sempre il mix giusto tra aiutarli e metterli in grado di essere autonomi. Ma fare i genitori è un mestiere strano e piano piani, magari, impareremo anche a farlo bene.

Testa di nuvola

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Passa un tipo con i capelli bianchi, bianchissimi. Non è vecchio, avrà cinquant’anni. Lo trascina un rassegnato cane da cacca urbano, che tra gli antenati di razza probabilmente ha avuto cani da caccia capaci di una ferma al fagiano, ma che ormai ha perso ogni istinto assieme alla i dell’ultima sillaba. Ma noi guardiamo dall’altro lato del guinzaglio, l’umano coi capelli bianchi e vaporosi. Una chioma curatissima e lunga. Mi ricorda un po’ il logo della sorbetteria di Ranieri. Luca dice che sembra Mozart. Federico ride e basta. Chiara mi fa una domanda strana: ma tu se potessi avere tutti i capelli a condizione di tenerli così, accetteresti?
Ecco, questa è una bella domanda. Una di quelle a cui non so rispondere con un sì o con un no. Da anni mi sono abituato a tenere i capelli cortissimi. Questo look, nato come una risposta frontale ad un’inesorabile avanzata della pelataggine, è diventato una abitudine che mi allevia il caldo (ma come fate d’estate con quelle chiome che sembrano berretti di lana?) e mi fa risparmiare molto tempo (esco dalla doccia e mi asciugo in un attimo).
“Vedi Chiara” – le dico – “sono pelato ma non ho il complesso di essere brutto perché sono pelato. Ma se potessi avere i capelli sarei più contento.”
“Non hai risposto” (Se mai dovesse essere una giornalista, sarà una grande giornalista!)
“Sì in effetti non so se accetterei, se il prezzo fosse tenerli così: lunghi, curati, vaporosi”
Poi ci mettiamo a parlare di quelli che (quando io avevo la loro età) vivevano la calvizie come una menomazione. E si sacrificavano sull’altare di artifizi ancora peggiori. Come il riporto. Farsi crescere capelli da una parte e incollarseli sulle zone diradate, come se non si vedesse che quel tappetino è artificiale e ridicolo. Come se chi ti guarda potesse credere, per un attimo, che tu sei ancora giovane e ancora bello e capelluto.
E un po’ la logica del riporto ha fatto scuola. Mi avanza un numero, non so dove metterlo e lo vado a mettere in testa alle decine (che già avevano i loro problemi).
La logica del riporto (tricologico) ci ha insegnato che ci sono due modi di gestire un problema: affrontarlo oppure nasconderlo. E di persone che vivono con l’etica sublime del riporto ne ho incontrate tante. Quelli che sul lavoro cercano di incastrare gli altri per le cose più noiose. Quelli che rimandano una decisione per la paura delle conseguenze. Quelli che sanno dire i no ma non si sono mai messi a cercare i propri sì.
Lo so che sono fuori tempo massimo, ma ho una risposta per Chiara. Mi va benissimo la mia pelata. Senza boccoli argentati. Senza riporti. Senza sospesi.

Ancora sulle rondini

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Per non arrendermi definitivamente all’invecchiamento e all’aumento di peso, da qualche anno mi sono dato l’obbiettivo di correre almeno cento chilometri ogni mese. Non importa se fuori è buio, c’è luce, fa caldo, si gela, piove. È uno stimolo forte per me che sono bravo a fingere di non sentire neanche i richiami fortissimi.
Per non arrendermi definitivamente al fatto che sono nato in città e che in città ci ho sempre vissuto, quando vado a letto non abbasso del tutto la tapparella. Lascio che un paio di righe tratteggiate di luce mi suggeriscano che il sole è spuntato.
Oggi quelle due righe di luce sono riuscite a svegliarmi molto molto presto. E alle cinque e mezza ho deciso di alzarmi per andare a correre. Correre… insomma: diciamo procedere trascinandomi abbastanza pesantemente, ma con una concentrazione tale da credere di balzellare leggero.
Dopo una mezz’oretta ero di nuovo sotto casa e mi sono fermato nel solito punto per fare un po’ di stretching e aspettare che le pulsazioni tornassero sotto la tripla cifra. E in un giardino della palazzina di fianco ho notato un’antenna che non avevo mai visto. E su quell’antenna due rondini. Si agitavano poco cinguettando in modo routinario, come due vecchi che si raccontano storie già sentite.

Le rondini, l’ho già detto, sono per me qualcosa di speciale. Le guardo incredulo quando volano descrivendo coi loro corpi le più armoniose e ardite delle curve. Schivano fili d’erba e paure e se mi fermo a guardarle mi fanno credere che quella rotta impossibile fosse già stabilita da prima. I cacciatori che lungo il corso del Grande Fiume sparano a tutto, si guardano bene dal colpire una rondine. La loro possente fragilità ha qualcosa di sacro e misterioso.
Intanto che contavo a mente i secondi che mancavano per tenere la posizione e finire gli allungamenti, le guardavo da lontano. E pensavo che le rondini somigliano molto alla felicità. Sono lì e non sai bene da quanto. Sono in un posto che non avevi mai notato, ma che c’è sempre stato. Si muovono improbabili ma perfette. Sai che vanno, sai che tornano. Non sai bene quando, non sai bene dove sono quando sono altrove. Forse a sud, forse.
Se un bambino si fa prendere dall’impeto di correr loro incontro, le fa scappare. E deluso rischia di dire che non ci teneva. I giovani si avvicinano con più cautela, piano piano imparano come, ma solo dopo tanti sbagli. I vecchi invece, loro non ci fanno più caso. Credono di averne viste abbastanza.

Saranno state le rondini, la soddisfazione di aver corso, l’obbiettivo dei cento chilometri di questo mese alla mia portata. Ma oggi ho iniziato la giornata con una strana serenità.

Omofobia e altre mie paure

omofobia

Oggi al giornale radio ho sentito che è la giornata internazionale contro l’omofobia. L’omofobia. Omofobia. Che termine strano: fobia (paura) messa assieme a omo (uguale). Viene da pensare paura dell’uguale.  Ma in realtà è “paura di chi ama una persona del suo stesso sesso”. Paura? Perché paura poi! Non è paura. È repulsione, schifo, mancata accettazione, intolleranza. La paura di chi è omofobo è quella di vedere scardinare il suo sistema vacillante di valori fondati su regole e scale tradizionali. O forse la vera paura è che guardando in faccia un gay, possa specchiarcisi e trovare nei suoi occhi il proprio stesso sguardo. Fatto di orgogli, paure, vittorie, schiaffoni, conquiste, rassegnazioni, piccolezze e amore.
Amore? Ma che cacchio di diritto hanno di amare questi, che hanno deciso di amare in modo così provocatorio?

Io devo dire che di fobie ne ho altre. Poche a dire il vero. Non che sia coraggioso: il mio problema è che sono lineare e prevedibile persino nelle paure. (Ma si può essere più noiosi di così?)
Quindi non ho paura dei ragni, del buio, dei temporali, dei fantasmi, dei serpenti…

Ho paura di chi guida come se fosse l’unico per strada, senza mettere la freccia e l’attenzione e il rispetto.
Ho paura di non essere all’altezza della vita che mi trovo a dover affrontare.
Ho paura di confondere la giustizia con il mio interesse.
Ho paura di entrare nella schiera di chi chiama tradizione la incapacità di confrontarsi col presente.
Ho paura, correndo, di trovare un cane o una buca che mi costringano a restare fermo sul divano fino a diventare insopportabile.
Ho paura di trovarmi a iniziare discorsi bifidi premettendo che ho anche amici gay.
Ho paura di impigrirmi sempre di più e di trovare più comodo tornare in posti già conosciuti. Ho paura di non volermi abbastanza bene a tavola.
Ho paura di finire per cucirmi addosso una verità su misura.
Ho paura di trattare un gay stronzo con maggiore rispetto di uno stronzo eterosessuale.
Ho paura di essere indifferente.
Ho paura che nonostante questa trave io continui a vedere quelle enormi pagliuzze nei vostri occhi.
Ho paura di sentirmi più povero se dovessi aiutare qualcuno.
Ho paura di sentirmi più unito nell’odio verso qualcuno, che non nell’amore.
Ho paura che se un giorno dovesse succedere che i miei figli (facendo la più grande delle fatiche) dovessero dirmi “Papà sono gay”, io potrei rinfacciarmi di non aver fatto tutto il possibile per permetter loro di essere felici.

Non era colpa mia

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Con i figli che crescono così velocemente spesso le questioni si complicano. Mi trovo a sedare lotte poco olimpiche, fronteggiare scuse dell’ultimo minuto per evitare piscina o scuola, trovare le parole giuste che mi facciano passare per un consigliere credibile. E questa, di sicuro, è la cosa più difficile.
Da un lato questi piccoli cercano in noi genitori un alleato. Uno che ti dica “hai fatto bene a pretendere che il tuo compagno ti desse indietro la penna che ti aveva preso dall’astuccio”.
Dall’altro hanno bisogno di qualcuno che sappia indicare una direzione, che non sia sempre e comunque dalla loro parte.

Piccoli episodi, anche se non vissuti direttamente, mi suggeriscono che noi genitori di oggi non siamo come i nostri genitori di una generazione fa. Quando la maestra metteva una nota sul diario era un dramma. Si iniziava a leggere la nota, si decretava una punizione sempre esemplare(Ah è così che ti comporti? Guarda che figure! Scordati la televisione per una settimana!), si finiva di leggere la nota, si inaspriva la punizione (Anzi: DUE settimane! Fila!).
Oggi, forse presi dai sensi di colpa per la nostra consapevolezza di essere genitori imperfetti, forse per la paura di sembrare cattivi, tendiamo a metterci dalla parte dei puniti. A una nota sul diario si reagisce con “Davvero per una sciocchezza così serviva una nota?” oppure “Forse la maestra ha esagerato, ma tu cerca di non farlo più” o addirittura “La maestra ce l’ha sempre avuta con mio figlio!”.

Io, per la mia estrazione, non posso permettermi questo atteggiamento. Non che sia migliore: solo che sono figlio, marito, fratello, cognato, genero di insegnanti. E questo mi rende molto scomodo adottare un profilo vittimista e protettivo. Pensandoci bene penso che il momento in cui ho preso in mano la responsabilità delle mie scelte è anche un altro. Ho giocato a pallavolo per una decina d’anni. Sì, anche se sono basso! Sì anche se sono in  sovrappeso (ma allora lo ero meno). Anzi meglio: prima ho giocato, poi ho allenato, poi ho addirittura allenato e giocato contemporaneamente.
Il fatto è che il nostro status di squadretta scarsa ci relegava in campionati di livello bassissimo. Così basso che spesso veniva imposto a ogni squadra di “certificare” un paio di arbitri perché non se ne trovavano. Quindi ho fatto il corso e arbitrato qualche partita.
E quando devi arbitrare la prospettiva cambia. Non solo per il seggiolone che ti mette a due metri da terra: cambia perché non sei più quello che può lamentarsi e discutere; diventi quello che deve decidere e a cui tutti girano gli occhi su ogni palla contestabile. Una decisione va presa: la si prende subito, si prende la decisione migliore. E per ultimo (non scritto in nessun codice federale) si devono sopportare le conseguenze di una scelta.

Sarà per questo ma io quando vedo la fauna che popola le piastrelle limitrofe alle macchinette del caffé, all’indomani di un turno di campionato, nutro una grande insofferenza per i discorsi imperanti. “Abbiamo perso ma è colpa dell’arbitro” “Certo che quel rigore c’era” “Sudditanza psicologica” “Avete rubato l’ennesima partita” “Voi giocavate in docici” “Il Guardalinee è tornato con il pullman della vostra”.
Sarà per questo ma quando una mamma inizia con “La maestra ce l’ha col mio Franceschino”; sarà per questo ma quando sul lavoro gente che arriva alle undici in ufficio parla di cordate per giustificare promozioni a loro dire inspiegabili; sarà per questo ma quando parliamo di corruzione dei politici senza parlare di moralità (nostra)…
Sarà per tutto questo che io come servizio civile obbligatorio farei fare ai nostri giovani per tre mesi l’arbitro di uno sport qualsiasi. In una categoria bassissima. In modo che comincino a dover decidere, a dover mettere da parte tutte le scuse, a guardare negli occhi e discutere con chi non è d’accordo (senza ripararsi all’ombra di un branco informe).

E finito con loro magari farei un enorme corso di recupero per noi genitori. Se non è troppo tardi.

 

Ma la prossima maratona vedrai

maratona

C’era qualcosa di sbagliato. Domenica scorsa ho corso la mia decima maratona. Correre è di moda e “maratona” è un termine che viene usato spesso a sproposito. Ogni corsetta di una distanza sufficiente a far secernere una goccia di sudore viene generosamente chiamata maratona. Maratona della primavera di 5 km, Maratona dei bambini di Busto di 4km, Maratona dei due comuni di 9 km. Eh no! A costo di passare per snob voglio mettere dei paletti. La distanza olimpica della maratona è 42.195 metri. Anzi, meglio: quarantaduemilacentonovantacinque metri. Una corsa di più di quaranta km che i campioni fanno in meno di tre ore, quelli bravi fanno in meno di quattro ore, quelli come me in meno di cinque.

Io ogni mese corro un centinaio di chilometri. Mi serve per contrastare l’aumento di peso e per illudermi di invecchiare un po’ meno velocemente di quanto suggeriscano gli estratti anagrafici (ma cosa ne sanno loro?). Ma rispetto all’anno scorso mi sono appesantito. Non mi sono allenato come avrei voluto, ma questa è una costante di ogni edizione.
Quindi facendo due conti mi sono detto: questa volta il mio obbiettivo deve essere arrivare alla fine. Decentemente, senza guardare il cronometro.

Il problema delle maratone fatte da quelli come me è che ad un certo punto viene voglia di mollare. La stanchezza fisica ti suggerisce, ad ogni passo, di mollare. La stanchezza mentale si può imparare a gestire, ma è ancora più concreta di quella fisica. Lo scrittore Murakami (maratoneta dilettante che si è sempre allenato con grandissima costanza nipponica) ha scritto che “la maratona è un’arte marziale”. L’ho sempre trovata una definizione perfetta. La maratona è gestire il tuo corpo per un viaggio lunghissimo. È consapevolezza, è conquista, è controllo. E io quando corro sono più forte con la testa che con le gambe.

Per distrarmi quando corro penso. Penso ai numeri, per esempio. Faccio i calcoli della media che sto tenendo e della proiezione del mio tempo finale. Aggiorno i calcoli ad ogni passaggio e cerco di trovare svago e motivazione in quei risultati. Anche in quelli poco lusinghieri.
Penso alle persone, fingendo che mi accompagnino. Faccio un chilometro con questo, un chilometro con quello. E ci parlo. “Dai che non molliamo” “Vedi nonna, che lo abbiamo corso assieme? E senza fermarci!” “Fai come faccio io, piccolo mio, un passo dopo l’altro…”
Penso a cosa scrivere. Mi estraneo dalla gara e mi immagino i passaggi di un post, di un testo, di un racconto.
Penso a cosa dire, a come racconterei dei mille piccoli particolari che vedo scorrere (lentissimamente) ai lati della strada. Gli impazienti in macchina, i vigili al cellulare, i volontari con le spugne (quelli che la sanno lunga si mettono alla fine), i turisti che dicono “bravi” con tanti accenti diversi, il bambino sul passeggino che quando la fanfara dell’esercito parte col parappapaaaa resta a bocca aperta, in estasi.

Ma la cosa che ho apprezzato di più è stata la consapevolezza della mia scarsa condizione. A un certo punto mi sono detto: non strafare, non sei al massimo. E ho fatto qualche tratto camminando. Senza sentirmi sconfitto.

Adesso, come succede sempre dopo una maratona, mi ripeto “devo solo perdere qualche chilo e allenarmi meglio e la prossima maratona vedrai!”.

Non ho capito bene

dividere

Non ho capito bene questa cosa delle unioni civili. Che è nata per dare una specie di matrimonio (ma non chiamiamolo matrimonio, per carità!) a chi un matrimonio non poteva celebrarlo. Non perché non avesse i soldi per banchetto, ricevimento, viaggio di nozze in posti che quando-ti-ricapita (elementi tutti sacrosanti e imprescindibili di ogni vero matrimonio) ma semplicemente perché gli sfortunati amano persone del proprio sesso e “NO: nel nostro paese se vuoi vivere con uno del tuo stesso sesso noi siamo disposti a chiudere un occhio e a non chiamarti lesbica o ricchione. Ma pretendere il matrimonio è fuori discussione”.

Non ho capito bene questa cosa che noi eterosessuali, noi cattolici, noi sposati, dovremmo avere qualcosa da dire sul fatto che venga istituita una forma diversa (alternativa, complementare) di matrimonio. Come se questo nuovo matrimonio togliesse qualcosa a noi. Come se fosse una nuova licenza per taxi e concederla a tutti vuol dire che la mia vale subito meno.

Non ho capito bene come mai sia così importante questo obbligo di fedeltà sancito per legge. Ogni membro di una coppia (eterosessuale come omosessuale) vive la fedeltà come scelta. E nel 2016 forse non deve essere il legislatore moralista a dire “Tu donna non devi tradire” (come lo diceva nel 1942). In teoria l’obbligo era per entrambi, ma si sa che l’uomo non è di legno. Oggi deve essere la cultura, l’arbitrio e la consapevolezza di ognuno a condizionare il comportamento. Non un’ammenda.

Non ho capito bene quanti si disperano per una legge fatta a metà. In Italia siamo troppo accomodanti per fare qualsiasi rivoluzione. Noi andiamo avanti per riforme provvisorie che di modifica in modifica diventano un cambiamento. E quindi (timidamente) io sono contento che qualcosa sia cambiato. Sono soddisfatto che il blocco del mai! si sia incrinato e che usi punti esclamativi sempre meno convinti.

Ma soprattutto non ho capito bene perché uno Stato moderno, un cittadino serio, un cattolico, un eterosessuale, non debbano essere felici nel rendere la vita facile a due persone che si amano.