humour

Popolo di navigatori vs la mia mamma

indicazionistradali

Mia mamma quando deve darti un’indicazione stradale è surreale. Usa punti di riferimento tutti suoi.

I suoi preferiti sono:

  • “La Kleber”. Sarebbe una marca di pneumatici. Ma per lei è una fabbrica in un seminterrato che ha lavorato fino alla fine degli anni ’70. Poi, passati gli anni di piombo e quelli della gomma vulcanizzata, hanno tolto l’insegna. Ma per lei quel posto è sempre la Kleber. Non importa se di fronte c’era la scuola media che io e i miei fratelli abbiamo frequentato e dove lei ha insegnato per anni. Quel posto è la Kleber.
  • Ristoranti chiamati con il nome del penultimo gestore. Ah sì, è la strada subito dopo il ristorante di Giubertoni!
  • La via dove abitava un compagno di classe dell’asilo di mia sorella.
  • La strada dove una volta c’era il negozio che vendeva i ricambi di una marca di elettrodomestici ungheresi (molto prima della rivoluzione ungherese, avvenuta quando mia mamma era undicenne).
  • Vecchine che vendono i fiori
  • Auto parcheggiate. Sai dove c’è sempre parcheggiata quella Polo nera? Ecco: lì.

Ma la scena migliore mi è capitata partecipando a dialoghi come questo:
– …Poi prendi la via dopo quella dove abitava il dottor Maraschini
– Maraschini chi?!?
– Ma sì: il nostro medico di famiglia, quello che è andato in pensioneeee… beh saranno ormai 15-16 anni…
– E io come faccio a sapere dove abita…
– No: non dove abita. Ho detto dove abitava! Non abita più lì. Si era trasferito.. Poi comunque è morto.

A mia mamma le sceneggiature le scrive direttamente Woody Allen.

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La massa

massa

– Ma scusa… Vuoi distinguerti dalla massa?

– No. Tutti voi volete distinguervi dalla massa.
Io voglio distinguermi da tutti voi che vi distinguete dalla massa. E diventate compattamente la massa da cui volevate distinguervi. Capisci?
Allora io cambio. Eh, eh, certo che cambio!
Io non voglio distinguermi dalla massa, solo così posso essere davvero originale. Capisci? Perché se voi tutti vi distinguete, diventate massa e allora io resto solo qui. E senza distinguermi mi sono distinto. Capisci? Mi capisci?

– Veramente io stavo parlando solo delle tue strane ciabatte infradito. Mi sembravano originali. Ma non fa niente…

Filastorta

C’era una volta un principe azzurro,
tutto il contrario di un uomo buzzurro,
era cresciuto a pane e romanzi,
“Salva una bella che poi ti fidanzi”.

Questo la mamma gli aveva insegnato
“La donna è indifesa, tu sei corazzato,
la donna è in balìa di mostri e grifoni,
tu sei cavaliere e ai draghi le suoni”.

C’era una volta una bella regina
Che crebbe sua figlia da crocerossina,
“Gli uomini, cara, non san quel che fanno,
tu devi aiutarli a non far troppo danno.

Più sembrano forti, più vanno salvati,
amati, vestiti, stirati e lavati.
ti guardano duri, ti parlano bruschi
ma sotto quel guscio son tanti molluschi”.

filastronza4s

Un giorno i due salvatori in potenza,
andarono a un party di beneficenza.
Lei vide un ragazzo spaurito e sperduto,
lui vide una donna in cerca di aiuto.

E prima che i tocchi dicessero “E’ tardi”,
scoccò la scintilla all’incrocio di sguardi.
Lei disse: “Ho capito il dolore che hai dentro…”
Lui: “Portami il drago, che in fronte lo centro”.

Lei: “…tu sei un bambino con occhi d’adulto…”
Lui: “… dai fatevi sotto o streghe d’occulto…”
Lei: “… il grande nemico è dentro te stesso…”
Lui: “… maghi e mannari venuti a congresso”.

Continuarono a lungo a salvarsi a vicenda
su ferite fantasma mettevan la benda.
Se lei riposava lui correva a baciarla
ché al sonno d’eterno doveva sottrarla.

E se lui si faceva di vino un bicchiere
lei già lo curava dal vizio del bere.
Poi giorno su giorno nel quotidiano
svanisce l’afflato, subentra l’umano.

Così quell’azzurro si stinge d’amore
arriva la rabbia più sorda, il livore
e dopo una vita passata a salvare,
capiscon che ha senso, a volte, sbagliare.

Scritta e riscritta, pur senza motivo,  con Enrica Tesio di tiasmo, a cui si deve l’idea originale. L’immagine invece è di una incauta torta nuziale, saggiamente manipolata.

La maledizione del saggio di fine anno

Io posso sopportare i panettoni accatastati all’entrata del supermercato già prima della fine di ottobre. E posso sopportare di vedere i sorrisi soddisfatti di chi li prende in mano come una primizia dicendo con un sorriso iperglicemico “Guarda cara, è già Natale!”. Posso anche fingere di non vedere che chi pronuncia quella frase è ancora in t-shirt e infradito.
Posso chiudere un occhio sui regalini di Natale in ufficio. Anche se il giorno che nel bar sotto l’ufficio c’era il cartello Cioccolatini in saldo (per forza: stavano scadendo!) tutti hanno fatto incetta. E su ogni scrivania trovavi un gianduiotto agonizzante sul filo dell‘entro e non oltre che in confronto McGyver era uno che faceva la partenza intelligente.
Posso persino fingere di non vedere i Babbi Natale made in China appesi fuori dalle finestre, che con la crisi che c’è sembrano sgargianti topi d’appartamento sovrappeso.
Posso farmi andare bene gli amici che mandano  spiritosossimi SMS di auguri in stile-ciclostile, la stessa frase a tutti, in blocco. Perché hanno preso incautamente la Christamas Card e non sanno bene come sfruttarla.

Ma se c’è una cosa che proprio non sopporto di questo periodo, sono i saggi di fine anno a scuola. Che una volta, almeno, erano alla fine dell’anno scolastico. I primi di giugno ti toccava sorbirti quello spettacolino pietoso. Ma ti consolava il pensiero “Se poi non ci vado, tanto l’anno è finito, la maestra a settembre si sarà dimenticata chi c’era e chi non c’era…”. E con un po’ di destrezza si riusciva a saltare.
Ma adesso, secondo una estensione crudele del concetto di anno (e fine anno), vengono organizzati anche per la fine dell’anno solare.

Maestre che fino alla settimana prima si erano comportate come persone equilibrate, si ricordano delle velleità artistiche giovanili. Di quando sognavano di suonare, cantare e ballare in costumi luccicanti e attillatissimi. Di debuttare a Broadway, forse e di avere il nome sulla locandina, sotto la scritta CATS fatta di file di lampadine intermittenti.
Poi le cose sono andate diversamente. Il concorso pubblico invece del teatro, il precariato invece dei provini, i libri invece della sbarra. E questo andrebbe anche bene. Se non fosse che la parola “saggio di fine anno” risveglia questi sogni lasciati a fermentare in una scatola di scarpe, in cima a un armadio.
La infausta moda dei leggins, scelti rigorosamente di tonalità aggressivamente feline, contribuisce a fare riemergere tutta la mancanza di Cats (in senso buono, ovviamente).

Saggio di Natale!

I nostri figli vengono istruiti per settimane a recitare in rigoroso fuori sync poesie con rima baciata male. Vengono presi per interpretare Re Magi che arrivano prima del bambinello e non si capisce bene a fare cosa, visto che non c’erano le ecografie a quel tempo.
La musica è fastidiosamente troppo alta o fastidiosamente troppo bassa. Trovate voi la parola chiave.
Appena inizia lo spettacolo vengono sguainati una serie di dispositivi progettati per fare altro. Telefoni, tablet, citofoni, portachiavi. Tutto viene usato per fare foto. La cosa più odiosa è che tutti questi genitori esaltati alzano le braccia con un iPad come se fossero tanti piccoli Mosè che scendono dal Sinai brandendo le tavole della Legge. E a nessuno sembra importare del fatto che stanno riprendendo solo le mani degli altri genitori con altri tablet e altri telefonini.
Le nonne sono state ritirare dalla casa di riposo, vestite di fretta e portate al supplizio. Tanto sono sorde e non si accorgono se i nipotini stonano. In compenso, quelle risparmiate dalla cataratta, possono godersi lo spettacolo offerto dalla selva di arti superiori di novelli genitori che impalla la scena principale.

Se non siete lesti a trovare un posto defilato, vi capiterà di dover rispondere agli altri simpatici genitori. Quelli che sono lì come voi, ma che ci tenevano tanto a essere presenti.
Quelli che dicono “Come è bravo mio figlio, è quello lì. E il tuo qual è?”
(E io conto per non rispondere “Il mio è quello un po’ dietro, gli ho insegnato il valore della vergogna”)

O ancora: “Io il mio gli ho fatto fare i provini per fare la comparsa a Don Matteo 2, si vede vero?”
(“Non guardo gli sceneggiati in TV, ma io proverei per il cast del commissario Rex”)

O i superboni pieni di soldi “Gli ho pagato uno stage di improvvisazione allo Stabile, non capisco perché adesso è lì che piange!”
(“Non si preoccupi è il metodo Stanislavskij, si sta immedesimando in Pietro Maso”)

Le maestre più subdole hanno iniziato a cambiare nome ai saggi di fine anno, per depistare quelli come me. Le chiamano “Lezioni aperte” o “Open Lesson”. Non fatevi intenerire. Non è una lezione, non è aperta, non è facoltativa. E’ tutto maledettamente obbligatorio e coercitivo.

Alla fine, con un po’ di fortuna, cala il sipario. Chiudendo il palco e le vostre residue speranze di essere genitori di un artista.
Ma proprio quando vi illudete di poter dimenticare questo trauma suonano alla porta. E’ passata solo una settimana. E’ il solerte genitore del compagnuccio di classe sfigato del vostro erede. “Ho visto che sei arrivato in ritardo e ho pensato di farti una copia del DVD con la recita di Natale!”
“Grazie, buon Natale anche a te! (stronzo)”


Non per tirarmela troppo, ma il disegno originale è di Sabrina, sì quella di BuraBacio!
www.burabacio.it

Podismo e matrimonio

mizunoCerco di parlare a mia moglie del mio allenamento. Anche se so che non ama la corsa. E tanto meno ama che io gliene parli. Tollera la corsa, ma non le chiacchiere che vorrei fare.
A volte sembra proprio che non ci capiamo.

Provo timidamente ad attaccare discorso: “Io oggi, come da programma,  mi sono messo le mie Mizuno Wave Fortis 5, quelle bianche con le finiture rosse e gli inserti catarifrangenti, hai presente? E poi ho fatto i miei 12 km a ritmo medio, seguendo il programma di allenamento che ho adottato”
E lei: “Io invece ho aiutato Federico a mettersi le scarpe, quelle con le stringhe, insegnandogli a fare il fiocco da solo. Ho detto agli altri due di mettersi le scarpe. Ho ripetuto la richiesta. L’ho ripetuta ancora, ogni volta aumentando il volume e inasprendo le pene minacciate. Visto che c’era uno sprazzo di sole. Mi sono infilata il primo paio di scarpe che è crollato dalla scarpiera e siamo usciti. Senza programma.

Io ci riprovo, cercando contro ogni logica una sua adesione:
Poi sono andato su quella salita, lì davanti alla scuola. E ho fatto cinque ripetute. Salivo di corsa e scendevo lentamente.
E lei: Poi ho messo sul soppalco gli scatoloni del cambio di stagione. Ho dovuto fare cinque giri. Salivo sulla scala e scendevo sulla scala. Ripetutamente.

Insisto, fingendo di non sentire la sua perplessità:
Alla fine dell’allenamento ho fatto un po’ di stretching. Qualche stiramento per non accumulare le tossine.
Mi sento rispondere:
E poi alla fine di tutto ho stirato un po’. Perché non sopporto di vedere i vestiti accumulare nella cesta.

Niente, vedo che non mi vuoi sentire. Vedo che non vuoi condividere le mie passioni. Come sei insensibile: è proprio vero che il matrimonio è la tomba del podismo!

Maternity Blues (ovvero il blues della maternita’)

C’era una mamma, una madre madrona,
la mano a saetta, la voce che tuona.
Più che un bambino voleva un soldato
Ma poi crebbe un hippie tutto arruffato.

C’era una mamma, un po’ mamma e un po’ chioccia,
di libertà ne lasciava una goccia,
le nacque una bimba paracadutista
adesso è una stuntman professionista.

hippie
C’era una mamma vegana e pittrice,
viveva di tofu col figlio, felice.
“quanti bei posti dipingerai?”
Ma invece il suo Adolfo guidò il Terzo Reich.

Filastrocca del figlio perfetto
Scolpito, pensato come un angioletto
Tu lo volevi un po’ simile a te
e invece “sorpresa!” decide da sé.

C’era una mamma, femminista di razza,
mutande bruciate e tette giù in piazza,
ma ebbe una figlia, un clone di barbie
che va da Intimissimi e spende i miliardi.
gallina
C’era una mamma ingessata e ingegnera
sinapsi a quadretti, compita ed austera,
ma il figlio non legge ogni giorno i listini
compila gli oroscopi, descrive destini.

C’era una mamma Bocca di Rosa,
si dice puttana, io dico sciantosa,
il figlio giurò per la castità,
un frate trappista, in povertà.

C’era una mamma, una santa, una suora,
conosce l’amore, ma il piacere lo ignora,
crebbe un bambino, un chierichetto,
fa il pornoattore, un artista del letto.

Filastrocca del figlio perfetto
Scolpito, pensato come un angioletto
Tu lo volevi un po’ simile a te
e invece “sorpresa!” decide da sé.

Filastrocca della mamma imperfetta.
la mamma perfetta un figlio lo accetta.

 

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scritto con Enrica Tesio di tiasmo.wordpress.com/

con i disegni bellissimissimi di Sabrina www.burabacio.it

Come difendersi dai regali. Guida sintetica.

regaliSi avvicinano i tempi dei regali e comincio a sbuffare pensando a come dovrò aderire a questo rito. La cosa strana è che anche quando sbuffo a mente, poi dal di fuori si vede, non so se è lo sguardo o il vapore che esce dai pori. Di fronte ai regali non possiamo nasconderci. Abbiamo un doppio ruolo: attivo e passivo. I regali dobbiamo farli e i regali dobbiamo riceverli. Dobbiamo, sì. E non valgono i patti di non belligeranza. Non vengono mai rispettati. Qualche anno fa ne avevo fatto uno. “Continiuamo a ripeterci che siamo circondati da un consumismo acritico. Perché non facciamo un viaggio invece di farci degli stupidi regali per natale?” “Sì, sono d’accordo. Volevo proportelo io”. Bellissimo, indovinato, perfetto. Salvo poi sentirsi dire “Ma io in fondo speravo che almeno qualcosina, un pensierino… un simbolo…”. E di fronte a queste cariche di tritolo innescate non c’è nessun “Ma come!” nessuna logica, nessuna ricostruzine dei fatti che possa funzionare.

Rifletto però sui regali peggiori che ho ricevuto. Riflettendo sulle circostanze in cui sono stati fatti. Magari qualcuno un giorno potrà trarne un’ispirazione per evitare gli stessi errori. Ma questo eccesso di spirito salvifico è solo l’ennesimo regalo sgradito.
Ci sono i soprammobili carini della categoria non sapevo cosa scegliere, ma volevo farti un pensierino. La carineria e l’attrattività del coso ha una persistenza media di un minuto, un minuto e mezzo nei casi migliori. Ma chi li ha ideati e commercializzati sa che questo minimo lasso di tempo è sufficiente al compratore in ritardo coi regali inutili per metterli nel censtino e andare verso la cassa. Non importa se chi li riceve avrà voglia di buttarli già dal sessantunesimo secondo di convivenza (novantunesimo nei casi migliori).

I regali palesemente riciclati. Un mio amico mi ha regalato a un anno e mezzo dal suo matrimonio, un set per la fonduta “ma lo puoi usare anche per il cioccolato”. Certo se fossi Willy Wonka forse un paio di volte l’avrei usato e avrei considerato che quel mezzo metro cubo di ingombro era tutto sommato accettabile.

I regali che poi magari me lo presti. Funziona così: ti regalo un qualcosa che vorrei comprare per me, con la dichiarata speranza di poterne trarre un beneficio. In questo mia sorella è stata per anni in lotta per il titolo di campione regionale. Ma da quando io ho cambiato regione di residenza, ormai non ha più avversari degni. Regalava cd che le interessavano per poi poterseli duplicare. Una specie di parassitismo informale molto evoluto. Una cosa a cui gli etologi arriveranno fara due o tre decenni.

Poi ci sono i regali l’ho fatto con le mie mani. E’ una categoria multiforme. Di solito le materie prime sono lana dei colori sbagliati, cartoncino dei colori giusti, vinavil. Si buttano centinaia di ore-uomo nella realizzazione di maglioni che nascono già sformati che potrebbero andare bene al parigino Quasimodo. A patto di avere quel minimo di buona sorte ci permette di fare combaciare le gibbosità dell’indumento con quelle del campanaro di Notre Dame. La particolarità di questi regali è che poi vengono messi, esclusivamente nei giorni di festa, indipendentemente da ogni esigenza estetica e di termoregolazione. All’interno di questa categoria merita una menzione uno studio dell’Università di Stoccarda incentrata sulle inevitabilità della taglia sbagliata. Persino per le sciarpe.

Ci sono poi i regali della categoria lacinquantamila. Funziona con una elargizione di denaro contante, che va nominato con immotivati diminutivi e allungato con sguardo colpevole. La nonna che dice “Non sapevo cosa regalarti, ti do i soldini [diminutivo!] e ti compri quello che vuoi. Ti compri una cosa che è il pensierino che ti fa la nonna”. Nonna: non è un pensiero. E’ money transfer, è una specie di WesternUnion autarchico: che razza di pensiero se neanche ci hai pensato. Ok, i soldi sono soldi: ma perché me li dai di nascosto? Di chi hai paura? Puoi essere più precisa sulla provenienza di questo denaro?

I regali inaspettati di chi volevo comunque fare qualcosa. A parte che quel comunque andrebbe indagato a fondo. Comunque cosa? Ti sto sulle balle e volevi farmi comunque un regalo? Non ci tenevi ma ti sei sentita comunque in dovere di farlo? Ti hanno regalato una porcheria che comunque hai deciso di rifilarmi per liberartene?

Il primo pensiero di fronte alla maggior parte dei regali va al calendario. Scorriamo i mesi alla ricerca della data esatta della festa patronale, quella in cui chiedono se abbiamo preziosi oggetti da devolvere per la pesca di beneficenza. No, fermatevi! Questi oggetti non vanno riciclati. Così si rialimenta il racket delle porcherie in circolazione.
Dobbiamo avere il coraggio di smontarli, disassemblarli, dividerli per componente e (una volta mischiati i pezzi) smaltirli nei cassonetti di comuni distanti almeno cinque miglia l’uno dall’altro. Forse solo così avremo qualche speranza di averli eliminati per sempre.

L’illusione di capire le donne

confrontoCerto, lei è brillante. Ha qualcosa di magnetico. Qualcosa di nascosto così bene che neanche io capisco dov’è il trucco.
Ma io mica mi faccio incantare, sai?
Io ne ho visti tanti di prestigiatori. E anche se non saprei rifarlo, intuisco sempre dove è nascosto il coniglio, da dove esce chi sparisce, da che parte guardare quando prende la bacchetta magica.
Ma con lei no, non ci riesco.

Lei racconta cosa raccontare alle donne, quali frasi scegliere, quali evitare.
La leggo. La rileggo, cercando il trucco ma niente. Niente. Ma lo strano è che leggendo finisco anche io per diventare l’insetto goloso che poggia le zampette su quell’acqua e zucchero. E ci resta attaccato. E ancora non pensa a quando vorrà spiccare il salto, andarsene. Adesso si bea di quell’acqua e zucchero.

Insomma, passata la carovana chiassosa del suo post, con tutto il codazzo di fan adoranti, volevo dire la mia sulle frasi giuste per parlare alle donne. Non so perché, non so per chi. Non certo per dimostrarmi capace.
Solo per provare, senza farmi troppo vedere,  quei giochi di prestigio fatti di persone e parole.

Io penso che quello che fa la gradevolezza di una persona, di una donna soprattutto, sia la bellezza.
Ma attenti: non solo la bellezza reale di una donna. Anche quella percepita dalla donna stessa.

La donna bella che si sente bella si pone su un piedistallo. La conquisti paragonandola alle altre. Non le interessa tanto essere considerata, le interessa la classifica avulsa. I risultati degli scontri diretti. Non usare mai frasi relative, come “sei tra le più belle donne che abbia mai visto”. Così la fai sentire in zona UEFA ma non matematicamente la vincitrice. Usa frasi anche meschine ma che non mettano in discussione la leadership. Se più bella di un quadro di Van Gogh. Ma se è bionda va bene anche il paragone con una pennellata di Van Basten, tanto non se ne accorge.

La donna bella che si sente brutta è la migliore. Un semplice “Sei bella” è efficacissimo, ma solo se fa breccia. Se non si infrange contro quella ragnatela di sospetto che la insicurezza ha tessuto negli anni. Questa è la donna ideale perché combina la volontà di essere accettata (che ne fa persona gradevole e disponibile) con la gradevolezza estetica (che ne fa gnocca non chalant). Unico rischio è l’effetto contagio. Se ci facciamo convincere da lei che è brutta, ci sembrerà brutta. E la tradiremo con le shampiste tinte, ma tinte bene: senza ricrescita.

Se sei brutta e ti senti bella hai dei problemi seri. La tua supponenza ti farà negare l’ipotesi che qualcosa dell’aspetto proprio non va. Ma non ammettendolo seguirai le mode più ridicole e audaci. Lembi di pelle scoperti contro ogni pudore, leggins che fasciano sfasciando l’appetito dei passanti. Nei giorni di festa escono sfidando le normative edilizie comunitarie, rischiando ad ogni angolo di essere derubricate a ecomostro.

Per le donne brutte che si sentono brutte va aperto un ulteriore sottocaso. C’è la piccola fiammiferaia remissiva (tanto sono brutta e non mi si piglia nessuno). Con questa donna bisogna usare piccole frasi gentili. Come “hai un naso interessante” o “hai un profilo coraggioso”. Evitare il naso importante e profilo aquilino, visto che la donna brutta legge molto e tende ad annoiarsi, dopo la ottantesima volta che sente certe locuzioni. “Hai capelli rari e preziosi”. Oppure “Non ho mai visto nessuna col tuo aspetto”. Senza essere troppo precisi. Senza dire “Non ho mai visto nessun mammifero o rettile col tuo aspetto”.

L’ultima categoria è la testa di cactus. E’ brutta, si sente brutta, ma rifiuta qualsiasi confronto con la realtà. Sfoga il suo senso di inadeguatezza con frasi acide e taglienti. Questa donna astiosa non va conquistata, va semplicemente avvicinata per estrarne siero antiofidico a km zero. Se volete conquistarla fatela sentire normale. Anche con una frase che nessuno le ha mai detto come “Scusi, per piazza Cavour?”

Non è che mi sono dimenticato

lettera

Carissima,
sono contento che tu mi abbia scritto. Mi hai scritto per gli auguri.
No, non per farmi gli auguri: solo per rinfacciarmi che mi sono dimenticato di dirti buon compleanno.
Mi chiami ancora “socio” come tanti anni e tanti chilometri fa. E questo mi piace. E mi piace che ci prendiamo ancora volentieri per i fondelli.
Mi spiace invece che ci sentiamo tre volte l’anno e ci vediamo con una frequenza che è l’inverso della frazione precedente. No, non strabuzzare gli occhi: scherzavo. Ah no, scusa, non volevo dire che hai gli occhi storti. On, no: l’ho detto!
E’ incredibile: anche per iscritto finiamo sempre per dire stupidate e divaghiamo.
Ma se non ti ho fatto gli auguri un motivo c’è. Ma non ce la faccio: tu meriti di più di una scusa banale. Di più di una spiegazione qualsiasi.
Per questo di scuse te ne ho scritte tante. E ti faccio anche scegliere quella che ti sta meglio addosso.

  • Scusa #1: Non è che mi sono dimenticato, è che voglio fartene due l’anno prossimo.
  • Scusa #2: Ti stavo mandando un bacio, ma ho pensato che a 33 anni, magari non era un bel gesto.
  • Scusa #3: Ma dai! Sono già passati 13 mesi? Dodici? Lo vedi che coi numeri sono una frana!
  • Scusa #4: No, non ho dimenticato il tuo compleanno. Ma ho visto su Voyager che il calendario va riscritto per i resti del bisestile, hai sentito anche tu, vero?
  • Scusa #5: Ormai sei grande e te lo possiamo dire. Sei adottata e sei nata in febbraio.
  • Scusa #6: Ho comprato un orologio bellissimo a New York. E’ perfetto, solo che non ho capito questa faccenda del mese al posto del giorno.
  • Scusa #7: Ma come? Volevo farti degli auguri speciali e ti ho mandato un mazzo di fiori per posta. Sono arrivati, vero?
  • Scusa #8: Compleanno? Fammi controllare: come hai detto di chiamarti…

E se non dovesse bastare, continuerò a chiedere alla gentaglia che mi rivolge le parole, di suggerimene altre.

(altro…)

La media del pollo

Mi hanno fatto notare che scrivo dei post abbastanza lunghi. A dire il vero l’avevo notato anche io, ma sentirselo dire è diverso. Se la lunghezza media fosse minore, risulterebbero più letti. Aumenterebbero i contatti, la visibilità del tuo blog. Il prestigio.

Non voglio fare finta che non mi importi di quanta gente passa per queste pagine. Per me è sempre una gioia vedere che qualcuno ha letto, riflettuto e persino commentato.

Ma voglio assecondare i miei critici statistici con un post inutile e del tutto corto. Così si riduce la lunghezza media e aumenta la leggibilità. Penso che gli stessi statistici salirebbero volentieri su un volo di linea con una bomba in grembo. Perché è statisticamente improbabile che sullo stesso volo di linea ci siano due pazzi con due bombe in grembo.