attualità

Non ho capito bene

dividere

Non ho capito bene questa cosa delle unioni civili. Che è nata per dare una specie di matrimonio (ma non chiamiamolo matrimonio, per carità!) a chi un matrimonio non poteva celebrarlo. Non perché non avesse i soldi per banchetto, ricevimento, viaggio di nozze in posti che quando-ti-ricapita (elementi tutti sacrosanti e imprescindibili di ogni vero matrimonio) ma semplicemente perché gli sfortunati amano persone del proprio sesso e “NO: nel nostro paese se vuoi vivere con uno del tuo stesso sesso noi siamo disposti a chiudere un occhio e a non chiamarti lesbica o ricchione. Ma pretendere il matrimonio è fuori discussione”.

Non ho capito bene questa cosa che noi eterosessuali, noi cattolici, noi sposati, dovremmo avere qualcosa da dire sul fatto che venga istituita una forma diversa (alternativa, complementare) di matrimonio. Come se questo nuovo matrimonio togliesse qualcosa a noi. Come se fosse una nuova licenza per taxi e concederla a tutti vuol dire che la mia vale subito meno.

Non ho capito bene come mai sia così importante questo obbligo di fedeltà sancito per legge. Ogni membro di una coppia (eterosessuale come omosessuale) vive la fedeltà come scelta. E nel 2016 forse non deve essere il legislatore moralista a dire “Tu donna non devi tradire” (come lo diceva nel 1942). In teoria l’obbligo era per entrambi, ma si sa che l’uomo non è di legno. Oggi deve essere la cultura, l’arbitrio e la consapevolezza di ognuno a condizionare il comportamento. Non un’ammenda.

Non ho capito bene quanti si disperano per una legge fatta a metà. In Italia siamo troppo accomodanti per fare qualsiasi rivoluzione. Noi andiamo avanti per riforme provvisorie che di modifica in modifica diventano un cambiamento. E quindi (timidamente) io sono contento che qualcosa sia cambiato. Sono soddisfatto che il blocco del mai! si sia incrinato e che usi punti esclamativi sempre meno convinti.

Ma soprattutto non ho capito bene perché uno Stato moderno, un cittadino serio, un cattolico, un eterosessuale, non debbano essere felici nel rendere la vita facile a due persone che si amano.

La temibile compagine bielorussa e il bar di Star Wars

Champions League

Luca è appassionato di calcio. Essendo uno sport di massa, il mio snobismo mi ha portato sempre a porre un freno a questa passione. Non voglio che diventi uno dei tanti che parla usando cori da stadio e che sostituisca alla sua opinione quella del Biscardi di turno. Quindi se da un lato l’ho sempre incoraggiato a giocare a pallone (in cortile, in spiaggia, al doposcuola), dall’altro non ho mai sottoscritto abbonamenti a canali di calcio né assecondato le sue richieste di mollare la piscina per il campetto.

La sorte, per compensare questa mia mancanza, mi ha offerto un specie di chance. Unicredit, infatti, ha indetto un concorso che si chiama RefereeMascot con il quale si offre a un bambino la possibilità di accompagnare in campo un componente del team degli arbitri. Si vestono negli spogliatoi, entrano in campo prima del fischio di inizio e poi i bimbi si rivestono e raggiungono i genitori in tribuna per guardare la partita di Champions League.
Sono in ufficio. Mi arriva una telefonata strana “Vuole portare suo figlio a vedere Roma – Bate Borisov? “

Consulto qualche amico con il figlio della taglia giusta, diamo le conferme e dopo un paio di giorni inizia la nostra avventura. A dire il vero la serata è stata una alternanza di momenti di gloria e di panico, nella migliore tradizione della tragedia classica.

Siamo arrivati allo stadio e ci siamo accorti che il punto di ritrovo era dentro, ma noi eravamo fuori e senza i biglietti. Il nostro contatto era una giovchampions2ane donna molto in gamba, Serena di Unicredit. Abbiamo chiesto agli steward di poterla avvisare ma sono stati irremovibili. Quando poi è uscita ci siamo accorti che i nostri biglietti erano in albergo ma i nostri figli dovevano entrare. Allora la povera Serena si è improvvisata mezzofondista e ha percorso i due chilometri verso il suo hotel per permetterci di entrare. Nel frattempo i nostri figli sono stati portati negli spogliatoi e noi genitori siamo restati fuori dai tornelli e dentro le cancellate. Una specie di zona di interdizione che ricordava un po’ Staten Island, ma con più giornalisti e meno sogni.

Dopo un po’ la valente mezzofondista per cui tifavamo è tornata, ha ritirato le liberatorie (che avevamo firmato appoggiandoci sull’auto ufficiale), ci ha dato i biglietti che abbiamo sventolato davanti agli increduli steward (osteggiando la faccia da “hai visto che ce li avevo!”) e siamo entrati.

Quando i bambini sono entrati in campo è stata un’emozione. L’inno della Champions League, la corsetta e lo schieramento in campo. Luca era vestito di bianco con la scritta RESPECT e mi ha confessato che tremava.
“Perché tremavi? Avevi freddo?”
“No, non era quello…” è stato il suo commento emozionato elasciato volutamente in sospeso.

La partita è andata bene, i bambini hanno arricchito il loro repertorio di parolacce, grazie alla simpatica famiglia di nobili inglesi in gita in tribuna Monte Mario. Ma sono abbastanza grandi da riderne senza ripeterle. In realtà il match con la temibile compagine bielorussa è finito zero a zero tra i fischi dei tifosi romanisti arrabbiati con il mister, ma a noi questo importava poco.

Siamo usciti e abbiamo trovato una brutta sorpresa. Il bauletto dello scooter era stato forzato. E il coperchio tolto di netto (costa esattamente come i due biglietti di tribuna). Nel cercare di rimetterlo a posto ho rotto la chiave nella serratura. Il problema è che la chiave era la stessa chiave dell’avviamento. Quindi ci siamo trovati alle undici di sera, lontani da casa e a piedi.

Luca era molto scosso dal tentato furto e stanco per l’orario e continuava a ripetere “Ma se i ladri tornano e ci rubano il motorino?”. Ho cercato di rassicurarlo con parola a vanvera, ma pronunciate con dolcezza. E forse ci sono riuscito. champions3
Stavo cercando un taxi col cellulare e ne ho visto uno passare. Lo abbiamo preso al volo, come nei film. Anche lo slang del tassista ricordava un personaggio alla Taxi Driver, ma un po’ piu der Tufello che della grande mela. Ma l’abitacolo era caldo e siamo arrivati a casa abbastanza in fretta.

L’indomani mattina sono andato a riprendere lo scooter. Ho accompagnato i bambini a scuola e poi a piedi verso la metropolitana. Ho preso al volo un bus sovraffollato con gente che si ripeteva come una litania i discorsi di ogni mattina “Per fortuna che a doveano potenzià, ‘sta linea!”.

Arrivo allo scooter e mi accorgo che il parcheggio sul lungotevere lo ha esposto al freddo e a un’umidità che non avevo considerato. Provo con la chiave di riserva. Entra: è già qualcosa. Provo ad accenderlo ma non parte. Ad ogni giro del motorino di accensione la mia speranza di vederlo partire si allontana di un po’. Alla fine sono fermo. Lancio un uffa che fa rima con imbarazzo e mi fermo un attimo a pensare. Non ho voglia di tornare a casa per ricaricare la batteria e tornare un altro giorno. Trovato! Guardo se c’è un meccanico in zona. Lo trovo, benedicendo i prodigi della rete mobile: è nella terza traversa a destra. Spingo lo scooter fino a lì.

“Buongiorno, mi aiuta a farlo partire?”
“Devi da toglie a batteria”
“Certo. Sa me l’hanno forzato ieri sera vicino allo stadio e adesso non parte…”
“Sei annato a vede’ sta Roma der c…. ?!?”
Sorrido. Non so cosa rispondere. Non ho capito se è un laziale o un romanista critico. Altre ipotesi sono fuori dall’ordine delle cose dell’elettrauto romano.
“Non siamo tifosi, ho portato mio figlio perché doveva entrare in campo con gli arbitri” L’uligano si rasserena.
Io trovo molto azzeccata la mia frase ecumenica da bar di Star Wars. Non mi ha fatto schierare né con la Roma, né contro, né con Garcia, né con Dart Vader.
Alla fine sorrideva e ha signorilmente respinto la mia richiesta del quanto le devo.

Tornando a casa il bauletto si è rotto del tutto ed è stato tumulato in un cassonetto per la plastica. Ho scoperto poi che il suo costo è praticamente pari al valore dei due biglietti della tribuna. Ma non importa.

Riflettevo sulle persone incontrate. Su Serena di Unicredit, che si è presa la briga di correre a recuperare i biglietti con un attaccamento al lavoro che mi piacerebbe che i suoi capi conoscessero. Sui tifosi che passano agli ottavi e fischiano la loro squadra. Sull’elettrauto a suo modo gentile. Sui fratelli di Luca che erano fieri di vederlo in tv, anche se solo per pochi secondi. Sulla gente che sui mezzi pubblici si lamenta senza fantasia. Sul ladro che per frugare in un bauletto mi ha fatto un danno da ridere e che adesso (se le mie preghiere sono esaudite) è seduto su un water in preda a una dissenteria da guinness…

Ma Luca oggi parla di questa esperienza e mostra la sua maglia con scritto “Respect” con l’orgoglio di un veterano. E questo mi fa dire che ne è sicuramente valsa la pena.

(Certo se adesso mi mandassero un bauletto nuovo con dentro un pallone della champions sarebbe proprio perfetto…)

 

Ondate migratorie e pastina

emigrationCi sono i bastimenti neri di carbone, nelle prime immagini di italiani che emigrano. E i nostri connazionali sono sagome sgranate in bianco e nero, occhi incavati dalla fame e dalla pellicola poco sensibile.
Sono i nostri bisnonni, forse, che vanno a cercare oltre l’oceano un Eden semplice. Fatto di campi da coltivare e tavola apparecchiata tutto l’anno. E magari di carne nei giorni di festa. I sogni di ricchezza li raccontavano quelli rimasti qui. Chi era sul ponte lance, intabarrato in tutto quel freddo di aria di mare, sperava solo di lasciare indietro un po’ di miseria. Non avevano grandi bagagli da portare. Solo un fagotto con i pochi vestiti e i soldi ripiegati. Soldi che nel porto d’arrivo non sarebbero valsi la fatica fatta per metterli da parte.
Dopo le guerre le immagini sono cambiate. Gli emigranti avevano capelli e denti in disordine. Si spostavano in treni che arrivavano da ogni sud e andavano nelle città delle fabbriche. Valigie legate con lo spago passate dai finestrini della seconda classe. Non contenevano tanto: qualche maglia, dei pantaloni, un’immagine della Madonna. E lettere piene di promesse fondate su un futuro troppo difficile da calcolare. Nelle tasche sogni e sigarette senza filtro. Perché allora era permesso fumare e sognare, negli appositi vagoni. Ci si spostava per stare meglio, per andare verso un futuro migliore. Impastando in un’emulsione densa, retorica sovietica, speranza cristiana e piani Marshall.
Gli emigranti di oggi vanno via per qualche settimana, perché tanto qui non si trova niente, per vedere com’è. Poi finisce che uno un lavoro lo trova, magari non il lavoro che avevamo sognato, ma uno stipendio che “buttalo via in Italia, un contratto così”. E ci si fa andare bene anche la periferia di Londra, anche Dusseldorf, anche Rotterdam. Nessuno sogna di diventare ricco. Solo di riprendersi quella giusta parte di sogni che gli spettava. E che è stata erosa velocemente una crisi venuta dal mondo alieno della finanza. Non portano lettere ma trolley regolamentati dalle compagnie low cost. Il bagaglio a mano è un groviglio di alimentatori, documenti e gomme americane. Intricato, indispensabile come il loro bisogno di futuro. Partono senza rimpianti, sperando di fare conoscenze, di vedere gente, amori, posti. Si fanno lasciare fuori dall’aeroporto, e lasciano in pegno ai genitori un bacio rispettoso e ironico. E fatevelo bastare e non fate tutte queste storie.
Quando hanno due linee di febbre si accorgono della lontananza. Medicinali da banco che qui hanno nomi tutti diversi, e vaglielo a spiegare a un farmacista francese o tedesco che volevi solo una tachipirina. E viene un abisso di nostalgia per la pastina che era una specie di premio di consolazione per la febbre. E nessun supermarket ha qualcosa di simile. Ti facevi andare bene i pacchi di spaghetti con scritto maccaroni, ma senza la pastina no, non vale, cazzo. E di colpo li senti tutti addosso, quelle miglia di oceano, quei chilometri di ferrovia, quelle rotte aeree. Come se le avessi percorse tutte tu, tutte in questa vita. E ti rintani sotto le lenzuola e giuri troppo che “Ma no mamma, è solo un po’ di febbre ma va tutto bene”.

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Questo pezzo è uscito il 30 luglio 2013 sulla rivista online lolingtonpost

Le parole sono le stesse, quindi non vedo perché lo vorreste vedere direttamente cliccando qui.

Una storia con due titoli e nessun senso

Vi racconto una fiaba, di cui non so bene il titolo. soldatini
Ci sono dei militari. Anzi no: ci sono degli uomini, che per lavoro fanno i militari. Dalla fiaba non si capisce bene se hanno scelto questo lavoro perché era quello che sognavano da bambini oppure perché poi un lavoro devi averlo e fare il militare è un lavoro dove non ti licenzia nessuno. Al massimo vai in guerra e ti sparano. Ma questa è solo una fiaba e stiamo perdendo il filo.
E’ tempo di pace, quindi i militari non fanno la guerra. Prendono lo stipendio e giocano a fare la guerra. Fanno esercitazioni. Svolgono altri servizi che per descriverli devi usare locuzioni così lunghe che alla fine ti viene in mente che stanno davvero solo giocando a fare la guerra. Per svolgere questi strani incarichi vanno all’estero. In paesi amici. Dove non conta conoscere i campi di battaglia più insidiosi, ma piuttosto i posti buoni dove fermarsi a mangiare.

Ma un brutto giorno uno dei militari, quello superstizioso, si sveglia male. E dice “Lo so che oggi andrà tutto storto”. Lo dice così a voce alta. Tanto gli altri sono abituati a non ascoltare le stupidate dei commilitoni appena alzati. Ma visto che l’autore sono io e che ogni superstizione mi irrita, questo fatto lo lascio così. Senza conseguenze.
Capita che durante quella giornata, alcuni militare fanno una bestialità. Una di quelle concatenazioni di eventi che portano con naturalezza a una tragedia. Per noia o perché comunque un uomo con un arma diventa facilmente un uomo cretino, fanno un grosso errore. Un errore così grande che nessuno, neanche il pigro autore di questa fiaba, riesce a riparare.
Muoiono delle persone. Incolpevoli. Non erano nemici, solo gente che si trovava nel posto sbagliato. Muoiono per mano di questi militari, proprio nel paese amico.

La fiaba scappa di mano. Diplomatici e alti ufficiali si appellano a chissà quali leggi e chissà quali trattati per processare loro stessi i militari.
Il paese che ha avuto vittime dice “Eh no: hanno ucciso qui. Li vogliamo processare qui. Ce lo chiede il nostro popolo!”

Ecco: io su questa storia non ho una opinione. Perché si confrontano opinioni e interpretazioni giuridiche. Che non mi dicono abbastanza. Anzi, questa storia è così sbagliata da avere due titoli. La puoi chiamare “La favola dei Marò” oppure “La fiaba del Cermis“.

Potrei aggiungere la mia opinione, ma non ci farei una grande figura. Sarebbe un’opinione banale, utopistica, imprecisa, impraticabile.
Che suggerisce che le armi mi fanno schifo tutte. Ecco: quasi quasi prendo questa storia con due titoli, appallottolo il foglio e la cestino.

Scoperti

crepe, muro, terremoto, Quando è iniziato questo diavolo di terremoto, mi ha stupito. Un terremoto arriva sempre imprevisto, indesiderato, sgarbato e non voluto. Ma questo, nei titoloni dei primi giorni, era il terremoto di Ferrara. Ma come Ferrara? A Ferrara non ci sono i terremoti! C’è il Po, tanta sabbia e argilla sotto. E’ come… è come…  non so dirlo.
Ma intanto penso a Pieve, al paesino dei miei. Una cinquantina di chilometri a monte sul grande fiume. C’è il Po, tanta sabbia e argilla sotto.
Poi piano piano il terremoto, bestia sotterranea e nascosto, quindi ancora più tremenda, si sposta.
Va verso ovest. Taglia il modenese. Finale Emilia. Poi San Felice. Mirandola. Novi. Una bestia nera che si scava la tana sottoterra. E in superficie le costruzioni cadono. Che a vederle su internet sembra vengano giù senza rumore. Come sabbia che si secca.

Ho sentito i miei zii, ieri sera. Una ventina di chilometri scarsi a nord di Mirandola. Nessun grosso danno (qualche chiesa crollata, crepe, paura).
Ma tutti avevano quella voce. Quell’inquietudine di chi ha perso la serenità. Ci provo ma non riesco neanche a immaginare la tensione continua. Neanche a casa, neanche a letto, ti senti al sicuro. Come se il tetto della tua vita fosse volato via e adesso sei lì. Ad aspettare. Senza un appuntamento. Solo aspettare, sperando di aspettare invano.
Deve essere terribile questo senso di vulnerabilità. Senso che io riesco a percepire solo da lontano.

Che morire, lo sappiamo tutti che dobbiamo morire, prima o poi. Ma sentirselo dire così, dai telegiornali, è diverso. Qui la gente la calce e il cemento la impasta da sempre sull’aia. C’è sempre un buco da riparare, un lavoretto da finire. Ma avere la consapevolezza che questa paura è una crepa che non si può riparare è brutto. Ci si sente impotenti, al vento.

Scoperti.

Il racket di Halloween

Halloween non è una tradizione nostra, dai. E sì che ne abbiamo di belle. D’accordo, abbiamo anche tradizioni inutili e insopportabili. Ma in ogni caso sono nostre. Ci parlano dei nostri vecchi. Di come hano vissuto. Spesso ci raccontano di un mondo che era peggiore del nostro. Ma ci raccontano qualcosa della nostra storia.

Di Halloween mi piace la zucca, l’idea di intagliarla. Mi piace pensare a papà con le maniche della camicia tirate su. E bambini attorno un po’ delusi dalla scarsa vena artistica dell’improvvisato intagliatore. Mi piace la candela dentro, che proietta bagliori incostanti di fiammella di cera. E mi piace pensare a mamme che infornano mele cotte e biscotti glassati.

Invee non sopporto il filone dell’orrore. In nessuna delle sue declinazioni.
E meno di tutti mi piace il ricatto. “Dolcetto o scherzetto?” non è altro che “preferisci pagare la protezione (sganciando qualche dolciume) o essere oggetto di terrificanti angherie?”. Per me questa non è apertura a tradizioni diverse. E’ solo una nuova versione, del vecchio racket. Ecco perché ha attecchito così in fretta, da noi.

Viene voglia di aspettare che passi tutto questo

Ho visto le immagini della manifestazione di Roma. Le ho viste sabato sera. Non sapevo cosa fosse successo. Io a quella manifestazione ci volevo andare con i bambini. Qualche remora l’avevo, visto che le premesse per disordini c’erano. Non c’era un’aria costruttiva, ma distruttiva. E poi l’anno scorso mi sono spaventato quando nella manifestazione per la libertà di stampa, continuava ad arrivare gente e non non riuscivamo più ad uscire. Io di manifestazioni ne ho fatte poche. Nessuna da ragazzo. Non ho mai sentito l’odore dei lacrimogeni. Ma a questa volevo andare coi bimbi. E dir loro: “Guardate, le idee vanno dette a voce alta. Guardate: le persone devono mettersi assieme per far sentire la loro voce”. Adesso sento tutto i paese che si indigna. Anch’io, non mi nascondo. Non capisco come possano poche persone violente, rovinare tutto il messaggio di tante persone normali.
L’assurdo è che i violenti che hanno monopolizzato l’attenzione inveivano contro quelle oligarchie economiche e finanziarie che detengono il potere.
E allora viene la voglia di sedersi sul marciapiede. Testa fra le mani. E aspettare che passino. Questi potenti, queste istituzioni finanziarie, questi indignati, questi black bloc. Che scorrano tutti in parata. E aspettare che tocchi a noi.
Ma mi arriva l’immagine di una donna. Di una manifestante che cerca di far uscire dalla sua stessa manifestazione tutti quelli con i volti coperti. “Noi abbiamo sempre detto quello che pensiamo a viso aperto”.
Rialzo la testa. Ascolto. Forse non è tutto da buttare.

Contributi involontari

Poi capita che la scuola elementare e materna distribuisca un foglio. Uno per ogni figlio. Un foglio anche scritto benino, se paragonato al linguaggio burocratico standard che non riescono a togliersi di dosso. Vanno subito al punto. Dicono che la scuola non ha soldi e che chiedono un contributo volontario di 30 euro per ogni bambino. E’ una scuola pubblica, che sosteniamo con le nostre imposte, a scanso di equivoci. Ma probabilmente questo è superfluo precisarlo.

Ma i soldi che arrivano dalle nostre tasse non bastano, non ne arrivano più. Dieci euro andranno alla classe, gli altri venti alla scuola. Spiegano a voce: non abbiamo toner, niente carta, finita la cancelleria.

Mi nasce un senso di ribellione: “Eh no: per la classe dei miei figli, li verso volentieri, per pagare la cancelleria della scuola no”. Ma poi penso alla impotenza di chi in quella scuola ci lavora. E ci mette passione. E non ha neanche la possibilità di fare fotocopie per i propri alunni. E tutto l’entusiasmo si spegne sul tasto verde di una fotocopiatrice.

E allora il mio senso di ingiustizia avara si sgretola. Non di colpo: un po’ alla volta. E tutte le altre obiezioni le brontolo lo stesso, ma più per seguire un rituale che per ceracare seguaci.  “Che cosa succede a chi non vuole pagare e a chi si dimentica? Qualcuno glieli chiede o va tutto in cavalleria”.  Ok ok, nessuno glieli chiederà. E non è giusto. Ma mi si para davanti quel senso di impotenza. E il mio senso di rivalsa cambia direzione. E non lo punto contro chi chiede i soldi, ma contro chi ha ridotto la scuola così. Perchè io ci credo che sia fondamentale dare una buona scuola ai bambini. A quei bambini. Ai nostri figli.

E non mi sembra giusto, che alla fine una Scuola sia ridotta ad elemosinare 30 euro. E allora sono persino grato a chi si prende la briga di chiedermeli, quei 30 euro. Come un questuante qualsiasi…

Tutto si tiene

Discutendo su un social network della situazione italiana, una brillante amica ha usato la sua sintesi da scrittrice dicendo che in questo paese “tutto si tiene”.

Mi sembra che in quelle tre parole, quasi regionali, quasi sibilline ci sia tutto. Davvero tutto. Una chiave di lettura universale. Un canovaccio trasversale ed eloquente.

Tutto si tiene. Si tiene insieme. Consigli di Amministrazione con grovigli di amministratori in palese conflitto di interessi. Multipli, incrociati, carpiati, avvitati.

Tutto si tiene. Il Premier Apulone finge di liberarsi di giornali (prestandoli al fratello poco furbo), si tiene il Milan (facendoci giocare il servo poco cappellone), si tiene la Mondadori (regalando la poltrona reale alla primogenita molto simpatica), si tiene la villa di Arcore (poco male).

Tutto si tiene. Si tiene assieme un consenso giocando su tutti i tavoli. Vendendo un sorriso a 32pollici e 64 denti. E viceversa. Tenendo assieme le vecchine di retequattro con gli operai milanisti con i ragazzotti che pensano che sia sensato che un TG abbia le tette con  le casalinghe urlanti di mariadefilippi. Tenendo i clienti della “banca con la serpe” e i clienti dei femilibencher…
Tutto si tiene. Del corpo del premier. Come un Santo padovano. Con rughe tirate, capelli iniettati e melanina eccedente. Senza voler entrare nelle discussioni underwear.
Tutto si tiene. Perché in fondo le nostre radici sono contadine. Tutto si tiene. Come del maiale. Di cui, si sa, non si butta via nulla.

Sconfitta

Quando noi italiani imprecisi cercavamo di farci capire, le prime cose he imparavamo erano i numeri.
Facili da mimare. Ma quando arrivavamo al 3, ti prendevano le dita, quei bambini bosniaci. Ti chiudevano il pugno e riaprivano la mano indicando il 3 con indice medio e anulare. Giusto per prendere le distanze il più possibile dal classico gesto di tre con pollice indice e medio.
Chiedevamo spiegazioni e ci dicevano che era il simbolo della Grande Serbia. Che da pochi anni era divantato il loro nemico-da-sempre.
Cambiavamo gesto con facilità, noi volontari della domenica. Ma intravedevamo una frattura profonda. E dentro potevamo sbirciare e vedere l’assurdità di quella guerra.
Guardando la partita della nazionale di calcio, ho visto i giocatori serbi che cercavano di placare gli ultras.
Facevano lo stesso gesto con le dita. Come dire (a quei balordi nazionalisti): “Siamo con voi! Siamo come voi!”
I telecronisti RAI, hanno commentato all’unisono: “stanno dicendo che se continuano le intemperanze la partità finirà 3-0 a tavolino”. Geniali.
C’è però da rallegrarsi che questi giornalisti siano finiti in una redazione sportiva.
Non voglio neanche immaginarmeli a fare una telecronaca dell’Angelus da Piazza San Pietro. “Il Pontefice sta benedicendo i fedeli dicendo che se non si comportano bene, perderanno 3-0 a tavolino…”