Ma la prossima maratona vedrai

maratona

C’era qualcosa di sbagliato. Domenica scorsa ho corso la mia decima maratona. Correre è di moda e “maratona” è un termine che viene usato spesso a sproposito. Ogni corsetta di una distanza sufficiente a far secernere una goccia di sudore viene generosamente chiamata maratona. Maratona della primavera di 5 km, Maratona dei bambini di Busto di 4km, Maratona dei due comuni di 9 km. Eh no! A costo di passare per snob voglio mettere dei paletti. La distanza olimpica della maratona è 42.195 metri. Anzi, meglio: quarantaduemilacentonovantacinque metri. Una corsa di più di quaranta km che i campioni fanno in meno di tre ore, quelli bravi fanno in meno di quattro ore, quelli come me in meno di cinque.

Io ogni mese corro un centinaio di chilometri. Mi serve per contrastare l’aumento di peso e per illudermi di invecchiare un po’ meno velocemente di quanto suggeriscano gli estratti anagrafici (ma cosa ne sanno loro?). Ma rispetto all’anno scorso mi sono appesantito. Non mi sono allenato come avrei voluto, ma questa è una costante di ogni edizione.
Quindi facendo due conti mi sono detto: questa volta il mio obbiettivo deve essere arrivare alla fine. Decentemente, senza guardare il cronometro.

Il problema delle maratone fatte da quelli come me è che ad un certo punto viene voglia di mollare. La stanchezza fisica ti suggerisce, ad ogni passo, di mollare. La stanchezza mentale si può imparare a gestire, ma è ancora più concreta di quella fisica. Lo scrittore Murakami (maratoneta dilettante che si è sempre allenato con grandissima costanza nipponica) ha scritto che “la maratona è un’arte marziale”. L’ho sempre trovata una definizione perfetta. La maratona è gestire il tuo corpo per un viaggio lunghissimo. È consapevolezza, è conquista, è controllo. E io quando corro sono più forte con la testa che con le gambe.

Per distrarmi quando corro penso. Penso ai numeri, per esempio. Faccio i calcoli della media che sto tenendo e della proiezione del mio tempo finale. Aggiorno i calcoli ad ogni passaggio e cerco di trovare svago e motivazione in quei risultati. Anche in quelli poco lusinghieri.
Penso alle persone, fingendo che mi accompagnino. Faccio un chilometro con questo, un chilometro con quello. E ci parlo. “Dai che non molliamo” “Vedi nonna, che lo abbiamo corso assieme? E senza fermarci!” “Fai come faccio io, piccolo mio, un passo dopo l’altro…”
Penso a cosa scrivere. Mi estraneo dalla gara e mi immagino i passaggi di un post, di un testo, di un racconto.
Penso a cosa dire, a come racconterei dei mille piccoli particolari che vedo scorrere (lentissimamente) ai lati della strada. Gli impazienti in macchina, i vigili al cellulare, i volontari con le spugne (quelli che la sanno lunga si mettono alla fine), i turisti che dicono “bravi” con tanti accenti diversi, il bambino sul passeggino che quando la fanfara dell’esercito parte col parappapaaaa resta a bocca aperta, in estasi.

Ma la cosa che ho apprezzato di più è stata la consapevolezza della mia scarsa condizione. A un certo punto mi sono detto: non strafare, non sei al massimo. E ho fatto qualche tratto camminando. Senza sentirmi sconfitto.

Adesso, come succede sempre dopo una maratona, mi ripeto “devo solo perdere qualche chilo e allenarmi meglio e la prossima maratona vedrai!”.

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32 comments

  1. Bravo Simone, come al solito! Per le prossime volte, se vuoi, puoi considerare anche me per la compagnia… basta che ti porti il cellulare e mi chiami!

  2. Stupendo il tuo parlare con te stesso e con le persone come forma di distrazione dalla stanchezza…😊😊😊
    Comunque per tenersi in forma é sufficiente un giro nel quartiere per mezz’ora….dopo i pasti a passo normale.
    Non è lo sforzo e la costanza che bisognerebbe applicare.
    E come dice mi madre…basta chiudere la bocca 😂😂😂

    Va beh date queste pillole di quasi saggezza ti auguro un buon. Sabato.

    .marta

  3. “In generale, la disciplina per l’uomo è impossibile senza una grande ambizione”
    [Da “Hagakure”]
    Trova la tua grande ambizione, che sicuramente non è né il tempo né il peso.
    Quelli, piuttosto, saranno gli “effetti collaterali” dell’averla trovata! ;)

  4. Io ne ho fatta una sola e ho camminato un bel 10 km credo. Ma sono stata fiera uguale. Non ero pronta e ora lo sarei ancor meno. Ma ce l’ho fatta. E sì, continuare a contare fa bene… A che km sei, quanti ne mamcano, che frazione hai fatto, quale ti manca, dai sono a un terzo, no a tre quinti, no undici sedicesimi… Credo si chiami nevrosi d’ansia😂😂

  5. In un recente passato, senza obiettivi di maratone, pur ammirando e invidiando pellegrini e maratoneti, ho camminato tutti giorni, proprio come te, con gli occhi aperti sul mondo, ma anche, molto spesso, in colloquio intimo coi miei personaggi che, chilometro dopo chilometro, mi si raccontavano, come amici che camminassero accanto a me. Intanto, il mio corpo lasciava le zavorre della paura e del senso di inadeguatezza e camminava, padrone di se stesso, al centro della strada, ai margini, le tamerici e il mare e l’aria e i profumi sul viso… Una bruttissima caduta mi ha allontanato (per ostinata speranza mi dico “non per sempre”) da tutto questo. Che dire? C’è tanta libertà nel cammino, tesori invisibili da portare alla luce…

  6. Più o meno uguale, una paio di settimane fa.
    Anche se, per me, la consapevolezza di esserci ostinatamente ancora una volta a dispetto degli estratti anagrafici (che ti assicuro sono degli emeriti ignoranti), degli infortuni e di chi ti dice chi te lo fa fare è stata più forte di quella della scarsa condizione, nel momento in cui, su Avenue Foch è magicamente apparso, brillante, il traguardo, mettendo in ombra l’Arc de Triomphe stagliato sullo sfondo.

    Nonostante la fatica ho corso gli ultimi chilometri che mi sembrava di volare.
    E quella medaglia conquistata, finalmente tua, stretta in mano, vale di gran lunga più dell’oro.

  7. La gente chiama maratona qualsiasi corsa ormai. Ma ti va ancora bene. mia suocera quando corro qualche maratona o ultra mi chiede dov’è che ho fatto la marcia (intesa come le marce fiasp della domenica mattina). :(

  8. Più che leggerlo questo tuo spettacolare post, praticamente ho corso con te.
    A “Faccio un chilometro con questo, un chilometro con quello.” mi sono rivisto; non che corra chilometri tutti i giorni: le mie tappe sono giri di parco, che singolarmente non arrivano a 800 mt. Parlare con me stesso o pensare a un progetto che ho in mente, in effetti è uno stratagemma che mi aiuta a non dar retta alla vocina che rompe dicendo di mollare. Quando va male, musica a palla ed è come se avessi fatto il pieno di nuove energie!

  9. Anche io quando corro (come te e come Murakami Haruki) penso, penso a cose banali o anche a quelle più impegnative, conto, faccio programmi ma soprattutto mi accompagno con le persone care, in particolar modo quelle che non ci sono più, sudo e fatico con loro, riescono in qualche strano modo a darmi forza. Bravo Simone, leggendoti mi sono commossa. :-)

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