Nella tasca

Stazione ferroviaria

Scendendo dal treno, Valentino, non sapeva bene in quale direzione guardare. Infilò distrattamente le mani nelle tasche. Nella tasca destra del suo giaccone cominciò a distinguere: la stagnola del pacchetto di gomme americane a metà, le chiavi di casa con portabadge usato come portachiavi, le monete ricevute come resto dall’edicolante, un fazzoletto di carta asciutto ma appallottolato e il cavetto degli auricolari che avvolgeva tutto. Tastava alla cieca questo groviglio e gli sembrava di trovarci dentro dell’altro, che ancora non riusciva a identificare. Una inquietudine, una mancanza. Un simbolo forse. Ma no, era più un’inquietudine.

Nella sua tasca non c’era altro che quello che lui c’aveva infilato. In quella tasca c’era tutto quello che gli era servito nelle poche ore trascorse e che gli sarebbe servito nei minuti che lo aspettavano. Riconosceva ogni elemento al tatto, magari da un singolo particolare. Ma sentiva tutto estraneo.
Se qualcuno, lontano da grandi voli filosofici, gli avesse chiesto “Che cosa ti servirebbe adesso? Cosa vorresti avere in tasca?” lui probabilmente avrebbe risposto quello. Le chiavi, la musica, un fazzoletto, le gomme, i soldi. Ma anche di fronte a questo elenco non si sentiva soddisfatto.
Era come se camminando sentisse il peso di una soddisfazione imperfetta. E la cosa che più lo rendeva grigio era il non riuscire a mettere a fuoco cosa gli mancasse.

Camminando velocemente verso l’atrio della stazione prese a fare lo slalom tra i trolley portati a guinzaglio da viaggiatori più lenti di lui. Ma questo non lo distolse da quella sensazione sgradevole che montava. Ormai provava una certa insofferenza per quel grumo di inutilità racchiuse nel suo pugno piantato nella tasca destra.
Arrivato oltre i respingenti si avvicinò al cestino giallo a pochi metri dall’obliteratrice. Estrasse il pugno con tutto il contenuto penzolante della tasca. Fece come per lasciare tutto nel cestino e ripartire.

Poi pensò che senza chiavi non si poteva stare. E anche quelle cuffie erano quasi nuove. Buttare via monete, poi, perché? E le gomme americane e il fazzoletto ormai che senso avrebbe avuto disfarsene. Rimise tutto in tasca. Pugno, oggetti e senso di imperfezione. E uscì dalla stazione con ancora tutto in tasca.

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29 comments

  1. forse l’insoddisfazione era legata a qualcosa di più immateriale e, poi, bisognerebbe liberarsi delle cose superflue …

    Ora mi rimane una domanda: ma nella tasca sinistra cosa c’era?

  2. Quando non manca niente eppure manca tutto…
    Il peso di una soddisfazione imperfetta come dici tu.
    La voglia di lasciare tutto ma poi … si torna indietro e ci si fa bastare quello che si ha. Rassegnazione o serenita’. Hai usato tag felicita’ ma forse e’ altro.

  3. ottimo raccontino che fa centro (ma non nel cestino).
    difatti, vuoi mettere? perché buttare via un rarissimo “pertachiavi”? chissà quanto può valere! e, soprattutto, perché alleggerire le tasche buttando via una “soddisfazione imperfetta”? quanto peserà mai? ma soprattutto, meglio una soddisfazione imperfetta di nessuna soddisfazione! (difatti Valentino si ferma un attimo prima di). cheppoi noi esseri umani siamo così intrinsecamente e godibilmente umani e imperfetti, che allora dovremmo cestinarci in toto e consegnarci al nulla prima del tempo. io non ho mica fretta e tu?
    : )

  4. Molto bello, del resto come tutti i tuoi scritti.
    Ma le tasche hanno un grande fascino, c’è il nostro mondo lì dentro, c’è il mondo di Valentino…quante volte proviamo quel senso di insoddisfazione o malessere che non sappiamo definire, che proviene proprio dalle cose più note del nostro quotidiano, che voglia di sbarazzarcene, anche senza un reale motivo…ecco forse oggi è una di quelle giornate in cui viene voglia di svuotare le tasche…ti dirò come andrà a finire ;-)

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