Un contatto casuale

Chiudere fuori

C’era più gente del previsto, in quella chiesa. Una chiesa prestatasi, non so bene come, a ospitare uno spettacolo teatrale che aveva radunato soprattutto gente che non frequenta le chiese. Ma poi chi può dirlo? Solo che avevano un aspetto strano, non allineato alle mie previsioni. Giacche di velluto a coste autunnali, lane, camosci, sciarpe che facevano giri ampi attorno a colli che non sembravano avere mai sofferto il freddo. Ma di gente ce n’era tanta. E quando alla fine abbiamo preso il coraggio di sederci, ci siamo dovuti persino stringere.

Ricordo che all’inizio ho provato fastidio per quel contatto. Una porzione minima di pelle, sotto strati di vestiti, un polpaccio forse, che doveva sopportare la pressione leggera e speculare del polpaccio di una sconosciuta. Potevo chiudere di più le gambe, certo. Ma quelle panche dure e la prospettiva di un tempo lungo da passare lì, non ne facevano un’ipotesi comoda. Un malessere irrazionale stava prendendo il sopravvento per quella invasione.

Lo spettacolo iniziò e il protagonista fu bravo, nel suo monologo che sembrava un discorso a braccio, a farci sentire tutti sul palco, tutti con lui. Parlava di uomini e di peccati e lo faceva chiudendo fuori i santi da quella chiesa. Quel copione intriso di umanità mi ha fatto un po’ vergognare di quel mio sentimento di repulsione verso gli altri esseri umani, prima fra tutti quella che sedeva vicino, troppo vicino, a me. Ma quel minacciosissimo contatto, dopo poco tempo, aveva cessato di farsi sentire. Senza accorgermene, avevo perso la percezione tattile e il senso di fastidio. Non è che non ci pensassi: era che non lo sentivo più. La pelle è come noi, in fondo: si plasma si adatta si aggiusta: se ne fa fin troppo velocemente una ragione.
In un attimo dai bordi dilatati siamo arrivati alla pausa. Non sapevo bene cosa fare e sono finito per fare come gli altri. Si sono alzati, come un’onda, anche quelli della mia fila. Per fumare una sigaretta, per sgranchirsi le gambe, per sbloccare gli schermi degli smartphone aspettando chissà cosa.

Mi sono accorto, in quel preciso istante, che quel contatto era venuto meno. Me ne sono accorto dal freddo improvviso percepito su quella minima porzione di polpaccio. E che, inspiegabilmente, mi lasciava vulnerabile e mi mancava. Quello che era nato con un fastidio era diventato lentamente una presenza. E solo allora con la solita umana intempestività me ne rendevo conto. Solo allora che ci eravamo allontanati. Solo allora che quel contatto era diventato ostilità, poi quoditianità e alla fine vuoto. Solo allora che da quel freddo non potevo tornare indietro.


photo credit: Paola Blondi www.blondi.info

10 comments

  1. Tempo fa, in uno di quei corsi noiosi che si fanno per la gestione delle persone, parlammo di distanze. La distanza alla quale ciascuno di noi, probabilmente per istinto animale, si sente minacciato dalla vicinanza di un intruso. E dalla conquista dell’intimità, quell’invasione non imposta ma voluta del proprio spazio vitale, con qualcuno che sentiamo affine. Quando una vicinanza non è più una minaccia, è il principio dell’intimità.

  2. mia mamma usa dirmi “quandu lu perdi l’amante lu sai” (tr. dal dialetto salentino: è quando perdi l’amore che lo riconosci come tale). e non è che ci sia sempre bisogno sia un amore. succede anche con le piccole cose di ogni giorno, non ti accorgi di quanto siano necessarie fino a quando non te ne distacchi.
    (sì, forse sono andata fuori tema, ma mi hai fatto pensare a tutto questo)

  3. E se invece fosse un abituarsi troppo in fretta, come dici, ad una cosa che comunque non abbiamo scelto? Restare dentro l’abitudine perché c’è quel piccolo confort che conosci, e non prendersi il rischio di sentir freddo per cambiare posizione sai…

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