L’uomo grande della montagna

grandefoglia

Camminiamo la mattina presto, per segnare un sentiero facile.
“Vieni con me domattina, ti porto su” mi ha detto l’uomo grande della montagna, e mi è bastato.  Alle mie domande da stupido di città non mi ha risposto. E quello è stato il primo insegnamento.
A che ora partiamo? Cosa devo portare? quanta strada faremo?
Niente. E allora ho dovuto imparare da solo. L’ora giusta, il bagaglio giusto, lo spirito giusto.

Che poi a camminarci non è brusco come sembra. Passa sotto quei faggi senza toccarli, danza in mezzo ai rami che si chinano in basso, segue il sentiero senza troppo rumore. E se pensi che è un vero gigante, alto almeno setto otto palmi più di me, non è mica una cosa da ridere!
Siamo andati su piano, con passi fermi. Mi stupivo di quanto quella piccola impresa quasi piana mi avesse motivato e di quanto riuscissi a stargli dietro. Ad ogni dubbio della strada spennellavamo sicurezze bianche e rosse, facendo attenzione che fossero leggibili a chi scende e a chi sale.
Vorrei chiedergli di lui della sua storia, vorrei chiedergli della montagna e di quella sua faccia che sembra scavata dal mare e di come la sua vita l’abbia portato qui. Ma non trovo nessun appiglio giusto e lo seguo con poche parole che sanno di silenzio. A un certo punto troviamo delle impronte. Sembrano cinghiali, poi si allargano e sembrano cavalli, poi si allargano e sembrano vacche. E ad ogni passaggio verso la realtà quelle tracce perdono fascino.

Ancora due passi e l’uomo grande della montagna si ferma. Guarda una pianta dalle foglie enormi a sinistra del sentiero. Ai miei occhi è solo una pianta come tante, ma dai suoi capisco che deve avere un significato. Strappa la foglia più grande, grande più di un palmo dei suoi. L’accartoccia con una insospettata grazia fino a farne un cono. Come quelli per contenere le castagne dei pomeriggi capricciosi delle vie del centro.
Mi dice di colpo “Mio padre mi ha insegnato a fare così sulle montagne. Con una foglia così ci potevi bere alla fonte.”
Guardo la foglia, guardo lo spettacolo semplice di quell’utensile antico, guardo il fascino di quel gesto. Noto che la foglia è tutta bucherellata da qualche bruco voleva illudersi in fretta di poter diventare altro. Così bucherellata non potrebbe essere il bicchiere di nessuno. Ma ho il pudore di non dire niente. La foglia è già per terra, tornata al suo posto, e noi siamo già ripartiti.

Ma cosa succede? L’uomo grande della montagna è tre metri davanti a me, sul sentiero. La schiena chinata in avanti come di chi deve vomitare. Con un braccio si tiene a una pianta troppo piccola. Respira pesante, pesante ma da dietro non gli vedo la faccia. Penso che abbia un problema di asma o di cuore. Sento il respiro pesante e forte e non so proprio  cosa fare.
“Cosa succede? Tutto bene?” dico temendo la risposta.
Si gira lento stropicciandosi gli occhi. Lo vedo che piange, l’uomo grande della montagna.
“Cazzo, quanto mi è mancato mio padre”
Non dice “quanto mi manca”. La sua non è la fotografia di un momento ma il bilancio di una vita. Quanto mi è mancato racconta due vite, che si sono toccate per troppo poco tempo. Racconta una mancanza lunga anni e anni. Riprende il suo passo e il suo respiro di prima. Nessuno dei due parla. Cammino dietro di lui gustando il silenzio, cercando di appoggiare gli scarponi su foglie poco chiassose e su pensieri poco scivolosi.
Non so perché, ma penso di voler bene a questo uomo grande della montagna.

Imparo a scendere, imparo il silenzio.

22 comments

  1. Mi sono commossa… Sul chi traccia i sentieri, perché possiamo procedere sicuri. Sulle orme, che perdono fascino quando le conosci. Sui gesti antichi, che non vogliamo ricordare perché sono così veri. E sul tempo che hai scelto per la mancanza; non sono istanti, è un lungo sciogliersi di assenza, piccola piccola ogni giorno, e ogni giorno presente. “Cazzo, quanto mi sono mancate tante persone….”, dico io ora.

  2. Sai cosa colpisce di questo pezzo? Il crescendo del silenzio. E le parole che, riga dopo riga, si trasformano in suoni di vario tipo, come foglie sotto le scarpe, terra che affonda, umidità dell’ambiente che fa da veste all’ascolto di chi legge e la comprensione, sempre più matura,della vera conoscenza nel silenzio.
    Un’arte, la tua.
    Complimenti! Ci hai portati tutti lì, a salutare l’uomo grande e i suoi pensieri.

  3. Racconto o storia vera ce l’hai messa su un piatto d’argento. Si lege, si riflette e si rilegge. C’è sempre da imparare andando per i boschi con le persone giuste. Veramente bella.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...