Oltre quelle linee

rondine02

Prima della corsa appoggio i piedi pesantemente, uno alla volta, sul solito muretto del cancello. Aspetto che il cronometro agganci i satelliti per darmi una misura aggiornata della mia lentezza. Un piede su, un minimo spostamento in avanti per tirare i muscoli dietro la gamba. L’altro piede su, lo stesso minimo spostamento di prima. È in quel momento che mi accorgo di te.

Tagli l’aria calda della sera con le tue dannate traiettorie che sembrano passaggi di bisturi. Precisi, perfetti, affilati, netti. Nessuna sbavatura in quel volo senza quasi muovere le ali. Come mossa da una forza segreta, che a noi con i piedi pesanti non è dato di capire.
Inizio la mia corsa, ho la solita routine, il solito giro da portare a termine. Dopo qualche chilometro arrivo in un punto dove attorno alla pista ciclabile non ci sono case. E ti ritrovo lì.  Le stessa linea perfetta di sempre, gli stessi occhi piccoli e perfetti, la stessa assoluta mancanza di sorriso. E allora ho capito, ho capito chi sei.

Pensavo che sfrecciassi a pochi centimetri da terra e poi alta in cielo fino a perderti per un tuo ruolo non scritto. Pensavo cercassi nutrimento, che compissi il tuo dovere. Invece cerchi altro. Ci leggo un’ansia, ci leggo un amore, ci leggo una speranza da affossare, in quel tuo volo.
E finalmente ti riconosco, oltre quelle piume. Oltre quelle linee la tua linea. Oltre quella tristezza la tua tristezza. Oltre quella bellezza. Oltre.

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