il coraggio di dire basta

riscrivo

“Del resto glielo avevo chiesto io. Del resto mica ero a caccia di complimenti”
Questo ripeteva Umberto Sarti uscendo dallo stabile al numero sette di via Tarcisio. Aveva preso le scale per regalarsi il tempo di riflettere per quattro giri su quei gradini di marmo bianco. E poi quell’ascensore antico, al centro della tromba lo affascinava sempre. Forse per la pulsantiera di ottone, forse per quella luce strana, forse per quella grata sottile che donava all’ascensore l’aspetto di una gabbietta raffinata.
Ma quel giorno non c’era in lui la leggerezza che mostrava quella griglia sottile che ornava la porta dell’ascensore.

Si frequentavano da qualche anno, in modo poco assiduo. Ma ogni volta che parlavano, si dedicavano un’attenzione molto speciale. Ascoltavano davvero quello che l’altro diceva. Non che fosse un rapporto tra pari: certo, il Giannelli, il grande Giannelli era abbastanza noto e aveva saputo costruirsi una credibilità che il suo giovane interlocutore non aveva ancora.
A dire il vero la differenza di età non era grande: cosa sono quattro anni per due persone che aspirano a creare opere che resistano nel tempo?

“No guarda: questo libro è scritto bene. Il tuo stile si vede e lo sai cosa ne penso. Ma manca qualcosa. La mia sensazione è che… È come se tu… Insomma, non so come dirlo, ma sembra che parli di una esperienza che non hai vissuto. Sei preciso, puntuale, dettagliato, profondo… ma si vede che non porti nessuna cicatrice. Si vede, mi spiace. Il resto invece ha notevoli…” Ma il resto non importava a Umberto. Cosa poteva farsene di un anche se, quando proprio il cuore del libro risultava posticcio?

Sarti camminava per la strada e cercava di distinguere quell’emulsione nuova di sentimenti. Da un lato c’era la gratitudine per un commento che riconosceva come fondato. Dall’altro cercava di lenire questo senso di sconfitta con pensieri come “ma forse lui è troppo severo con me, dovrei ascoltarlo di meno” e anche “i miei lettori non saranno certo così pignoli” oppure “ma magari non è così male, forse sto ingigantendo io una critica che non mi aspettavo”.
Sarti camminava senza riuscire a seminare questi pensieri. E a ogni passo questo senso di inettitudine si conficcava un millimetro più a fondo nella sua anima.

Arrivò a casa e buttò la giacca sullo schienale della poltrona. Prese il plico di fogli che presto sarebbe dovuto diventare un libro e lo mise in una grande busta giallastra. Andò sul terrazzo per cercare di distogliere la mente da questo pensiero e si mise a innaffiare gerani e ciclamini. L’aria fresca di quella giornata di sole riuscì a compiere il prodigio.
Evidentemente gli restò da qualche parte la brutta sensazione di inadeguatezza, visto che da quel giorno davvero smise di scrivere.

20 comments

      1. Ci sono un sacco di persone acquose che pensano si sentiranno più piene o interessanti scrivendo, ma se non hanno niente da dire e/o un modo interessante di dirlo, per me possono anche cambiare mestiere. O almeno prima sbronzarsi

  1. Quando si raccontano storie non sempre va cercato un messaggio. Se però proprio dovessi cercarne uno direi che bisogna avere il coraggio di dire basta quando è il fine ad essere quello “sbagliato” :)

  2. Se un testo non piace ad un editore magari piacerà ad un altro. Ogni editore ha una sua linea editoriale e quindi sarebbe assurdo aspettarsi che la propria opera sia bellissima per tutti. Accettare le critiche vuol dire anche saper capire se c’è qualcosa che si può imparare e modificare. Non tutto il male viene per nuocere :)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...