Roberto Loi incontra il vuoto

ilvuoto

Quando Roberto Loi la vide cadere per la prima volta fu quasi divertito. Ai suoi occhi era come cenere bianca e leggerissima che gli planava lentamente addosso. Guardò in alto, senza alzarsi dalla sua poltrona rivestita di tessuto, cercando di individuare il punto del soffitto da cui si potesse essere staccata. Ma era tutto liscio, senza macchie o scrostature.
Si alzò per chiudere la finestra e evitare che continuasse a entrare da fuori quella sostanza impalpabile. Ma dovette ammettere con se stesso che gli infissi erano decisamente chiusi. Intanto quella sostanza continuava a cadere. Leggerissimamente. Lenta sopra di lui, disturbata appena dai suoi movimenti nella stanza.
Poteva essere salnitro, muffa di muro che si stacca e cade. Questo spiegherebbe il candore e la leggerezza. Ma no: non al terzo piano, non in quella città per niente umida.
Cominciò a girare nervoso cercando in ogni angolo della sua stanza e della sua razionalità una spiegazione rassicurante. Non trovando niente si decise a uscire. Anche per la strada gli nevicava addosso quell’inquietudine bianca. Si fermò dal giornalaio per cercare nei titoli del giornali del mattino un richiamo, un appiglio, un articolo di fondo che parlasse di questo strano fenomeno. Non trovò niente: ma continuava a vederla cadere con snervante delicatezza. Chiese all’edicolante se qualcuno ne avesse parlato, se avesse sentito qualcosa, ma questi rispose di no con una smorfia perplessa e apatica.
Nessuno dei suoi concittadini sembrava saperne niente e, ancora peggio: nessuno sembrava vedere i suoi personali fiocchi candidi.
Un dottore, certo, serviva un dottore! Un dermatologo, forse? Un neurologo? Un oculista! Giusto: un oculista! Doveva essere questo un problema di retina o di cristallino. Ma togliendosi la lente e spegnendo la lampada oculare pronunciò quella parola “Niente!”
Quella che in altre circostanze sarebbe suonata come una liberazione venne vissuta da Roberto Loi come una condanna.
Preso da una inquietudine che batteva al ritmo dei suoi vasi, Roberto perse quasi la testa. Si diresse verso la stazione e salì sul primo treno, senza biglietto. Nello scompartimento la dolce caduta non si arrestava. Si alzò di scatto, mise la testa fuori dal finestrino ma non riuscì a grattarsi via niente di questo prodigio. Scese nella piccola stazione di Farano Marina, dove veniva da bambino, ma non andò in spiaggia. Restò sulla panchina del binario due a pensare con la testa tra le mani e quella soffice nevicata che continuava sopra di lui.
Gli rimbombava quella parola pronunciata dall’oculista. Non è niente: allora che cosa è?
Forse una suggestione? Ma io la vedo, la tocco. Svanisce in pochi attimi ma la tocco.
Forse una malattia mentale? Ma se fosse così perché me ne starei preoccupando: i matti, si sa, sono gli ultimi a diagnosticarsi la pazzia.
Forse una congiura? Una nuova peste che tutti vedono e che nessuno ammette di vedere.
O forse è questo senso di vuoto. E’ questa consapevolezza di incompleto. E’ un elemento che incontri per caso, pensando a altro e da quel giorno non sei più lo stesso. Dapprima cerchi di capirlo, scappi, ti agiti ti sbracci. Chiedi spiegazioni, chiedi pareri, chiedi in prestito razionalità e persino magia. Ma poi piano piano ti abitui a vivere di fianco a questo vuoto presente. Lo tocchi, lo aspetti, ti aspetta. Vi aspettate a vicenda: come amanti routinari fuori dall’ufficio.
Adesso c’è il vuoto a riempire la vita di Roberto Loi.

11 comments

  1. Non c’è nulla di più personale e dal resto del mondo incomprensibile che l’unicità del proprio vuoto interiore. A volte così ingombrante che ci sembra impossibile che siamo gli unici a percepirlo. Bello bello Simone. (il pezzo)

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