SuperTele sgonfio

supertele

Chi mi conosce non ci crede che ho giocato a pallavolo. E per una dozzina d’anni, per giunta. Certo: non avevo il fisico, vista la mia altezza e la mia struttura fisica. Ma non ero l’unico tappo della squadra. Noooo, non ero neanche alzatore: non ero abbastanza preciso nel palleggio. Ero un opposto. Che è un ruolo opposto all’alzatore nella disposizione in campo. Ma nel mio caso l’opposizione era anche al concetto di bravura. Ma una cosa la pallavolo me l’ha lasciata: la profonda convinzione che la  determinazione fa la differenza. In certe situazioni più che in altre, ma in ogni caso bisogna crederci.
Avevamo fondato la squadra quando avevamo una quindicina d’anni. Avevamo trovato un bravo ragazzo che ci faceva da allenatore e ci eravamo iscritti a un campionato (molto) dilettantesco. Alle prime partite qualcuno veniva anche a vederci, ma visti i risultati i nostri familiari si sono presto dileguati.
L’unico che ci seguiva e che spesso ci accompagnava in trasferta era il padre magro di Enrico, il ciccione della squadra. Aveva un aspetto rassicurante e due occhiali passati di moda.
Quando il gioco richiedeva il massimo della concentrazione lui ci incitava gridando “Stringete le chiappe!”.
Ora: in una palestra semivuota rimbomba tutto. Il vuoto del sabato pomeriggio ingigantisce ogni suono. Il vuoto della periferia milanese amplifica ancora di più l’effetto. La vuota stupidità di ragazzotti di quell’età fa il resto. E quella frase ci faceva scoppiare a ridere e perdere ogni residuo barlume di concentrazione. Ma il senso di quella frase era perfetto. Bisogna dare il massimo, bisogna mettercela tutta, bisogna restare concentrati. Questo a prescindere dalla contrazione dei glutei, certo.

Ieri guardavo Federico e Luca che si passavano il SuperTele coi piedi. Nonostante fosse un vecchio pallone non regolamentare, un po’ sgonfio e decisamente sporco, mi hanno stupito per il controllo del pallone e per la imprevedibilità dei movimenti. Bei dribbling, bei movimenti, padronanza. Per un attimo ho pensato di assecondare Luca nella sua costante litania “Mi iscrivi a calcio? Se non quest’anno l’anno prossimo mi iscrivi a calcio? Mi iscrivi a calcio invece che a nuoto?”(Ad libitum).
A me piace il calcio. Anzi: mi piace giocare a calcio. Mi piace poco guardarlo e non mi piace per niente parlarne. Mi sento tremendamente banale e inaffidabile quando mi capita di farlo.
Ma soprattutto la prospettiva di trovarmi fuori da un campo di calcio con genitori urlanti frasi inconsulte mi scoraggia. Ho visto genitori che gridavano “Uccidilo!” “Spezzagli le gambe” “Arbitro venduto” “Entra duro” a bambini infreddoliti di neanche dieci anni.
Allora rimpiango il papà di Enrico e i suoi occhiali spessi e le sue frasi sconclusionate. Ma apprezzo ancora di più il messaggio pulito che passava.
Scusa Luca ma finché ci saranno genitori come quelli che ho visto fuori dai campi di calcio, io preferisco mandarvi a nuoto. Non importa se ti resta il SuperTele un po’ sgonfio e le partite improvvisate in campi non regolamentari. Non importa se adesso non capisci. Non importa se non diventerai un calciatore come quelli delle figurine. E anche se mi dispiace, non importa se mi domanderai altre mille volte “Ma l’anno prossimo mi iscrivi a calcio?”

28 comments

    1. almeno accadesse solo al milan. te devi vedere quando passo in vici vicino al campetto di quel paesello sfigato in cui vivo…
      comunque sì, il discorso vale per ogni attività dove il confine tra dilettantistico e agonistico è stato totalmente bruciato

  1. Pur’io ho giocato a pallavolo una dozzina d’anni, poi sono passata al rugby.
    Altro che calcio: palla ovale tutta la vita. E la tifoseria è (quasi sempre) molto più polite.

  2. Già: identica situazione. Perciò non aggiungo altro, perché proprio identica. Tranne che ho ciccato l’iscrizione al nuoto quando c’era la precedenza per i già iscritti e i miei figli son rimasti fuori. Il grande ha fatto la ola. Ma adesso atletica.

  3. Anche io ho giocato a pallavolo :)
    al calcio sicuramente preferisco il rugby…è molto più educativo a tutti i livelli…come tecnica, affiatamento, gioco di squadra …nonostante il corpo a corpo…
    E il linguaggio non è certo da battaglia….

    buona serata
    .marta

  4. Io uguale uguale, solo che mio figlio non si chiama Luca.
    Ti assicuro che nel calcio si concentra l’ambiente peggiore, non so come mai.
    So di spogliatoi e allenamenti dove ai genitori è addirittura vietato l’ingresso per come si comportano.

  5. Mi sono fatta una cultura grazie ad un’amica che ha figli maschi iscritti alla scuola tennis. Credo che i genitori invasati non siamo una prerogativa delle scuole calcio, purtroppo. Forse dovrebbero prevedere un affiancamento psicologico per i genitori all’atto dell’iscrizione.

  6. E’ vero che ci sono genitori come dici tu, ma è anche vero che ti può capitare di vedere microbi di 8 anni farsi avanti con un “no signor arbitro, non era angolo, l’ho toccata io” e di vedere genitori ammutoliti.. E tu li guardi, quei genitori, e sai o forse solo lo speri, ma molto forte, che in quel momento stanno imparando una importantissima lezione di calcio e di vita. Sono sicura che anche tuo figlio potrebbe insegnare molto ai genitori che stanno a bordo campo :)

  7. detesto il calcio e tutto ciò che gira intorno, con mia figlia sono dura e per ora mi ascolta e lascia che io e il padre le consigliamo strade meno battute, esperienze meno commerciali ma intense .. bisogna vedere come andrà tra qualche anno, quando crescerà..

  8. Non credo sia snobbismo, l’ambiente del calcio è francamente tosto per chi non ha velleità da allenatore o spera che il figlio diventi Totti. Però da mamma di ben due agoniste ti dico che tutto il mondo è paese. Nel nuoto i genitori arrivano armati di start list evidenziata e di tutti i tempi di qualifica e oviamente cronometro professionale, urlano (e tanto i bimbi in acqua con la cuffia non li sentono) incitamenti da Rocky ai poveri bambinie i commenti cattivi sugli altri bambini sono espressi sottovoce. Nella ginnastica artistica ho sentito cose così atroci che non voglio ripeterle. Il problema sono i genitori, non gli sport. E quello che ha detto Sandra è vero. ma forse sono una sognatrice pure io …

      1. Loro li hanno, e li professano. Io non posso andare a vedere gli allenamenti delle mie figlie per dire, proprio perchè gli allenatori, con i genitori, non riescono a fare il loro mestiere e questo dovrebbe far riflettere.

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