Tre metri sopra il telo

soffitto

L’anno prima c’era stata una perdita nel bagno del vicino di sopra. Una chiazza di umidità, silenziosa e lenta come una cattiva abitudine,  si era allargata sul soffitto del nostro bagno e nella cameretta di Luca e Federico. Abbiamo fatto quello che si fa di solito. Avvisato il vicino, ascoltato scuse di rito, incassato promesse di sistemazione. Dopo qualche settimana un imbianchino frettoloso ha dato una mano di fissativo e di bianco sui soffitti piagnucolanti. Sembrava un lavoro ben fatto. Solo che l’umidità era ancora sotto, non le avevano dato il tempo di uscire, di cercare una strada, di fare cose, di vedere gente, di farsi una vita insomma.
Già in primavera questa crosta acrilica ha cominciato a gonfiarsi in più punti, ma senza cadere. Come chi ha la coscienza sporca ho fatto finta di niente e ho solo imparato a rivolgere meno lo sguardo verso il cielo. Fino a quando se ne è accorta anche Francesca, che ha usato una frase drammatica drammatica “Il soffitto sta cadendo”.
Non potendo più far finta di niente, ho preso una decisione. Avrei rimandato il più possibile.
“Guarda fra un po’ è estate, appena ho un po’ di tempo do una bella imbiancata al soffitto”.
“Imbiancata? Perché proprio bianco? Pensavo che, essendo la camera dei bambini potremmo dare spazio alla fantasia…”
“Come fantasia? Lo sai che a me piacciono solo i muri bianchi. Figurati i soffitti. Si dice imbiancare proprio perché il colore giusto è il bianco…”
“Come sei noioso. Usa un po’ di fantasia, qualche volta…”
“Ma che colore avresti pensato, così: solo per sapere…” Ecco: questo è stato il mio più grande errore. Chiedere: mostrare una apertura.
“Magari potrebbe essere azzurro cielo. Magari con le nuvole disegnate”
“Ma guarda che stai descrivendo la grafica di Forza Italia! Ti rendi conto? Nella stanza dei tuoi figli!”
Ma niente. Se n’è andata brontolando qualcosa sul fatto che sono noioso. Io ho ribattuto con una mezza bugia, dicendo che ci avrei pensato. In realtà ci ho pensato (per giorni) ma solo perché non mi capacito di come si possa pensare di colorare il soffitto come i pannelli di via dell’Umiltà.

Ci accordiamo. A fine agosto io rientro un paio di giorni prima e lei sta al mare coi bambini. Così avrebbero trovato la cameretta a posto.
Vado all’ipermercato e cerco il reparto giusto. Cerco di darmi l’aria di uno che sa quello che fa. Quindi non chiedo. Mai, a nessuno. Anche ammesso che ci fosse stato qualcuno a cui chiedere.
Vedo un nuovo prodotto. La confezione dice che è fuxia così vedi dove la distribuisci, ma quando si secca diventa bianco. L’idea è intelligente, ma se poi non diventa bianco bianco? La liquido a mente con l’epiteto ditinte per tonti e vado avanti. Trovo un secchio con una banda trasparente sul lato “guarda qui, questo è il colore”. Bianco. Ok, bianco è quello che fa per me. Non sono pronto a fuxia, neanche temporaneo.

Vado a casa e mi ci metto subito con grande impegno.
Ricordavo quanto è scomodo colorare il soffitto. Non ricordavo quanto lo fosse in una cameretta arredata. Avevo coperto mobili e letti con teli e carta di giornale. Tutta la stanza era un enorme telo di plastica. Mi sono arrampicato in cima a una scala di alluminio.
Avevo sottovalutato il fattore climatico: a fine agosto fa un caldo bestiale. Soprattutto lavorando vicini al soffitto: tre metri sopra il telo. Ma ho iniziato e va finito. Prima con la spatola rimuovo tutto quello che riesco. Poi passo la carta abrasiva per smussare le scaglie incollate bene. Poi aspirapolvere per rimuovere tutto quel sahara. Infine si imbianca.
Mescolando il colore mi accorgo che sul fondo c’era una componente blu. Mi fermo. Penso. Ma vuoi vedere che mi sono sbagliato e ho preso una tinta per tonti?
Ma sì: sarà così. Tanto adesso non mi metto a fare una doccia per cambiare. Decido di andare avanti e di stenderlo.
Resto appeso una giornata a imbiancare, a ascoltare ore di musica italiana e perdere litri di sudore.
Cala la sera e cerco di vedere il celeste cambiare verso il bianco. Davvero, cerco di convincermi. Mah, ci vorrà tempo.
Vado a letto e rimando le pulizie e la seconda mano.
La mattina dopo riprendo il lavoro dicendomi “pensavo schiarisse più velocemente”. Ma passo la seconda mano e vado al mare, a raggiungere gli altri.
Qualcosa non mi convince.
L’indomani torniamo a casa e entro trionfante per mostrare il mio lavoro. Il cielo sopra il lettino è restato azzurro.
“Bravo: alla fine ti sei convinto!”
“No, guarda… ti posso spiegare…”

18 comments

  1. Pensa ai danni che avresti fatto a Federico e Luca se fosse stato un rosa Barbie. Un rosa Barbie forse sarebbe valso una doccia, o forse no. E dopo si che ci sarebbe stato da spiegare, anche se hai fatto tutto da solo nel definire il tipo di tinta. Potevi lasciare a noi la libertà di insultarti liberamente. Comunque se è tonto che vuoi, vada per tonto :D

  2. Quello che mi resta di questo tuo racconto è che alla fine sei fortunato anche nell’errore. Capito? Sei fortunato anche nell’errore. Davvero, metti che sul fondo ci fosse stato il fuxia, poi volevo vedere cosa le dicevi a Francesca (per rimanere in tema berlusconiano), “povera donna”.

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