un divano un libro un telecomando

divano2

I bambini sono a letto e finalmente può prendersi quella modica quantità di tempo tutto per sé. Abbassa le luci e va a planare, senza pensare, nella sua solita zona del divano. Anche adesso che volendo lo avrebbe tutto a disposizione. Nel nido della sua abitudine si porta un libro. Non le basta, prende il telecomando; non le basta, non molla lo smartphone. Plana così alla fine di questa giornata. Il divano è ricoperto come quando c’era lui: i bambini richiedono compromessi. Solo che adesso questo divano è troppo grande.
Lei si rannicchia nel suo angolo, quello lontano dal terrazzo. Dà le spalle alla libreria. Sente un freddo leggero ma non vuole chiedersi se arrivi da fuori o da dentro. Infila un paio di calze di lana che erano sulle riviste dalla sera prima. Si passa sulle spalle una coperta di pile davvero troppo colorata e china il capo in avanti.
Non se ne accorge, ma sorride intanto che risponde ai messaggi con le dita molto più veloci dei suoi quasi quarant’anni.
Non se ne accorge, ma quel libro che le sembrava dare un senso alla serata resta chiuso. Ancora una volta, ormai capita spesso.
Non se ne accorge, ma il telecomando è finito sotto quel lembo di coperta. Tanto nessuno lo avrebbe cercato.
È come sospesa. Tra la fatica di questo giorno che scivola via e la voglia di prendersi un po’ di spazio. Si ferma ad ascoltare quella sensazione strana. Cerca dentro le parole esatte con cui descriverla. Ecco cosa le manca: le manca qualcuno a cui raccontarlo. Le chat di facebook, le amiche su whatsapp, gli indirizzi email… sì va bene tutto ma manca ancora qualcosa.
Non vuole scivolare nel pensiero di lui, che dopo anni se n’è andato. Da persona che litiga senza gridare ha cercato un accordo, una composizione civile. Rispettando il bello che c’è stato tra di loro e soprattutto rispettando sé stessa, per non cadere nella sceneggiatura sguaiata di un talk show pomeridiano. Ma adesso il freddo entra da sotto il plaid e qualche certezza vacilla. Si stropiccia gli occhi. Sarà la stanchezza, saranno questi piccoli schermi che al buio sono molesti.
Le amiche in fondo non sono giudici sereni. E non rincuora la consapevolezza di fare la cosa giusta, ma farla senza testimoni. Dondolandosi in questa angoscia leggera lascia scivolare via la sera.
Un altro giorno plana senza grazia e lei lo accompagna rannicchiata verso la fine.

15 comments

  1. “un altro giorno è andato e la sua musica è finita, quanto tempo ormai è passato e passerà”…
    bello, struggente, moderno e che lascia un leggero amaro in bocca

  2. Anche a me capita di portare libri nel nido solitario delle mie abitudini e poi di restare rapita da qualcos’altro. Le sere scivolano via così, a volte. Un po’ troppo spesso per i miei gusti, ma fa parte del gioco.

  3. Il freddo, quello che non ti abbandona, fa vacillare certezze costruite con fatica, a volte ad arte, a cui ci si aggrappa per non affogare. La fine del giorno ti trova così, ranicchiata nel tuo cantuccio sicuro un giorno dopo l’altro, creando una routine con una leggera ansia di fondo che è al contempo la tua coperta di Linus. Questa sgraziata monotonia lascia spesso impreprate alle cose belle.

  4. Sempre brividi con le tue parole. Una descrizione tagliente, come quel freddo, come i dettagli che si incollano a stento su questa fotografia, perchè manca che il calore sciolga la colla e unisca le parti …

      1. Dici? Pensa che le tue parole di solito trovano vie insolite per giungere alle crepe dell’anima, trovano vuoti in me che nascondevo con perizia. In difetto mi sento io.

      1. Il ritrovarsi soli comporta questo passaggio obbligato. Bisogna solo imparare a conviverci con la solitudine, prestarle poca attenzione, offrire resistenza passiva. Ci vuole tempo e pazienza ma poi passa…

  5. per un attimo ho pensato che qualcuno ti avesse detto delle mie serate, però no, i bambini non ce li ho. ed è l’unica cosa che differisce dalla mia vita, da molte mie serate. e hai saputo rendere la malinconia che prende a morsi lo stomaco per la solitudine di chi vive una vita troppo sociale. un ossimoro, ma forse no.

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