Incrocio perfetto di sguardi

incrociodisguardiNon so dire di preciso quanto tempo sia passato da quel giorno. Ma mi ricordo ogni singola immagine come fosse adesso.
Ero in una grande libreria del centro a chiedermi, ancora una volta, come possano essere venduti i libri. Un libro è una storia che capisci solo dopo che l’hai letta. Quello che compri è una copertina, una recensione, una suggestione furbescamente instillata da una quarta di copertina. Per questo tutti i romanzi, tutti i saggi, tutti i libri in fondo sono un gioco a fidarsi, un appuntamento al buio in cui senza ammetterlo, speri di trovare una luce. Forse è per questo pensiero rugginoso che finisco sempre per comprare manuali, guide e fumetti. Li apri e capisci quanto una scheda sui ditteri o sul Rondone di torre sia accurata oppure approssimativa. Non c’è suggestione, non c’è promessa da mantenere. Dei fumetti puoi a colpo d’occhio capire il tratto, come si riempiono gli spazi, lo sguardo del disegnatore. Ci sarebbe da dire che poi quelli che restano in mente sono quelli che sorprendono per la storia, che chi compra i fumetti in libreria si sente un illuminato molto più dei lettori di romanzi, ma forse non è questo il punto.
Il punto, anzi il momento è quello che sto per cercare di descrivere.
Mi cullavo tra il fastidio e la lusinga di questi ragionamenti e intanto scorrevo file e cataste di libri cercando qualcosa da portare a casa.
Dopo aver preso l’ennesimo libro freddo in mano, cercando di convincermi che era quello giusto, alzai gli occhi.
Dall’altra parte dell’isola di libri lei stava facendo lo stesso. O almeno così mi sembrò. Ma di sicuro alzò gli occhi nello stesso istante e riconobbi quello sguardo. Il mio stesso identico sguardo. Anche lei se ne accorse. Si accorse di questa insperata identità.
Per un attimo il libro che avevo in mano non aveva più nessun valore e al tempo stesso era l’unica cosa che contasse.
Lei aveva un vestito scuro, leggero. L’estate le concedeva spalle scoperte, collo lungo, occhi affilati. Mi puntava contro, senza ostilità, un sorriso pieno di consapevolezza e senza l’ombra di compiacimento.
Io avevo una polo che forse qualche anno prima, in qualche altro posto, poteva anche essere stata di moda. Il sorriso invece era formidabilmente calmo e pieno. Tanto da convincere anche me.
In quell’attimo capii, capimmo, che il nostro modo di guardare era lo stesso. Lo stesso modo di vedere le cose, lo stesso taglio di sorriso. Adesso, a spiegarlo, mi sembra un ragionamento incomprensibile. Ma aveva dentro il tutto e il niente. Il sempre e il mai. Proprio gli stessi sempre e mai che ho sempre messo in dubbio.

Ho cercato di fretta qualcosa da dire, ho frugato in fondo, ci ho provato davvero. Ma ogni frase mi sembrava inadeguata, di fronte a quei due sguardi che erano restati sospesi, agganciati  in modo così perfetto.
Ho portato quel libro alla cassa, come se l’avessi scelto in modo consapevole, e sono uscito.
In fondo ero felice di non essere riuscito a graffiare la perfezione sospesa di quell’attimo con una frase qualsiasi. In fondo è stato davvero unico uscire da quella libreria e da quello sguardo senza arrendermi a una storia iniziata e finita con la parola “non”.

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