La macchia bianca

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Gli scatoloni sono pronti nel salone. Non hanno dovuto discutere molto Alessandro e Federica. In questi mesi in cui avevano deciso che è finita hanno imparato anche a puntarsi i silenzi reciprocamente contro. È una separazione educata, non una di quelle con piatti rotti e bicchieri lanciati contro il muro. È la presa di coscienza che non è andata. E questo è un bene, forse.
Alessandro guarda l’orologio e pensa che Marco è in ritardo, come al solito. Deve arrivare con il furgone preso in prestito al lavoro per spostare gli scatoloni che contengono mezza casa.
C’è il divano libero ma lui è seduto su uno di questi scatoloni. Ha preso uno dei libri che spuntava da un altro scatolone e lo sta sfogliando. Come se riuscisse a leggerlo, come se riuscisse davvero a pensare ad altro.
Federica è in camera che trova nervosamente qualcosa da fare pur di non guardarlo. In fondo non è stato difficile dividersi i libri, i soprammobili, i quadri. Due personalità adulte con gusti adulti. Forse è per questo che poi non è andata. Certo, ci sarebbe anche quella storia dei messaggi sul cellulare, messaggi che non potevano essere equivocati. Messaggi che hanno messo davanti un’evidenza: la necessità di decretare che l’emulsione delle loro vite non è mai diventata davvero una miscela.
Alessandro guarda la macchia bianca sul muro dove c’era un quadro. Non ha passatempi migliori in questi minuti dilatati. E Marco è sempre più in ritardo, con quel maledetto furgone.
Pensa a quel bianco, protetto dalla sagoma del quadro. Quel bianco che, tolto il quadro, risplende nel soggiorno. Il colore è lo stesso di un tempo, di quando hanno tinteggiato insieme. Tanto risparmiamo, tanto è bianco. È restato dello stesso candore di quando erano una coppia e non due individui. La parete intorno alla macchia è diventata leggermente più scura. Colpa del tempo e della luce. Forse è più brutta, forse è solo più sincera: si è confrontata con quello che è successo fuori. Non è restata nascosta, rintanata, protetta, così artificialmente bianca.
Pensa a quei centimetri quadrati di parete che una volta erano uguali e, giorno dopo giorno, sono diventati così diversi, così distinti. E anche a guardare indietro è impossibile trovare un evento, una circostanza, una datazione scientifica.
Forse quella parete quasi bianca e quella macchia bianca somigliano a Ale e Fede.
Il citofono suona: è Marco. Era ora!

26 comments

  1. quanta tristezza e quanta verità.
    Rimangono le fotografie dietro i vetri, le ombre sui muri e due estranei che si guardano con ostile sincerità.
    Ho una casa a soqquadro e vuota, degli scatoloni in una stanza e mi sto dividendo da me stessa. Mi guardo allo specchio e mi mi rivolgo occhiate di colpevole astio.

  2. Ho da poco lasciato una casa inscatolata, ho da poco diviso libri, oggetti, ricordi. L’ho fatto con un finto sorriso per poi capire che forse i piatti andrebbero lanciati e i bicchieri rotti. Atmosfera ben resa Simone.

      1. Non e’ stato tragico e non ho letto tragedia nelle tue parole. Per quello dicevo che forse le separazioni dovrebbero essere “rumorose”. Hai reso bene il silenzio, l’assenza di colore. La solitudine.

      1. E molto vero: nel tuo post lui si siede su uno scatolone invece del divano, ma può capitare di sedersi simbolicamente in punta di chiappe sul divano stesso come gesto simbolico, in assenza di scatoloni!

  3. che malinconia :/
    la frase “l’emulsione delle loro vite non è mai diventata davvero una miscela” rende l’idea più di ogni altra cosa… ancora più del quadro!

  4. “…la tragicità del momento la mettete voi. Io ci ho messo solo una macchia e qualche pensiero”. Un commento che, secondo me, spiega benissimo il tuo racconto e la letteratura in generale. Bellissimo, grazie.

      1. Plastica? No, no. Io amo le cose naturali. Maschera, semmai! :-D La usi lei la plastica. Prenda un sacchetto della nettezza sufficientemente grande e ci s’infili. Plastica biodegradabile s’intende. ;-)

  5. Senta, a me hanno rifilato nomi e cognomi falsi. Ritengo sia molto peggio. E la mail, attualmente, non ce l’ho nemmeno, ma non vedo l’ora di pigliarmi subito un nuovo account e di metterlo sotto al nickname, così le do prova di buona fede. Se quella ha una faccia inguardabile, non so che farci. Almeno smettesse di fare quel sorrisetto da ebete.

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