La triste storia delle parole che creano

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C’era una volta uno scrivano che si chiamava Giuseppe. Per lavoro Giuseppe scrive, ma non scrive cose che aveva in mente: scrive per conto degli altri, quelli che non hanno mai imparato a farlo. Quasi tutti i giorni Giuseppe esce presto la mattina e apparecchia il suo piccolo banchino davanti al palazzo del Governatore. È lì che i suoi concittadini lo cercano quando  hanno più bisogno di una lettera, di un documento, di una dichiarazione. Ed è lì che tutti sanno dove cercare il signor Giuseppe.
Arrivato nel suo solito angolo, toglie dalla sacca di cuoio le penne d’oca, la scatola di legno coi pennini e la bottiglietta con l’inchiostro nero di china. Li dispone sempre nello stesso ordine sul tavolo, in modo da lasciare spazio per i fogli al centro. Poi finalmente prende i fogli, li mette al centro del tavolo e li stira con un movimento del palmo.
Giuseppe sorride in modo timido. A differenza degli altri che hanno studiato non scava solchi tra sé e le persone chiedono il suo aiuto in cambio di un carlino di bronzo. Non si dà aria da notabile, gli piace lavorare all’aria aperta e scambiare quattro parole con le persone del paese. Il giovedì, invece, il banchino lo mette nella piazza della chiesa: è lì che c’è il mercato.
Giuseppe ha un’età che è difficile definire. Il sorriso suggerisce la sua giovinezza, ma le maniche di camicia e il ruolo da dotto lo invecchiano un po’.
Passa le giornate a scrivere per conto delle madri, lettere di risposte ai figli emigrati. Oppure proposte di contratto indirizzate a padroni di terreni che vivono lontano, in città e che si sono disinteressati dei campi. Scrive anche copie dei certificati di battesimo, che il curato dovrà firmare prima di usarli per chiedere di essere maritati in chiesa.
Ma quello che più ama sono le lettere d’amore. Gli sembra quasi di esserne protagonista, quando un ragazzo deve scrivere alla sua bella e lui partecipa, suggerisce parole, frasi, immagini.
Lo fa con gli occhi bassi, sul foglio, per non mostrarsi troppo partecipe ma soprattutto perché sente sul capo il peso dolce della sua modestia.
Lui chiede sempre un carlino, uno solo, per ogni lettera. Ma spesso quando il carlino non è nella tasca del paesano dice “È lo stesso, me lo porterete quando l’avrete doppio”.
Un giorno però accade un fatto strano. Dopo avere rimandato il pagamento di un carlino, l’anziana beneficiaria di questo discreto regalo lo benedice con una frase strana, detta da lei. “Siete molto generoso. Vi auguro che da oggi possiate rendere vero quello che le vostre parole raccontano”.
Giuseppe arrossisce, non gli accade spesso di ricevere parole di tanto amore. Alla fine della giornata rimette  i suoi arnesi leggeri nella borsa e rincasa con il tavolino sotto braccio. Ma ancora quella frase non gli si stacca di dosso.
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
“…rendere vero quello che le vostre parole raccontano”
Ma cosa significa? Le parole descrivono la realtà. Non la creano. Cosa significa?
Nei giorni successivi riprende il suo lavoro nello stesso modo. Ma comincia a notare delle strane coincidenze.
Berto della Lunga si rivolge a lui per scrivere l’ennesima lettera d’amore a una lontana cugina che abitava a Rocca Madura. Nello scegliere le parole si spinge oltre e azzarda “Quando vi penso mi sembra di vedere un arcobaleno”. E appena terminata la letterata, nel cielo ecco che appare davvero un arcobaleno verso levante. Così bello che la gente si ferma anche un intero minuto per guardarlo.
Il giorno dopo, scrivendo per conto del maniscalco Nardone “…e spero che mi paghiate i ferri del mese scorso o che i vostri cavalli li possano perdere subito” capita che il destinatario della missiva, passando per il paese, perde tutti e quattro i ferri non pagati. Restano come incollati alla strada davanti alla bottega. E se tutti danno la colpa  alla strada fangosa, il povero Giuseppe comincia a preoccuparsi.
Vuoi vedere che era una strega? Vuoi vedere che mi ha fatto un incantesimo e che adesso io… E dalla disperazione non riusce a finire la frase neanche nei suoi pensieri.
Passano i giorni e questi piccoli prodigi si ripetono mentre Giuseppe tiene sempre più stretto il segreto di quell’augurio ricevuto. Ma passando il tempo Giuseppe nota un aspetto che fece lo tranquillizza non poco. Tutti gli accadimenti che si verificano sono positivi, naturali. Niente morti  maledizioni che si avveravano. Solo episodi buffi o piacevoli. Torti riparati, giustizia ristabilita, ostacoli rimossi, amori sbocciati.

Tra una lettera e l’altra comincia a fantasticare su come usare questo dono. Sì, dono. Così lo definisce tra sé e sé.
Decide che poteva usare un po’ del bene che nasce da questo dono per sé. Decide di osare, ma con prudenza.
C’era la bella Matilda che ogni tanto passava davanti al suo banchino e salutava con un sorriso pieno di gentilezza. Lui chinava il capo per non affrontare quell’onda di felicità. Quasi si dispiaceva che lei avesse imparato a leggere e scrivere e per questo non avesse mai bisogno dei servigi di uno scrivano.
Il pensiero di poterla avvicinare riesce piano piano a allentare la sua timidezza. E un giorno, finalmente le scrive un biglietto “Mi piacerebbe conoscerti”. Lo scrive così, in modo semplice, diretto. E l’indomani, dono o non dono, succede. Lei passa, gli manda un sorriso poi torna sui suoi passi e si avvicina. Allunga la mano come un uomo e gli dice “Tanto piacere, mi chiamo Matilda, ma questo lo sai già. Mi ha fatto piacere leggere quelle poche parole. Grazie.”
Lui perde di vista ogni remora e le scrive frasi che puntuali si avverano.
“Mi piacerebbe che avessimo l’occasione di parlare”
“…di passare del tempo assieme”
“…di conoscerci veramente”
Infine, quando le scrive “Oh quanto vorrei che il mio amore fosse ricambiato” il cuore di Matilda è già pronto a ricambiare.
I due presto si amano di un amore profondo e senza calcolo.
Lui le parla della sua felicità, di quanto desidera la felicità anche di lei. E i due sono presto felici, felici davvero.
Tutte le parole diventano vere. Forse grazie al dono, di cui quasi si è scordato. Forse grazie al fatto che ha iniziato a vivere la sua vita e non solo quella degli altri attraverso le parole in bella grafia.

Colmo di entusiasmo decide di regalarle la cosa più preziosa che ha. Il dono stesso.
Lei lo accetta senza capire bene di che cosa si tratti. Lo usa senza cautela, senza libretti di istruzioni da consultare.
Circondata di tanto amore, e dovendo fare i conti con questo strano dono, comincia a parlare di dubbio. Lei usa proprio questa frase “Ma se avevi questo particolare dono, adesso devo mettere in dubbio che ci siamo innamorati per effetto di questo strano prodigio”.
Ma il dono continua a funzionare. E il dubbio, espresso a parole, diventa concreto.
Il dubbio c’è, si manifesta e incrina l’amore come il gelo fa col marmo di cava.
L’amore si crepa, si incrina, si spacca. Per il fatto di avere insinuato il dubbio nel loro amore, questo soccombe.
Matilda per il rimorso si dispera. E dice “Sono disperata”. E disperatamente scrive che senza amore si sente morire.
E, come in esecuzione di una profezia, muore. Muore davvero.
Giuseppe è disperato. Non sa più cosa fare. Questo dono che lo aveva liberato dalla sua solitudine adesso gli ha tolto l’amore.
A questo punto, però, si verifica un fatto davvero prodigioso. Nonostante le parole dicessero che l’amore non c’è più, annientato dal dubbio, Giuseppe continua ad amare Matilda. Anche adesso che lei è morta.
L’amore di Giuseppe è così forte che alla fine travolge e annienta il potere magico di questo dono, che viene annientato e svanisce

Giuseppe decide in questo esatto momento che le parole, anche senza il dono, possono continuare a creare il bello, il giusto, l’amore.

E si mette a scrivere.
Giorno e notte. Lettere per maniscalchi, contadini, macellai, fattori. Ma anche per notabili, gentildonne, ragazzi e fanciulle piene di sogni.
Si mette a cercare il bello ovunque e a scriverlo. Si mette a scrivere per il bello e incomincia finalmente a vivere.
A vivere felice e contento.

18 comments

  1. E poi una storia che finisce con “a vivere felice e contento” lascia spazio all’immaginazione. Bellissima. Ti seguo da pochissimo e devo assolutamente recuperare le precedenti.

  2. Davvero bella questa … fiaba? No, nelle fiabe muoiono solo gli orchi e i draghi. Insomma, se lei non fosse morta, potremmo chiamarla fiaba. Così è triste realtà.

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