La fiaba del bacio sbagliato

rose

C’erano una volta due che camminavano nella notte. Un uomo e una donna, di una età quasi di mezzo che li porta a definirsi ancora ragazzi. Lei non è nella sua città, si vede da come lui le cammina di fianco. Ha le spalle un po’ inclinate verso di lei, come un anfitrione, come per tenerti aperta una porta.

Ma non è una storia antica, al posto dei castelli ci sono i palazzi, al posto dei cavalli un motorino, al posto dei draghi le polveri sottili. Non ci sono messaggeri e banditori, ma tablet e cellulari.
Lui, in un impeto di goffa cavalleria,  appena scesa dal treno l’ha abbracciata e le ha spento il cellulare. Le ha detto una frase sconclusionata, che quando si l’era preparata suonava meglio: “Spegni il cellulare: per qualche ora so portarla tutta in spalla la tua attenzione, senza neanche dover fare due giri.” Lei non ha capito ma ma deciso di assolverlo in un sorriso misericordioso.
Lei non ha una bellezza da rotocalco. E’ alta, magra e consapevole. E ha un sorriso che quando lo apre servono gli occhiali da sole.
Lui non li sa proprio portare gli occhiali da sole. Ha spalle dritte, qualche chilo di troppo, parla senza gridare e nasconde l’imbarazzo in battute cotte sul momento.

Lui la porta in posti che non conosce nemmeno lui. Alieni come sanno essere i viottoli della città dove viviamo. Vuole farla ridere, per illuminare quella notte. E allora si inventa storie incredibili.
“Vedi quella casa? Qui ci è stato ucciso il partigiano Dinamo, che però nella vita si chiamava davvero Mario Dinamo. Ma era così furbo che ha scelto un nome di battaglia così scemo che quando cercavano di capire chi si nascondesse dietro Dinamo nessuno pensò a lui. Poi una sera in osteria un amico lo chiamò per cognome e i federali senza fantasia si girarono di colpo. E insomma la storia non la so bene, ma alla fine è stato mandato al confino su un’isola piena di sole. E quando dovette tornare non ebbe il coraggio e fece raccontare che era morto.”
Lei pensa un quanto sei scemo, ma è lusingata da questo spettacolo improvvisato. Finge di cercare la targa sulla parete esterna. Finge di non vedere che la palazzina è degli anni Sessanta.

“Qui nel medioevo è stata catturata Beatrice Aquefonti prima di essere impiccata”
Ma lei lo interrompe “ma Acquefonti non si scrive con la CQ?”
E lui prontamente “Ma che cazzo ne sai come si scrive una cosa che pronuncio? Mi stai sbirciando nei pensieri?”
Lui non ci casca. Lui pensa che lei, mente brillante, lo voglia portare ad ammettere“il nome l’ho appena inventato, come fai a sapere come si scrive?”. Lui a voce è furbissimo, è con le mani che è un tonto e preferisce nasconderle in mano.

Lui è più basso di un po’, ma quella sera si sente grande.  E allora, camminando, cerca dei marciapiedi che gli sembrano bellissimi e quando lei cammina giù, lui cammina in parallelo su. E quelli che li vedono pensano: ”sono alti uguali”.
E quando invece lui cammina giù e lei cammina su, quelli che li vedono pensano“che nano di merda!” e lui, sempre col pensiero risponde “Che scemi, non hanno visto che c’è il marciapiede” e se ne va felice.

E poi quando le mascelle sono quasi indolenzite per i tanti sorrisi mandati e ricevuti decidono che è ora di tornare. Lui la deve riaccompagnare da qualche parte, che la storia non dice.
Allora decide che è il momento, che non vuole sentirsi una volta ancora col rimorso di non avere osato.
Si ferma, chiude gli occhi. Li chiude forte forte per essere sicuro di non lasciarsi scappare il coraggio. Si sporge in avanti e tira fuori dai suoi sogni un bacio maiuscolo. O almeno, maiuscolo sembra a lui, che non se ne intende. Per lei sarebbe stato al massimo un bacio da mandato esplorativo, tipo da terza media.
Ma ci ha pensato troppo. E se ne accorge perché riaprendo gli occhi per guardare il risultato di quella detonazione,si trova davanti un uomo piccolo, con la pelle scura e i baffi. Gli pendono dalla mano un mazzo di rose troppo rosse e troppo poco convinte. Il pakistano delle rose non ha capito come mai questo sconosciuto lo abbia baciato. Ma visto che tutti lo mandano sempre via, ha deciso che questo sia un segno positivo, un segno di amore e di amicizia di cui non capisce bene i termini e le condizioni. Sfodera un sorrisone bianco e allunga meccanicamente una rosa. A lui. E poi se ne va, soddisfatto di quella modica quantità di amore piovuta così.
Lei ride, forte di gusto. La notte si rischiara.
E lui dice a voce alta “è bello illudersi di poter cambiare l’umore di una persona, è davvero bello”.


 

Questa fiaba l’ho scritta per GallizioLAB. La trovate ance qui.
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