Portami dove non si tocca

dovenonsitocca

Dopo tornanti e sole e riflesso dell’acqua e delle rocce alla fine qualcuno ha avuto l’idea: “Perché non troviamo un posto dove fermarci e ci facciamo un bagno in mare?”

Io non sapevo nuotare, ma non ho detto niente. Quell’estate stavo imparando a scendere a patti con la mia rigidità e con quella benedetta ansia di velocità e precisione che avevo già dentro senza avere ancora l’età della rassegnazione. E su quelle strade piene di autovelox e di poliziotti a caccia di targhe straniere, era un bagaglio pesante.  I limiti di velocità cambiavano a ogni comune con una logica che non abbiamo mai capito. Ti sentivi in gabbia, ti sentivi in difetto, sentivi di sprecare qualcosa. Poi piano piano il piede destro ha imparato ad alzarsi, i finestrini ad abbassarsi e l’ansia è uscita dal finestrino e si è dissolta in cento vortici invisibili. Solo allora siamo riusciti a sentire quell’odore di erba al sole e di polvere e di tranquillità fatta di niente. Un odore che in città mica riesci a sentire.
Eravamo tutti d’accordo per una sosta al mare e ci siamo fermati. Quando la macchina è passata dall’asfalto alla ghiaia io non ho detto ancora niente. Ero sospeso tra il ricordo della mia inettitudine in acqua e quel nuovo volermi mettere alla prova. Volevo testare la mia apertura al nuovo, all’ignoto.
Nelle chiacchiere di quel conoscersi lei mi aveva raccontato che l’acqua era il suo elemento. E quelle spalle dritte e quel collo elegante confermavano questa storia. Io avevo raccontato dei miei patetici corsi di nuoto da bambino e non mi sembrava il caso di ribadirli.
Sono andati tutti in acqua. Nuotando verso chissà dove. Loro davanti, veloci, fluidi.
È stato lì che ho deciso che dovevo farlo. Dovevo provare, non importa come, non importa cosa. Ho cominciato a camminare in quell’acqua più fredda di quanto immaginavo da fuori. Poche onde, sabbia grossa e ghiaia sul fondo. Continuavo a fare passi in avanti aspettando che l’acqua mi rendesse più leggero, cercando il momento in cui mi avrebbe sollevato.

Arrivo vicino al limite e ci provo a nuotare, non importa verso dove. Ci sono poche onde ma per me sono alte: mi scompongono, mi passano sopra, mi fanno perdere il filo. Avanti, avanti ancora, ancora un po’.
Bevo, dalla bocca, dal naso. Cerco di non perdere il coraggio. Mi concentro pensando che quando corro di fiato ne ho molto e allora perché non dovrei adesso, perché dovrei andare in affanno? Per un attimo penso all’abisso freddo sotto di me e sento che questo assaggio di panico potrebbe tirarmi giù. Cerco di recuperare e sento che se riuscissi a tenere la bocca ben fuori dalla superficie avrei il fiatone. Ho paura. Capisco che sono in apnea, che non dura. Mi metto a cagnolino e non cerco il fondo in basso per paura di avere la conferma della profondità. Cosa sto facendo, cosa sto facendo?

Di colpo sento un braccio che mi prende il collo, mi spavento, mi sento tirare indietro. Un braccio che l’acqua rende liscio come una passeggiata in bicicletta. Cerco di concentrarmi sul fatto che mi stanno salvando, che devo fidarmi, che devo lasciarmi andare. Mi attacco con tutta la fiducia al braccio, sento che è il tuo, sento la pelle liscia.
Vorrei dirti che mi fido. Vorrei dirti “Portami dove non si tocca” ma finalmente riesco a respirare. Mi fido, respiro, mi fido.
“Ma che cazzo pensavi di fare?”
Non rispondo, respiro.

Questo è un racconto scritto per GallizioLab

10 comments

      1. Scusami. E’ che per me, era difficilissimo mantenere per tutto il post il livello di un titolo così bello e carico. Ma l’hai fatto

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