Come da regolamento

cartabollata

Il dottor Carmine Pontecorvo ci teneva molto a quel dottore prima del nome. Non importa se la laurea era in scienze politiche e lui, dopo regolare concorso pubblico, sedeva nella segreteria amministrativa di una scuola elementare.
Da tutti era guardato con insofferenza e con rispetto per quella sua convinzione profonda che era diventata una sorta di dogma. Lui credeva ciecamente nel rispetto dei regolamenti. Non importa quanto i regolamenti fossero coerenti col lavoro che si era chiamati a svolgere. Il regolamento va applicato. Sempre e comunque, senza eccezioni.
Ogni tanto uscivano dalla segreteria degli insegnanti imbufaliti perché magari avevano chiesto chiarimenti sul proprio cedolino. Ma, come da regolamento, per queste indicazioni venivano rimandati al Ministero competente, previa compilazione dell’apposito modulo. E benché la risposta fosse facile e avrebbe comportato un minimo sforzo per il dottor Pontecorvo, questa non arrivava.
E non c’era preside o situazione che era riuscito a smuoverlo in questa sua rigidità. Quando si è dalla parte del regolamento non si deve indietreggiare neanche davanti alla ragionevolezza!
A farlo sentire sicuro di sé e nel contempo ad acuire questa sua reputazione di naftalina e inchiostro da ufficio postale, ci si metteva  poi la sua sintassi. Cercava di parlare l’italiano aulico delle circolari attuative. Quelle che cercano termini pomposi e in disuso per intimorire il lettore e elevare il burocrate sul suo piedistallo di niente.
Questa inflazione di forme impersonali, questo spreco di maiuscolo, questa sovrabbondanza di formule retoriche da cancelleria di provincia lo faceva sentire qualcuno.

Durante la sua grigia carriera (e il grigio era il colore serio a cui aspirava) aveva conosciuto persino una fugace notorietà. Io giornali avevano parlato di lui per quell’episodio della zia, quello che era finito anche in qualche articolo di colore dei tiggì.
La giovane zia faceva da baby sitter ai due nipoti era stata scippata il giorno prima. Nella borsetta teneva, tra l’altro, le deleghe per poter prelevare a scuola i nipotini. Conoscendo la pignoleria proverbiale dei controllori, la madre si era premurata di scrivere a mano una seconda delega spiegando il fatto. Ma nella confusione si era dimenticata di firmarla. E la segreteria eccepì con un certo godimento che tale tipo di deleghe erano valide se firmate e datate. Quindi niente. E i genitori dei bambini dovettero uscire prima dal lavoro per riprendersi bimbi e zia.

La violente proteste in presidenza e in provveditorato finirono nel nulla, proprio a causa della circolare di cui il dottor Pontecorvo ricordava a menadito numero e anno di emanazione.

I tre figli che nel frattempo ha cresciuto, dopo qualche sbandata adolescenziale, alla fine presero la via paterna. E crebbero nel grigiume regolamentare che , come da regolamento, era riuscito a inculcare.

Dopo essere andato in pensione relativamente presto e essere restato vedovo da qualche anno, i figli si interessarono a soluzioni cosiddette alternative.  Al compimento del settantesimo anno fu ammesso, come da regolamento, in una accogliente struttura che in situazioni più sincere avremmo chiamato ospizio o casa di riposo, e non oasi di tranquillità a venti minuti dal capoluogo. Ma la forma ha sempre contato e nessuno ha voglia di metterla in discussione proprio adesso.

I figli, presi dalle loro vite, lo vanno a trovare una volta al mese, come hanno trovato scritto sul foglio illustrativo. In realtà il dépliant parlava di una visita al mese come frequenza minima delle visite. Ma gli eredi Pontecorvo, ligi per tradizione di famiglia hanno trovato molto rassicurante quella indicazione ed è stato comodo osservarla alla lettera.

Adesso è lì Carmine. Non più dottore, non più Pontecorvo. Qui le infermiere chiamano tutti per nome, per fare prima. Il regolamento vorrebbe un contegno più rispettoso, ma quando c’è da badare a vecchietti che non ci sono più con la testa, nessuno fa tante storie se ci si permette qualche libertà.
Adesso è qui Carmine. I suoi figli sono appena andati via. Non gli hanno lasciato una scatola di cioccolatini come a Benasssi o una mezza di torta alle pere come alla vedova Marini. Solo un quotidiano e una rivista. Lasciare cibo e dolci è contro il regolamento.
Adesso è qui Carmine e ha davanti altri ventisette giorni da aspettare per rivedere i suoi figli. E potrebbe scommetterci che non verranno una o due settimane prima. Perché lui è così, perché loro sono così e non c’è neanche qualcuno a cui dare la colpa.
Potrebbe scommetterci, certo, se scommesse e giochi d’azzardo non fossero contro il regolamento.

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5 comments

      1. in pausa caffè non si può usare il pc e il caffè non si può portare alla scrivania… sto scrivendo mentre mi sto alzando per andare in pausa pranzo…

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